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Home - Approfondimenti - La nota - Ilo, nel mondo meno lavoratori stabili e più disoccupati

Ilo, nel mondo meno lavoratori stabili e più disoccupati

27 Ottobre 2015
in La nota
Ilo, nel mondo meno lavoratori stabili e più disoccupati

Brutte notizie per il lavoro. A livello globale, la disoccupazione cresce, mentre fra gli occupati diminuisce la percentuale di quelli che hanno un’occupazione stabile. Inoltre, si allarga la forbice fra salari e produttività, perché la seconda cresce più rapidamente dei primi. Sono queste le principali tendenze che emergono dal rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro che è stato presentato stamattina a Roma.

La International Labour Organization (Ilo), ovvero l’agenzia delle Nazioni Unite basata a Ginevra, e dedicata alle problematiche del lavoro, svolge infatti una ricerca annuale, il World Employment and Social Outlook (Prospettive occupazionali e sociali nel mondo). I contenuti dell’edizione 2015, intitolata The changing nature of jobs, ovvero La natura del lavoro: cambiamenti in corso, sono stati illustrati da Raymond Torres, direttore del Dipartimento ricerche della stessa Ilo, nel corso di un’iniziativa organizzata dalla Cgil e dalla Fondazione “Di Vittorio”.

“Il mondo del lavoro sta cambiando profondamente”, esordisce la sintesi della ricerca. E ciò accade in una fase in cui l’economia, a livello globale, non riesce a creare “un sufficiente numero di posti di lavoro”. Passando dalle parole ai numeri, l’Ilo “stima che il dato sulla disoccupazione”, a livello mondiale, “abbia raggiunto i 201 milioni nel 2014”, ovvero “oltre 30 milioni in più rispetto a prima dell’inizio della crisi globale, nel 2008 ”.

In secondo luogo, sempre secondo il rapporto Ilo, è oggi in corso un allontanamento dal “modello di impiego standard”, quello in cui i lavoratori dipendenti godono di posti di lavoro “stabili e a tempo pieno”. Questo fenomeno viene presentato come il frutto di un doppio movimento. Da un lato, infatti, “nelle economie avanzate il modello di lavoro standard è sempre meno quello dominante”. Dall’altro, “nelle economie emergenti e in via di sviluppo” si sono effettivamente verificati “alcuni rafforzamenti dei contratti e delle relazioni di lavoro”; tuttavia, il lavoro “informale” continua ad essere ben presente “in molti paesi”, mentre “alla base della catena globale della produzione”, stanno diventando “più diffusi contratti a breve termine e orari di lavoro irregolari”.

Ne segue che, oggi, “il lavoro dipendente rappresenta, all’incirca, solo la metà dell’occupazione globale”. In particolare, “l’incidenza del lavoro dipendente ha avuto una tendenza al ribasso” in “un certo numero di economie avanzate”, mentre “nelle economie emergenti e in via di sviluppo, la storica tendenza” verso la sua crescita “sta rallentando”. In definitiva, “meno del 45% dei lavoratori dipendenti sono occupati a orario pieno e a tempo indeterminato”. Inoltre, questa stessa quota “appare in declino”. Né va dimenticato il fatto che, tra quanti hanno rapporti di lavoro a part time o a termine, le donne sono “sovra rappresentate”.

Terzo punto. Le trasformazioni in corso nelle relazioni di lavoro hanno “importanti ripercussioni economiche e sociali”. Tra queste, il rapporto Ilo segnala una “crescente divergenza tra i redditi da lavoro e la produttività”, con la seconda che “cresce più velocemente dei salari” in gran parte del mondo. Da ciò deriva un’insufficienza della domanda interna in molti paesi. Il rapporto stima che la “perdita nella domanda globale”, derivante dalla somma della disoccupazione con la stagnazione dei redditi da lavoro e con le loro conseguenze in termini di consumi, investimenti ed entrate pubbliche, possa essere valutabile in 3.700 miliardi di dollari.

Se questi sono alcuni dei dati frutto delle ricerche e delle stime dell’Ilo, interessanti sono anche alcune osservazioni analitiche contenute  nel rapporto. Nella sintesi oggi presentata, si può leggere che negli anni più recenti “alcuni paesi, particolarmente in Europa,” hanno introdotto cambiamenti che “hanno ridotto il livello di protezione” dei lavoratori. Ciò “con l’intento di stimolare l’aumento dell’occupazione”. Tuttavia, le analisi contenute nel rapporto sulla relazione tra regolazione del lavoro e indicatori chiave del mercato del lavoro, come la disoccupazione, “suggeriscono che la riduzione della protezione per i lavoratori non diminuisce la disoccupazione”. Al contrario, i dati del rapporto suggeriscono che cambiamenti che “indeboliscono la legislazione di protezione del lavoro, hanno delle probabilità di essere controproducenti per l’occupazione e per la partecipazione al mercato del lavoro”. E ciò “sia nel breve come nel lungo termine”.

Infine, nel rapporto si sostiene che “precedenti analisi hanno dimostrato che la creazione di un ampio numero di posti di lavoro di qualità”, che porti a una riduzione “sia della povertà che delle diseguaglianza”, richiede “non solo interventi sul mercato del lavoro e sui sistemi di protezione sociale”, ma anche una risposta “attraverso specifiche strategie di sviluppo e politiche industriali focalizzate sulla creazione di posti di lavoro”.

Da notare che, come ha sottolineato Fulvio Fammoni, presidente della fondazione “Di Vittorio”, l’Ilo è “un’organizzazione tripartita, formata da governi, sindacati e associazioni d’imprenditori”. Ciò nonostante, ha osservato ancora Fammoni, è evidente che i contenuti del rapporto stanno “in evidente controtendenza” rispetto alle “politiche di austerità e di deregolazione” seguite da vari governi negli anni più recenti.

Nel corso del dibattito successivo alla presentazione, svoltasi presso il centro confederale Cgil in corso d’Italia, è poi intervenuto, fra gli altri, Gianni Rosas, direttore della sede romana dell’Ilo. Rosas ha offerto alcuni risultati di un’altra ricerca della stessa Ilo, intitolata Global Employment Trends for Youth 2015 (Tendenze globali dell’occupazione giovanile 2015), secondo cui il tasso di disoccupazione giovanile “si è stabilizzato al 13%”. Tale tasso “rimane quindi superiore al livello pre-crisi”, che era pari all’11,7%. Da questo punto di vista, è particolarmente allarmante il dato relativo all’Italia che, con un tasso di disoccupazione giovanile pari al 42,7%, si colloca al quarto posto fra i paesi dell’Unione Europea. Purtroppo, in questo caso, si tratta di una classifica in cui è meglio arrivare fra gli ultimi piuttosto che fra i primi.

@Fernando_Liuzzi.

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