di Renato D’Agostini, direttore di Rassegna.it
La nascita del Partito democratico, se il processo di costituzione e il consenso elettorale ne faranno il partito maggioritario della sinistra e del centrosinistra, muterà l’assetto politico italiano. In questo scenario, ci si chiede, che cosa cambia per i sindacati e in particolare per il sindacalismo confederale? Torna la questione del rapporto sindacati-politica e, più precisamente, sindacato-partiti. E quindi il problema sempre aperto dell’unità sindacale.
E ci si può chiedere anche come mai questi temi non abbiano trovato, da parte sindacale, un terreno di discussione e di azione concreta in questi ultimi anni, eppure Cigl, Cisl e Uil furono caldi promotori del referendum elettorale e del cambiamento, con la legge elettorale maggioritaria, del sistema politico.
Il fatto è che non si può far fronte a vecchi problemi se non si colgono i giusti parametri per tracciare il nuovo contesto. Non è per prenderla alla lontana ma la storia degli ultimi due secoli rappresenta la fine di sistemi ultramillenari fondati sull’economia agricola e sulla proprietà della terra. I tragici strappi del Novecento hanno spazzato via il sistema feudale e l’idea che lo Stato (il nuovo sovrano assoluto) possa essere gestore dell’economia e dello sviluppo. Semplificazioni, è ovvio, in Italia negli anni Cinquanta ancora ci si presentava col cappello in mano davanti al padrone che molto spesso era anche proprietario terriero (per non dire del fascismo e dello Stato imprenditore del dopoguerra).
L’urbanizzazione moderna è allo stesso tempo causa ed effetto dello sviluppo capitalistico; il nuovo sistema richiede grandi concentrazioni umane, funzioni e strutture complesse, capacità di comunicazione, di iniziativa, insomma il citoyen, il cittadino è il centro del sistema sociale. La democrazia l’unico modo per garantire il suo protagonismo, la rappresentanza il problema chiave. La sinistra in fondo, in un sistema democratico, serve a far sì che il cittadino non si riduca a consumatore.
Per tornare ai giorni nostri, la questione non è quale rapporto sindacato-partiti o sindacato-sistema politico, la questione è quale idea di società e di democrazia si propone e quale ruolo interpretare in questo contesto. A veder bene, il problema è sempre stato questo: in tutta Europa i fondatori e gli animatori delle mutue, delle cooperative e dei partiti socialisti erano cappellai, sarti, orafi, artigiani e solo in parte operai. Erano ceti urbani in cerca di rappresentanza. I partiti di sinistra sono parte costitutiva delle democrazie europee, il primo obiettivo fu il superamento delle democrazie censitarie. Diversamente dal Nord America, bisognava fare i conti con i forti residui feudali e questo spiega la radicalità dei movimenti, il loro carattere ideologico. L’imponente sviluppo industriale e la rivoluzione russa spostarono l’asse verso il protagonismo degli operai della catena di montaggio (con la teorizzazione del rapporto subordinato dei sindacati nei confronti dei partiti di riferimento).
La fine del taylorismo, il crollo del sistema sovietico, hanno rimesso in primo piano il problema della rappresentanza e della democrazia nel nuovo contesto di globalizzazione (o se si vuole di formazione di una grande rete urbana mondiale). Anche per gli operai, che, se non sono più classe centrale tuttavia non sono scomparsi, e in generale per il lavoro, cui le grandi trasformazioni impongono di superare vecchi schemi.
Ancora semplificazioni, certo, i processi sociali non sono lineari, si trascinano incongruenze e contraddizioni e soprattutto maturano nel tempo.E’ a cavallo degli anni 60-70 che nella società italiana (come del resto in altre parti del globo) si creano le condizioni del cambiamento, con la richiesta da parte dei giovani, del lavoro e di molte espressioni della società di nuove forme di partecipazione e di rappresentanza. E qui conviene fermarsi un momento. L’Italia vive ancora la sua realtà istituzionale e politica dentro i confini bipolari Usa-Urss. Il sistema politico non recepisce (se non per qualche eccezione, Moro, Longo..) la portata della domanda di cambiamento che altro non è che la richiesta della fine della democrazia bloccata.
Tocca al sindacalismo confederale dare corpo alla mobilitazione, che in Italia non cessa nel ’68
e trova forza e risorse umane per concretizzare un suo ruolo di soggetto politico come sindacato delle riforme. Si risponde alla nuova domanda di rappresentanza nei luoghi di lavoro, ci si pone l’obbiettivo dell’unità sindacale come coronamento politico dell’intera operazione. E così, su una diversa idea di democrazia, si apriva il conflitto con il sistema dei partiti di allora.
Bisognerebbe tornare ad analizzare non solo la funzione che ebbe il gruppo dirigente della Cgil ma anche e forse soprattutto il ruolo della Cisl. La questione dell’incompatibiltà, sollevata proprio dalla Cisl, tra cariche politiche e sindacali, riletta con gli occhi di oggi, appare, più che una rivendicazione di autonomia dai partiti, l’affermazione di un ruolo politico autonomo. Come è noto, l’unità non si fece, si aprirono le porte all’estremismo e al terrorismo, fino al collasso del 1992-93.
Il sindacato (che pure non era estraneo a quel sistema) ha retto grazie alla sua capacità di dare risposte politiche oltre i limiti della sua funzione istituzionale, riempiendo così il vuoto lasciato dai partiti. Ma non si vive di rendita. Di fronte ai nuovi problemi sorti con la seconda Repubblica, che non riesce a ridisegnare il sistema politico e quindi vive nella instabilità e nell’incertezza, il problema del sindacato non è quale rapporto stabilire con i partiti o come rilanciare l’unità sindacale, il problema è quale democrazia vuole affermare in coerenza con la sua storia.
Forse il primo atto è quello di fare un passo indietro, sostenere con forza quanto Bruno Trentin
ha affermato con paziente insistenza lungo tutto il periodo della sua segreteria: non si può nascondere dietro al problema della riforma delle istituzioni la necessità e l’urgenza di una riforma della società civile. Dare regole democratiche e trasparenza alle diverse forme associative attive, dai partiti alle organizzazioni no profit, al sistema produttivo: codici morali, bilanci che certifichino entrate e uscite, garanzie di partecipazione. A partire dal sindacato, che già molto ha fatto ma che deve riposizionarsi decisamente nel suo ruolo di istituzione della società civile, e risolvere le questioni della rappresentanza e della rappresentatività (che non riguardano solo i sindacati).
Solo così forse il rapporto con sistema politico e partiti smette di essere un problema evocato con grandi dichiarazioni sulla propria autonomia (o addirittura indipendenza) per poi ritorcersi contro nelle dinamiche interne alle organizzazioni e nei rapporti con le istituzioni elettive. E non ci sarà più bisogno di incompatibilità per affermare autonomia e ruolo politico, se il punto di riferimento è la società e lo sviluppo democratico. Rafforzare una democrazia partecipativa e solidale, questa può essere oggi una buona ragione per tornare a parlare di unità sindacale.
Non si tratta di legare i sindacati ai destini di questo o quel partito ma di stabilire un rapporto con i processi democratici di formazione del consenso e con le rappresentanze istituzionali elette dal popolo sovrano. La costituzione del Partito democratico può segnare una svolta nella ricostruzione del sistema politico istituzionale, il modo in cui si andrà alle elezioni primarie sarà determinante per la configurazione del nuovo partito, è possibile che il sindacalismo confederale possa rimanere fuori da questo processo? O non deve contribuire ad un confronto aperto e trasparente, che si esprima anche nelle candidature? A che servono primarie che non vedano il confronto dei maggiori leader politici (anche ex sindacalisti), che misurino il consenso sul modo di intendere un Partito democratico che non abbandoni le sue radici di sinistra, laiche o cattoliche che siano. Perché il Pd potrà essere il maggiore partito del centrosinistra, ma non è detto che lo sarà per la sinistra.


























