Nel 2025 aumenta il numero di settori produttivi che peggiorano, su base annua, la propria competitività relativa. L’indicatore sintetico di competitività (Isco) evidenzia nel 2025 una tenuta della competitività nei settori ad alta specializzazione tecnologica e nella farmaceutica; una persistente debolezza dei comparti tradizionali e del tessile; un indebolimento diffuso nei macchinari e nei beni intermedi. È la fotografia scattata dall’Istat nel Rapporto sulla competitività dei settori produttivi.
La debole dinamica dell’economia italiana nel 2025 si è riflessa in una crescita nulla del valore del fatturato dell’industria in senso stretto (-0,1 per cento nella manifattura), come risultato di una sostanziale stagnazione delle vendite sul mercato interno (+0,1 per cento) e di un moderato arretramento della componente estera (-0,2 per cento).
Per oltre la metà dei settori manifatturieri che hanno registrato un calo del fatturato, la flessione è stata guidata soprattutto dalla debolezza della domanda estera, in particolare per coke e raffinazione e per la chimica.
Nonostante i tiepidi segnali di irrobustimento ciclico nel secondo semestre del 2025, a inizio 2026 persistono diffusi elementi di sfiducia nei giudizi delle imprese manifatturiere su domanda, condizioni di accesso al credito, liquidità. Prevalgono inoltre attese di peggioramento del ciclo economico e di aumento dei prezzi, in un contesto di diffusa incertezza che si manifesta nella difficoltà di prevedere l’andamento futuro della propria attività.
La crescita dell’export manifatturiero nel 2025 (+3,2 per cento) si deve al contributo di soli cinque settori: farmaceutica (+28,5 per cento), mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli (+22,2 per cento), metallurgia (+16,5 per cento), alimentari (+6,3 per cento) e legno (+3,5 per cento). Tre di questi (farmaceutica, alimentari e metallurgia), insieme ai macchinari, sono tra quelli con il peso più elevato sull’export della manifattura. Per 12 settori su 22 le esportazioni sono diminuite, con flessioni comprese tra l’1,2 per cento (chimica e mobili) e il 15,3 per cento (coke e raffinazione)
Nel 2025, l’export di beni verso gli Stati Uniti è aumentato in media d’anno del 7,2 per cento (oltre il doppio della media complessiva), sotto la forte spinta delle vendite dei Mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli (+59,5 per cento) e della Farmaceutica (+54,1 per cento), il comparto con la quota più elevata sul totale delle esportazioni in questo mercato. In significativo calo, all’opposto, le esportazioni verso gli Stati Uniti di autoveicoli (-18,2 per cento), altra manifattura (-11,5 per cento), metallurgia (-10,3 per cento) e soprattutto coke e raffinazione (-63,1 per cento).
Una “sorprendente resilienza” dell’Italia, invece, nell’export verso gli Stati Uniti: nel 2025 segna un +7,2 per cento, in controtendenza rispetto agli altri principali Paesi europei, con la Francia in lieve calo (-0,9 per cento) e Germania e Spagna in forte contrazione (oltre il -9 per cento). Nel complesso, l’interscambio commerciale italiano registra un surplus di 50,7 miliardi di euro, con esportazioni in crescita del 3,3 per cento e importazioni del 3,1 per cento.
Tuttavia, l’inasprimento dei dazi su numerosi beni ha frenato il potenziale di espansione oltreoceano: secondo le stime, il raddoppio delle aliquote nel 2025 ha comportato una mancata crescita dell’export pari al 3,2 per cento. L’impatto è stato disomogeneo tra le imprese, colpendo soprattutto quelle maggiormente esposte al mercato statunitense, per le quali la crescita delle vendite è risultata inferiore di circa un punto percentuale, con una perdita complessiva di 1,5 miliardi di euro.
A livello settoriale, le penalizzazioni più marcate riguardano i mobili, mentre risultano più contenute per abbigliamento, alimentari e metalli; segnali positivi emergono invece per carta e soprattutto farmaceutica, favorita anche da esenzioni e da una riorganizzazione dei flussi commerciali. La crescita dell’export verso gli Stati Uniti è trainata dai mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli e dalla farmaceutica, a fronte di forti cali in autoveicoli, metallurgia e raffinazione. Sul fronte delle importazioni, quelle dagli Stati Uniti crescono a ritmi sostenuti (+42,1 per cento), spinte in larga parte dalla farmaceutica, che arriva a rappresentare quasi la metà dell’import manifatturiero.
Parallelamente, prosegue l’espansione degli acquisti dalla Cina (+17,2 per cento), con un ruolo sempre più rilevante nella fornitura di input intermedi e un’incidenza record sul totale delle importazioni italiane, sostenuta da forti incrementi in diversi comparti, in particolare nei trasporti e nel farmaceutico.

























