Sono trascorsi 24 anni da quella sera del 19 marzo 2002, quando Marco Biagi, mio carissimo amico, venne assassinato sotto casa, difeso – come si disse allora – soltanto dalla sua bicicletta che lo aveva portato, zizzagando per le strade ed i portici, dalla Stazione Centrale a via Valdonica, a un tiro di schioppo dalle Due Torri (allora la Garisenda non correva ancora il pericolo di crollare). La memoria del professore è stata coltivata dalla famiglia, dagli amici, dagli allievi e dalle istituzioni con una encomiabile determinazione che induce regolarmente a promuovere nella settimana in cui cade nell’anno il 19 marzo, numerose iniziative politiche e culturali per mantenere accesa la fiamma della memoria. Con un pizzico di giustificata retorica potremmo dire che Marco è ancora con noi. Quest’anno Il Resto del Carlino ha anche ripreso, il 17 marzo, la cerimonia del Premio Marco Biagi che era stato sospesa negli anni del Covid, collocandosi tra le iniziative che mantengono viva la memoria nella sua comunità.
Per quanto mi riguarda, ho continuato a portare avanti nelle esperienze di vita e di lavoro attraverso questo quarto di secolo le idee e l’azione di Marco, assistendo ad un processo di crescente accoglienza e di riconoscimento di una personalità che, prima di essere ucciso, era considerato “un uomo da bruciare”, se non addirittura l’inventore del precariato, soltanto perché il professore aveva provato a svolgere il compito che spetta a un giuslavorista: portare una regola adeguata laddove quelle tradizionali non servono più e di nuove non ce ne sono ancora.
Anno dopo anno, ho ritenuto mio dovere ricordare e commentare quel tragico evento che mi ha tolto un amico, ma mi affidato una missione nella vita. Quest’anno ha fatto un’opzione che avevo sempre evitato in precedenza. Mi sono accorto di non avere mai letto le motivazioni rivendicate dal commando brigatista per l’assassinio di un uomo inerme. Esiste un documento di ben 70 pagine, redatto da persone informate, sicuramente di un livello culturale superiore a quello degli scherani che eseguono le sentenze del tribunale rivoluzionario. Citando Polonio, il cortigiano di Elsinore, possiamo dire che c’è una logica in quella follia criminale. Ma l’aspetto che lascia basiti in quello scritto sta nella puntuale e puntigliosa ricostruzione del curriculum vitae di Biagi, in cui tutto ciò che in generale viene ricordato a suo merito risulta descritto come un lungo percorso di un’azione ininterrotta a danno dei lavoratori. E tutti i processi di modernizzazione degli ultimi 50 anni appartengono ad un disegno reazionario.
Ecco la requisitoria delle Br:
“L’azione riformatrice di Marco Biagi, esperto giuslavorista e delle relazioni industriali, rappresentante delle istanze e persino dei sogni della Confindustria, si è espressa nell’Esecutivo Berlusconi nelle responsabilità primarie ricoperte nell’elaborazione del “Libro Bianco”, nell’aver sostenuto le misure di abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, e nell’essere promotore e conseguentemente incaricato del compito di guidare l’apposita commissione governativa, che ne dovrà realizzare il definitivo superamento con lo “Statuto dei lavori” (un tema che il Libro bianco non ha affrontato, ndr) che adeguerebbe la regolazione dei rapporti di lavoro alle nuove condizioni di mercato, e cioè costituirebbe uno strumento normativo che, alludendo alla tutela dei nuovi lavoratori precarizzati, in realtà definisce le garanzie per i padroni nelle diverse forme di sfruttamento del lavoro salariato. A dimostrazione del fatto che nelle nuove forme di democrazia governante le coalizioni politiche sono incentrate intorno agli interessi generali della borghesia imperialista, l’azione riformatrice di Marco Biagi si è espressa negli Esecutivi lungo tutto l’arco degli anni ’90. Già nel ’93 collaborava con il Ministro del Lavoro Giugni nel governo Ciampi per riformare la normativa sull’orario di lavoro, mentre nel ’96 nel governo Prodi come consigliere al medesimo ministero con Tiziano Treu, elabora il famigerato “pacchetto Treu” base dell’accordo neocorporativo tra Governo, Confindustria e Sindacato confederale con cui fu fatto il salto di qualità nelle varie forme di precarizzazione del lavoro salariato che hanno così violentemente inciso nelle condizioni materiali della classe operaia e del proletariato. Con lo stesso Esecutivo diventa consigliere del Presidente del Consiglio Prodi, mentre nel successivo Esecutivo D’Alema segue Treu al ministero dei Trasporti, e nel contempo è consigliere di Bassolino per gli affari internazionali e comunitari, veste nella quale presentò il Piano nazionale per l’occupazione in sede Ue e consulente anche alla Funzione pubblica con il ministro Piazza. Non meno degna di nota è la sua responsabilità nel Patto di Milano, anticipazione del modello di mercato del lavoro e sociale che avrebbe voluto oggi generalizzare e con cui si è tentato di ritagliare il prezzo e le condizioni di impiego della forza-lavoro sulla base nuda e cruda della ricattibilità di condizioni sociali di dipendenza particolarmente svantaggiate, a prescindere e persino in contrasto con le condizioni di mercato locali della forza-lavoro, con cui veniva dimostrato in modo inequivoco come gli intenti odierni della borghesia non siano affatto riferibili alla ideologia liberista che segnò lo sviluppo del capitalismo, non sono rivolti a lasciare al “libero mercato” il rapporto tra capitale e lavoro, sciogliendolo da vincoli politici, ma sono tesi a disporne altri a proprio favore e a garanzia della subordinazione politica del proletariato. Le responsabilità di Marco Biagi non si sono fermate a un piano nazionale, ma sono state assunte anche a livello internazionale. Ad esempio in sede Ue, dove è stato consigliere di Prodi alla Commissione europea, e membro di comitati ad hoc come il “Gruppo di alta riflessione sulle relazioni industriali” incaricati dalla Commissione stessa, per la riforma del mercato del lavoro e delle relazioni industriali e l’istituzione del “dialogo sociale”. Oppure in sede Onu, dove l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil) per la quale è stato anche consulente per l’est europeo, con conseguenze che tutti possono immaginare per i livelli di sfruttamento raggiungibili in questi paesi dal capitale, l’ha incaricato di collaborare alla riforma del mercato del lavoro… per la Bosnia! Ciò segnala come la sua iniziativa corrisponda agli interessi del padronato italiano non solo nell’ambito nazionale, ma anche nei paesi recentemente integrati nella catena imperialista anche forzosamente con l’occupazione militare. L’azione dell’Esecutivo con il Libro Bianco, le deleghe e lo Statuto dei lavori è tesa a realizzare un progetto di riforma a carattere complessivo che collegata a quella sulla previdenza, e alla prevista attribuzione del tfr dei nuovi assunti alla previdenza integrativa, realizza quello “scambio” tra tfr e competitività da tempo richiesto dai padroni. Il Libro Bianco non interviene solo sul mercato del lavoro, sul collocamento, sulle tipologie contrattuali, ma anche sul diritto di sciopero proponendo l’indizione di referendum per deciderne l’attuazione, sull’azionariato dei dipendenti, sui comitati aziendali europei, sugli ammortizzatori sociali, sulle controversie di lavoro. Una riforma che avrebbe dovuto riguardare l’intera legislatura e avere, nelle intenzioni dell’Esecutivo, come meta la scrittura di uno “Statuto dei lavori” in sostituzione dello Statuto dei lavoratori, passaggio che invece, a causa delle dinamiche dello scontro, è stato successivamente anticipato. Il modello sociale prefigurato da Marco Biagi era quello di una “società attiva”, in cui ogni giovane lavoratore attraverso il percorso a ostacoli dell’apprendistato, del contratto a termine, dei vari tipi di contratto precario, delle politiche attive del lavoro e della formazione nei periodi di disoccupazione, del contratto a tempo indeterminato ma senza la tutela dell’art. 18, realizzi una “carriera educativa” nella quale si forma in piena “autonomia”, quella generabile dalla spinta del bisogno dei mezzi per vivere, spinto quindi dal ricatto dell’assenza di alternative insito nella “natura delle cose” ossia i rapporti sociali capitalistici, secondo i voleri e i desideri del capitale, o se si vuole in funzione della propria sfruttabilità o “occupabilità” da parte del padrone, abbandonando ovviamente ogni velleità di conflitto e ogni pratica antagonista, appoggiato in ciò da “tutori” come le agenzie interinali, il collocamento privato e pubblico, le agenzie di formazione, i collegi di conciliazione e arbitrato etc., e nel quadro dei vari patti territoriali, andando a costituire così la principale garanzia per la competitività del capitale investito in Italia, in quanto ciò che risulta essere “filtrato” da questo processo e procedura è la forza-lavoro più “adattabile” alle esigenze di valorizzazione del capitale, senza rischi di autoritarismi inutili e dannosi. Il progetto del Libro bianco, insieme alla riforma della previdenza, al nuovo ruolo delle Regioni e degli enti locali, alla privatizzazione del collocamento e dell’assistenza, fa fare un salto alle relazioni politiche tra le classi, approfondendone e complessivizzandone il contenuto corporativo. Il “dialogo sociale” supera l’aspetto della “concertazione” come dialettica non conflittuale tra le parti tesa a comuni obiettivi programmatici perseguiti in funzione della competizione, e organizza un sistema di relazioni sociali che lega forzosamente la condizione del lavoro salariato alla competitività del capitale, un dato che spiega in parte la resistenza sindacale a fronte della maggioranza di governo che assume tale iniziativa politica, che non garantisce come avrebbe potuto fare il centro-sinistra che ha un legame elettorale con parte del sindacato confederale, la preservazione di un peso politico. In sostanza – il documento si avvia alla conclusione – ciò a cui si relazionano tanto il Libro Bianco che lo Statuto dei Lavori è il livello di crisi a cui è pervenuto il capitale che obbliga la borghesia imperialista, e ciò gli è consentito dai rapporti politici determinatisi in Italia negli ultimi 20 anni tra le classi, a ridefinire i termini dello sfruttamento e di governo del conflitto di classe, in modo tale da recuperare margini di profitto e prevenire l’esplosione del conflitto tra interessi che si polarizzano sempre di più, a fronte di una base produttiva che invece si contrae, processo che come hanno dimostrato i trent’anni trascorsi, non c’è politica economica che possa invertire. In questo quadro per un’economia come quella italiana debole e sottoposta tanto alla concorrenza dei monopoli più forti europei e americani quanto a quella dei “paesi emergenti”, diventa necessario riorganizzare le relazioni sociali nelle quali gli interessi antagonisti delle classi si contrappongono’’.
Per concludere, in questi giorni sui muri di alcune vie di Bologna campeggia la scritta “viva le Br”.
Giuliano Cazzola


























