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Home - Approfondimenti - Analisi - IpL: La crisi del modello sociale europeo

IpL: La crisi del modello sociale europeo

di Davide Dazzi
25 Giugno 2003
in Analisi

di Davide Dazzi – Ricercatore IpL

In un periodo storico in cui la corsa a pratiche liberiste rappresenta la scelta strategica dominante ed in cui la globalizzazione ha assunto un ruolo di primo piano, quali sono le prospettive delle condizioni sociali e ruolo del lavoro nella società italiana ed europea? Questo quesito è stato il tema principale del Convegno organizzato a Bologna- dal 18 al 21 giugno- dalla Fondazione Istituto per il Lavoro (IpL) e finanziato dalla Direzione Generale (DG) Occupazione e Affari Sociali della Commissione Europea. Il convegno aveva per titolo “Prospettive delle condizioni sociali e ruolo del lavoro nella società italiana ed europea”. All’incontro hanno partecipato accademici, ricercatori e attori del mondo del lavoro, italiani ed europei, che hanno contribuito a definire il quadro della situazione italiana ed europea nelle varie forme che attengono il mercato del lavoro ponendo l’accento sugli sviluppi settoriali e sulle condizioni di lavoro e rappresentanza degli interessi in un’economia globalizzata.

 

La trasversalità delle tematiche toccate durante le varie sessioni del convegno sono accomunate da un medesimo nodo interpretativo: la qualità del lavoro come strumento per coniugare alla crescita economica lo sviluppo di politiche occupazionali e sociali. Negli ultimi anni l’Unione Europea ha cercato di diffondere l’idea che la qualità di lavoro fosse il perno su cui far ruotare la crescita economica di un paese offrendo quindi una alternativa europea al modello americano e giapponese della lean production. Evidenze empiriche hanno suffragato il principio in base al quale il miglioramento delle condizioni di lavoro in termini di Salute e Sicurezza, Pari Opportunità, maggior coinvolgimento del lavoratore alla fase decisionale e una flessibilità capace di coniugare vita lavorativa e vita sociale producesse una ricaduta positiva sulla stessa produttività. Principio ribadito e formalizzato negli ormai noti Consigli di Lisbona, Nizza, Stoccolma e Laeken.


 


Il concetto di qualità di lavoro non dipende esclusivamente dalle politiche occupazionali e sociali ma si esplicita anche e soprattutto all’interno delle scelte strategiche aziendali. Infatti una politica aziendale che persegua un mero contenimento o riduzione dei costi produce una soluzione di breve periodo scaricando sul fattore lavoro le ripercussioni negative di una eventuale contrazione economica e trascinando nel tempo, e quindi esasperando, problematiche di natura strutturale. Caratteristiche riconducibili a quella che viene definita la via bassa alla competizione. Contrariamente, alcune ricerche empiriche hanno evidenziato situazioni in cui una valorizzazione del lavoro attraverso capillari e permanenti investimenti in risorse umane produce anche una spinta motivazionale dei lavoratori e con essa un incremento della produttività. L’azienda si collocherebbe quindi all’interno di un circuito virtuoso in cui organizzazione del lavoro, innovazione e occupazione interconnettendosi dinamicamente fornirebbero un approccio europeo alla competitività. Aspetti questi riconducibili ad una via alta alla competizione, come è stato messo in evidenza nel Convegno da Peter Brödner (Institute Work and Technology, Gelsenkirchen) e Peter Totterdill (Nottingham Trent University). Questo approccio alla competizione è rintracciabile anche nel Libro Verde della Commissione Europea del 1997, Partnership per una nuova organizzazione del lavoro, dove si evidenzia l’importanza del ruolo dell’innovazione organizzativa e tecnologica in un mercato mutevole e instabile. Proprio in questo periodo, nel 1999, nasce la rete internazionale Rldwl (International Network For Regional And Local Development Of Work And Labour) che collega tra di loro diversi istituti di ricerca che ineriscono al tema del lavoro e che si propone di incoraggiare le aziende a perseguire la via alta alla competitività e a valorizzare il lavoro attraverso la creatività e la motivazione del lavoratore.


 


Gli ultimi anni hanno rilevato uno scollamento tra quello che il cosiddetto Modello Sociale Europeo avrebbe dovuto perseguire, nel tentativo di cogliere l’opportunità di cambiamento offerta dall’apparente superamento del modello fordista-taylorista, e i reali disegni strategici delle aziende spesso orientate a seguire la via bassa alla competitività. A tal proposito il convegno ha messo in luce come tutte le evoluzioni del mercato del lavoro ipotizzabili negli anni ’90 siano state disattese da un turbo capitalismo inneggiante a pratiche liberiste. La tendenziale estensione del modello liberista accompagnato da una persistente internazionalizzazione economica è un fenomeno di dimensioni mondiali a cui però le diverse realtà nazionali reagiscono in maniera diversa conformemente alla cultura socio-politica e sindacale che li contraddistingue. Infatti mentre in Italia la corsa al liberismo si manifesta in tutta la sua vigoria deregolamentante, in Svezia, probabilmente grazie alla pervasività della cultura socialdemocratica e alla incisiva partecipazione dei lavoratori, la spinta liberista non si è convertita necessariamente in uno svilimento del ruolo del sindacato e in una non valorizzazione della figura sociale del lavoratore.


 


Le relazioni industriali sembrano quindi compromesse da un contesto internazionale dominato da un ritorno della deregolazione e da una crescente sensazione di smarrimento ed isolamento dinnanzi alla pletora di nuove forme di lavoro flessibile e a come poter collocare queste all’interno di una logica di dialogo sociale. In questo contesto di competizione globale acquisisce un certo interesse la rete degli Istituti di Ricerca per il Lavoro intenzionata a favorire modelli di relazioni in grado di fornire stabilità  e prevedibilità e parallelamente ridurre l’incertezza restituendo agli attori collettivi la capacità di rappresentanza attraverso efficaci relazioni contrattuali e avanzati modelli di partecipazione. Proprio con questa finalità al termine del Convegno si è progettato di costituire una sezione Europea della rete internazionale Rldwl. L’esigenza di costituire una rete europea delle istituzioni intermedie sorge dal fatto che la rete internazionale Rldwl, proprio per la sua natura internazionale, non ha un interlocutore con cui concordare un programma di lavoro . Infatti finora la rete Rldwl si è sì dimostrata propositiva e attiva, organizzando tre Conferenze (Ravello, Rio de Janeiro, Osnabrück) e pubblicando due libri (The Role of Intermediate Institutions. The case of Research Institutes concerned with Work and Labour edito da Francesco Garibaldo e Volker Telljohann e The Injustice at Work edito da György Széll e Gian Primo Cella), ma si avverte la necessità di essere maggiormente incisivi sul piano operativo e quindi avviare un programma di lavoro. La costituzione di una sezione Rldwl Europe deriva anche dalla necessità di affrontare il rischio di una via bassa alla competizione che la prospettiva di allargamento europeo potrebbe portare con sé, come sottolineato dalla relazione di Béla Galgóczi (Istituto sindacale europeo, Bruxelles). La Sezione Europea della rete Rldwl non è un fenomeno isolato ma si colloca all’interno di una tendenza in atto che vede attualmente la formazione di una rete americana di istituti per il lavoro, collegando Canada, Usa e i paesi del Sud America, ed in prospettiva futura si auspica la costituzioni di reti in altre regioni del mondo.


 


L’ultimo giorno del convegno, sabato 21 giugno, avendo avuto modo di analizzare l’attuale situazione del lavoro nella società italiana ed europea ed in seguito ad un dibattito tra tutti i relatori del Convegno, Francesco Garibaldo, Direttore della Rete Internazionale Rldwl nonché Direttore di IpL, ha delineato quali saranno le tematiche su cui si focalizzeranno i progetti di ricerca della sezione europea Rldwl definendo in tal modo un programma di lavoro a cui tutti i membri della rete europea parteciperanno seppure con ruoli e funzioni diversi:


 


·                    Partecipazione diretta ed indiretta. In merito a questo tema si è proposto di sviluppare degli studi di caso attraverso cui evidenziare delle evidenze empiriche. A tal proposito si cercherà di coinvolgere nei  progetti di ricerca anche i paesi candidati all’allargamento europeo


·                    Government e governace, e quindi chiarire cosa rientra nelle competenze del government e cosa invece rientra nelle competenze della governance ridefinendo il concetto di networking in modo tale che risulti accessibili a tutti e non sia solo un’opportunità per pochi attori dotati di potere. Come metodo di lavoro si propone di intraprendere una comparazione europea delle relazioni tra government e governance. In merito a questo tema si suggerisce anche la possibilità di poter usufruire delle linee di finanziamento previste dal Sesto Programma Quadro promosso dalla Commissione Europea.


·                    Learning organisations. In una dinamica internazionale in cui tutto è mutevole appare opportuno sviluppare approcci comuni di apprendimento delle organizzazioni. Come metodo di studio si decide di avviare degli studi di caso in Europa


·                    Ruolo dei sindacati e dell’associazionismo imprenditoriale a livello nazionale ed europeo. Come metodo di studio per questa tematica si pensa a strumenti di ricerca qualitativa quali la Conferenza di Ricerca, la Costruzione di Scenari e i Gruppi di Discussione.


 


 

Davide Dazzi

Davide Dazzi

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