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Home - Notizie del giorno - Istat, meno esclusione sociale nel 2025, ma un lavoratore su dieci è povero

Istat, meno esclusione sociale nel 2025, ma un lavoratore su dieci è povero

2 Aprile 2026
in Notizie del giorno, In evidenza
Ocse, in Italia serve tassa patrimoniale contro disguaglianze sociali

Nel 2025 i dati sulle condizioni di vita in Italia mostrano segnali di miglioramento rispetto all’anno precedente. La quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale nel 2025 scende al 22,6% (era 23,1% nel 2024), per un totale di circa 13 milioni e 265mila persone. Si tratta di individui che si trovano in almeno una delle seguenti tre condizioni: a rischio di povertà, in grave deprivazione materiale e sociale o a bassa intensità di lavoro. È quanto emerge da un report dall’Istat.

Nel dettaglio, sono considerati a rischio di povertà gli individui che vivono in famiglie il cui reddito netto equivalente dell’anno precedente quello d’indagine (senza componenti figurative o in natura) è inferiore al 60% del reddito mediano.

In leggero aumento (5,2% dal 4,6% del 2024) la quota di popolazione in condizione di grave deprivazione materiale e sociale, cioè di coloro che presentano almeno sette segnali di deprivazione dei 13 individuati dal nuovo indicatore Europa 2030; si tratta di segnali relativi alla presenza di difficoltà economiche tali da non poter affrontare, ad esempio, spese impreviste, il pagamento dell’affitto, un pasto adeguato, piuttosto che una settimana di ferie all’anno o regolari attività di svago fuori casa. Nel 2025, si trovano in tale condizione più di 3 milioni di individui.

Nel 2025 riduce invece a 8,2% (dal 9,2% del 2024), la quota di individui che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro, cioè famiglie i cui componenti tra i 18 e i 64 anni nel corso dell’anno precedente hanno mediamente lavorato meno di un quinto del tempo in cui avrebbero potuto farlo. In termini assoluti, questa condizione coinvolge circa 3 milioni e 873mila persone. La diminuzione della bassa intensità lavorativa si lega alla crescita dell’occupazione osservata nel corso dell’anno ed è particolarmente marcata nel Nord-est (2,8% dal 4,3%) e nel Centro (5,5% dal 7,8%), tra le persone sole con meno di 65 anni (13% dal 15,9%), le coppie con figli (4,8% dal 5,6%) e i monogenitori che, pur presentando livelli più che doppi rispetto alla media nazionale, scendono al 18,2% dal 19,5% del 2024.

Il Nord-est si conferma la ripartizione con la minore incidenza di rischio di povertà o esclusione sociale (11,3%, era 11,2% nel 2024), mentre il Mezzogiorno quella con la più alta (38,4%, era 39,2% nel 2024).

Anche nel 2025, l’incidenza del rischio di povertà o esclusione sociale è più bassa per chi vive in coppia senza figli, in particolare per le coppie giovani con persona di riferimento con meno di 65 anni (16%), e più alta per i monogenitori (31,6%), le coppie con tre o più figli (30,6%) e le persone sole (28,6% se di età inferiore ai 65 anni, 29,6% se ultrasessantaquattrenni).
Per le coppie con un figlio, il rischio di povertà o esclusione sociale rimane contenuto (17,4%) e al di sotto della media nazionale (22,6%), mentre per le coppie con due figli sale al 20,6%.

Per tutte le tipologie familiari si osserva una diminuzione del rischio di povertà o esclusione sociale tra il 2024 e il 2025, particolarmente accentuato per le coppie con tre o più figli che, avendo beneficiato di misure di sostegno più robuste rispetto alle altre tipologie familiari, mostrano una decisa riduzione (30,6% rispetto al 34,8% del 2024). Permangono, tuttavia, per questa tipologia familiare le difficoltà di conciliazione del lavoro e degli impegni di cura: la bassa intensità di lavoro mostra un aumento. Fanno eccezione le persone sole, per le quali il rischio di povertà o esclusione sociale si mantiene sostanzialmente stabile, e le coppie con due figli che mostrano un aumento.

Il rischio di povertà o esclusione sociale – più alto tra coloro che possono contare principalmente sul reddito da pensioni e/o trasferimenti pubblici (32,6% dal 33,1% nel 2024) e più contenuto per coloro che vivono in famiglie in cui la fonte principale di reddito è il lavoro dipendente (14,3% dal 14,8%) – tra il 2024 e il 2025 aumenta in maniera evidente per le famiglie la cui fonte principale di reddito è da lavoro autonomo (23,9%, da 22,7% nel 2024).

Infine, il rischio di povertà o esclusione sociale aumenta per gli individui in famiglie con almeno un cittadino straniero (41,5% rispetto al 37,5% del 2024) e si contrappone alla riduzione tra gli individui in famiglie composte da soli italiani (20,1%, dal 21,2% dell’anno precedente).

Nel 2024, il reddito medio annuo delle famiglie (39.501 euro) cresce, rispetto al 2023, sia in termini nominali (+5,3%) sia in termini reali (+4,1%), crescita che si associa alla riduzione della disuguaglianza nella distribuzione: l’ammontare di reddito percepito dal 20% delle famiglie con i redditi più elevati è 5,1 volte quello percepito dal 20% delle famiglie con i redditi più bassi (5,5 del 2023).

Nel 2025, risulta a rischio di povertà lavorativa il 10,2% degli occupati tra i 18 e i 64 anni, sostanzialmente invariato rispetto al 10,3% del 2024. Le donne presentano un rischio di povertà lavorativa inferiore a quello degli uomini (8,2% contro 11,7%), nonostante abbiano una maggiore probabilità di avere un lavoro a basso reddito; in effetti, spesso le donne sono “seconde percettrici” di reddito da lavoro nel nucleo familiare e la bassa retribuzione non si traduce necessariamente in un rischio di povertà familiare.

In generale, infatti, il rischio di povertà lavorativa tra gli occupati a basso reddito da lavoro si attesta al 36,6%, ad indicare che quasi i due terzi dei lavoratori con basso reddito non sono a rischio di povertà lavorativa. Ampio lo svantaggio degli stranieri, che risultano a rischio di povertà lavorativa nel 25,9% dei casi rispetto all’8,3% stimato per gli italiani.

Le caratteristiche familiari sono molto rilevanti nel determinare la condizione di povertà lavorativa: l’indicatore risulta pari al 13,3% per le persone sole, rispetto al 4,2% delle coppie senza figli. La presenza di figli accentua il rischio, che passa dal 7,8% per le coppie con un figlio al 16,7% per quelle con tre o più figli. Nel caso in cui all’interno del nucleo vi siano più percettori di reddito, l’incidenza della povertà lavorativa risulta notevolmente ridotta: se per i nuclei con un solo percettore l’indicatore è pari al 20,4%, per quelli con tre o più percettori scende fino al 5,7%.

L’Istat ha spiegato che si definisce a rischio di povertà lavorativa un individuo che vive in una famiglia a rischio di povertà e ha lavorato per più della metà dell’anno. Tale indicatore “adotta dunque una definizione restrittiva di occupato, dal momento che esclude gli individui con una presenza discontinua sul mercato del lavoro e che presentano un maggior rischio di basso reddito”.

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