L’occupazione femminile ha raggiunto quasi il 49%, ma l’Italia è penultima nella classifica europea sulla quota delle donne che lavorano. Lo afferma l’Istat nel rapporto annuale, secondo cui in Italia nel 2017 “per il quarto anno consecutivo” il tasso di occupazione generale cresce, attestandosi al 58%, “ma è ancora 0,7 punti percentuali sotto il livello del 2008 e lontano dalla media Ue”.
“Il riavvicinamento ai valori del 2008 – sottolinea l’istituto di statistica – si deve esclusivamente alla componente femminile (+1,7 punti dal 2008 in confronto a -3,1 degli uomini) anche se l’Italia si caratterizza per un tasso di occupazione femminile più basso della media europea (48,9% contro 62,4%). Si tratta del valore più basso dopo la Grecia”.
Sempre per quanto riguarda il versante femminile, l’Istat rileva permanenti difficoltà per le giovani madri ad inserirsi nel mercato del lavoro. Dall’analisi degli indicatori di Benessere (Bes) prodotti dall’Istat, nel 2017 diminuisce il rapporto tra il tasso di occupazione delle donne con figli in età prescolare (stabile intorno al 55 per cento) e di quelle senza figli (in aumento al 73 per cento circa nell’ultimo anno). All’espansione dell’occupazione non è dunque corrisposto un miglioramento dell’insieme delle condizioni che consentono alle giovani madri di affacciarsi sul mercato del lavoro.
Il rapporto analizza poi la situazione lavorativa delle famiglie e rileva che in Italia sono 2,1 milioni le famiglie “jobless”, ovvero senza una persona che riceve un reddito da lavoro. “La solidità economica della famiglia è determinante nella scelte di vita, scolastiche e lavorative dell’individuo –sottolinea il rapporto -. I rischi di vulnerabilità economica sono minori in presenza di uno o più redditi da lavoro in famiglia. Nel 2017, se si selezionano le famiglie con almeno un componente di 15-64 anni (il 72,8% del totale di quelle residenti), le famiglie jobless (senza percettori di reddito da lavoro) ammontano a 2,1 milioni, in riduzione del 3,5% rispetto a un anno prima”.
L’Istat si focalizza anche sul fenomeno del sottoutilizzo del capitale umano (over education o sovraistruzione), definendolo “un fenomeno rilevante tra i giovani diplomati e laureati”. Nel secondo trimestre 2016, infatti, il 40% dei giovani diplomati e il 30% dei giovani laureati hanno dichiarato che per svolgere adeguatamente il proprio lavoro sarebbe sufficiente un livello di istruzione più basso rispetto a quello posseduto.
“Considerando la rete usata per la ricerca del lavoro – aggiunge l’istituto di statistica – l’incidenza dei sovraistruiti tra quelli che hanno utilizzato canali informali è del 47,6% tra i diplomati e del 51,8% tra i laureati. Al contrario, tra quelli che hanno utilizzato canali formali, i sovraistruiti sono il 36,8% tra i diplomati e il 27,9% tra i laureati”.
Altro dato correlato all’istruzione è che un giovane laureato su quattro trova lavoro “attraverso una segnalazione di parenti o amici o la conoscenza diretta del datore di lavoro”. Tra i laureati del 2011 occupati nel 2015, uno su tre ha trovato lavoro grazie all’inserzione su giornali o internet o l’invio del curriculum a datori di lavoro. Chi trova lavoro con canali formali dichiara una maggiore soddisfazione per l’impiego ottenuto.
“Una valutazione sintetica – spiega l’istituto di statistica – della bontà dell’occupazione determinata su diverse dimensioni (retribuzione, stabilità del lavoro, adeguatezza della professione al titolo di studio conseguito e regime orario) mette in luce che un inserimento lavorativo avvenuto attraverso le segnalazioni di familiari o amici porta a ottenere un impiego caratterizzato in assoluto da retribuzioni più basse, minore stabilità e coerenza con il percorso di studi concluso”.





























