di Aris Accornero, professore emerito di sociologia industriale all’Università di Roma La Sapienza
Le proposte appena presentate dalla Confindustria in merito al sistema italiano di relazioni industriali si possono compendiare così: riconfermiamo il Patto del ’93, che peraltro richiede alcune necessarie correzioni dovute al tempo trascorso e all’esperienza fatta, e che andrebbe integrato definendo un nuovo “patto costituzionale” fra le parti sociali. Il tutto detto con estrema misura e perfino con eccessive cautele. Meglio essere prudenti, devono essersi detti a Viale dell’Astronomia.
Pur tenuto conto dei rilievi fatti e dei ritocchi proposti – l’elenco dei “flessibilizzare qui” e dei “derogare là” è piuttosto nutrito e in parte motivato – la lettura del documento mi sembra davvero istruttiva, per almeno una ragione sostanziale: non ci poteva essere un migliore riconoscimento del sistema di relazioni industriali introdotto dal “Protocollo” voluto da Ciampi e da Giugni. Considerato che il documento si apre sottolineando la drammatica situazione in cui stanno l’industria e il Paese; e tenuto conto che drammi analoghi avevano spinto alla firma del Patto, i contenuti e il tono stesso della proposta confindustriale fanno riflettere, compresa la parte sul “cuneo contributivo”, rivolta soprattutto al Governo. Evidentemente, un grande Paese dell’euro e dell’Europa non può permettersi di abbandonare un patto che regola le relazioni fra capitale e lavoro, dalle quali dipende tanta parte delle politiche economiche e sociali. Altro che fare a meno della contrattazione collettiva con i sindacati, ai quali del resto fa numerosi riferimenti anche la “legge Biagi”: le relazioni industriali sono davvero un “fattore di competitività”, specie se collaborative. (Il documento parla anche di “coinvolgimento dei lavoratori sugli – sic – obiettivi dell’azienda”; e lo fa in così poche parole che le preferisco comunque alle tante vane chiacchiere lette in argomento.)
Tutto ciò è istruttivo innanzitutto per quegli imprenditori che, istigati dalla precedente dirigenza confindustriale, avevano lanciato fulmini e sparato moccoli contro il modello contrattuale in atto, dicendo “basta” al contratto nazionale e “viva” al contratto aziendale. Ciò è istruttivo anche per quei sindacalisti che, reagendo all’ostracismo del centro-destra verso la concertazione, volevano mandare a carte quarantotto il Patto perché, fra le altre cose, ha comportato una moderazione salariale mal ripagata dal Paese. Ma ciò è altresì istruttivo per quei politici che nel 1998, considerate le difficoltà di una intesa fra le parti, avevano ritenuto sufficiente una enfatica riconferma del Patto, inflazionato dalla illusoria moltiplicazione delle sedi concertative.
Con il suo documento la Confindustria rimette con i piedi per terra il dibattito sul modello contrattuale. Essa ricorda in primo luogo che i due livelli non sono una bizzarria italiana ma una tendenza europea. Essa ribadisce inoltre che il contratto nazionale deve salvaguardare il potere d’acquisto in modo tale che lo sviluppo assicuri l’equilibrio fra inflazione e occupazione; e che la contrattazione integrativa deve remunerare la produttività in un modo dinamico tale da premiare sia le prestazioni che i risultati.
In tal modo la Confindustria respinge da un lato il proponimento di articolare i salari su basi territoriali onde adeguarli al carovita: un ribaltamento tale che potrebbe mettere in lizza i lavoratori delle diverse province (unità di base per il calcolo del carovita), e configurare “gabbie mobili salariali” peggiori di quelle abbandonate nel 1968. Dall’altro lato la Confindustria circoscrive la contrattazione integrativa al livello aziendale (anche se il testo aggiunge “o alternativamente territoriale, laddove già previsto”); ciò sembra trascurare i vantaggi di “performance” assicurati da intese quali quelle che le parti sociali raggiungono nelle zone distrettuali sui sistemi degli orari e dei trasporti.
Ma soprattutto la Confindustria rivaluta e rilancia il livello interconfederale, quello più negletto in tutti questi anni. E’ questo il livello che va promosso e che deve fare da raccordo, e anzi da collante, a tutto il modello contrattuale. Se questo livello manca, è inevitabile che una supplenza politica si incarichi di provvedere. E’ bene invece che si crei un costume di incontri periodici per esaminare “l’evoluzione complessiva dello stato dell’industria, dell’occupazione e del sistema di relazioni industriali”, così come la prassi di esprimere congiuntamente valutazioni e proposte da sottoporre al Governo e al Parlamento. Non dimenticherei peraltro che il Cnel stesso, come camera delle parti sociali, potrebbe vivificarsi se venisse congiuntamente coinvolto in questi stessi fini.
























