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Home - Rubriche - Giochi di potere - La corsa resistibile di Giorgia

La corsa resistibile di Giorgia

di Riccardo Barenghi
17 Giugno 2022
in Giochi di potere
La corsa resistibile di Giorgia

Cosa vuole fare da grande Giorgia Meloni? Il premier. E Matteo Salvini? Il premier. Enrico Letta invece? Il premier. Anche a Carlo Calenda piacerebbe tanto fare il premier, figuriamoci a Matteo Renzi che ancora non ha digerito la sua traumatica uscita da palazzo Chigi dopo la debacle referendaria che si era procurato da solo. Forse, chissà, perfino Silvio Berlusconi sogna di tornare a guidare il governo, malgrado l’età e gli acciacchi che si porta addosso. Nell’ombra, ma neanche troppo, navigano i tecnici, anche loro non disprezzano l’idea di poter diventare presidente del consiglio qualora i partiti non ce la facessero. E tra loro, il primo della lista è ovviamente l’attuale premier Mario Draghi.

Tutti premier in pectore, ma come cantava Gianni Morandi, “uno su mille ce la fa”. E chi ce la farà allora, chi riuscirà tra un anno a sedersi su quella poltrona tanto agognata? La risposta sembra semplice, ci riuscirà chi avrà vinto le elezioni. Già, ma vincerle non sarà una passeggiata o – per citare Mao tse Tung – non sarà un pranzo di gala.

Oggi, dopo il primo turno delle elezioni amministrative tutti gli opinion makers dicono che Meloni sia la vera vincitrice della tornata e che quindi, in caso il centrodestra vincesse le politiche, toccherà a lei entrare a palazzo Chigi. Lei che, secondo tutti i sondaggi, guida il primo partito italiano, con il 21/22% dei consensi. Che è riuscita, rimanendo all’opposizione del governo di pseudo unità nazionale, a guadagnare punti e a sorpassare il suo alleato-rivale Matteo Salvini, ormai in piena crisi politica e di immagine. Per di più è anche “una donna, una madre, una cristiana”… e magari ancora un po’ fascistoide visto il discorso pronunciato in spagnolo pochi giorni fa al congresso di Vox, il partito franchista iberico. Certo, se la sua coalizione riuscirà a rimettere in sesto la propria unità, che al momento appare tutt’altro che solida, e se ovviamente riuscirà a ottenere la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, e se i Fratelli d’Italia risulteranno essere il primo dei tre partiti, allora toccherà certamente a lei ricevere l’incarico dal Capo dello Stato e diventare la prima donna premier nella nostra storia.

Ma non è affatto detto che tutti questi se si trasformeranno in un sì.  Dipenderà anche da tutti coloro che non si sentono di centrodestra. Gli italiani che votano o che dovrebbero votare (visto l’astensionismo crescente, il condizionale è d’obbligo), sceglieranno in maggioranza Meloni, Salvini e Berlusconi? Oppure smentiranno i sondaggi e come diceva Totò “si butteranno a sinistra”? Ecco, appunto la sinistra, o meglio quel mondo che comprende anche la sinistra ma anche molti atri pezzi del quadro politico, riuscirà a svegliarsi e a proporre agli italiani un progetto serio di riforme e quindi di governo, oppure continuerà per quasi un altro anno a dimenarsi tra le sue divisioni, i suoi veti incrociati e le sue smanie di protagonismo. In fondo, quel campo largo ipotizzato dal leader del Pd avrebbe sulla carta tutte le possibilità per giocarsi la partita, con qualche speranza di vincerla.

Certo, bisognerebbe mettere insieme il Partito democratico, i Cinquestelle, Azione, Italia Viva, Articolo uno e Sinistra italiana, più pezzi sparsi di chi vuole evitare che la destra vada al potere. Una missione se non impossibile, quantomeno molto complicata. Tuttavia varrebbe la pena provarci, altrimenti quale sarebbe il senso politico di chi si sente di centrosinistra? E infatti Letta ci sta provando, insieme a Bersani e Speranza. Ma gli altri mica tanto. Lo stesso Conte, alle prese con i guai seri del suo Movimento, non si capisce ancora cosa voglia fare da grande: della serie, indeciso a tutto. Gli altri protagonisti preferiscono giocare in un campo stretto, forse strettissimo. Non intendono allearsi con i grillini, che vedono come fumo negli occhi – “o noi o loro” – e immaginano un piccolo centro politico che ottenga qualche voto e qualche seggio per poi allearsi con chi avrà vinto. Visione politica miope, ma tant’è: questi sono Renzi e Calenda, ovvero l’autoreferenzialità fatta persona. E non basta neanche il timore che l’Italia venga governata da una destra che è meglio perderla che trovarla. Anzi, la loro obiezione è che non ci si può mettere insieme solo per evitare il peggio. Come se il peggio non fosse appunto il peggio.

Ma il loro progetto è in realtà un altro, ovvero scommettono sul fatto che nessuno dei due schieramenti riuscirà a vincere le elezioni. E che, di conseguenza, si dovrà per forza ricominciare con un governo di unità nazionale, con dentro tutti quelli che vorranno starci.  Naturalmente diretto dall’attuale premier. Sia Renzi che Calenda lo dicono pubblicamente, oggi c’è Draghi e domani pure. Tanto varrebbe allora risparmiarci la fatica e il costo delle elezioni, dando così ragione al popolo dell’astensione. Che non vota più perché tanto dopo non cambia niente.

Riccardo Barenghi

Riccardo Barenghi

Riccardo Barenghi

Giornalista

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