di Giuliano Cazzola, Centro studi Marco Biagi
1. La vicenda delle pensioni ha rimesso in campo le solite contraddizioni della sinistra: la sua subordinazione quasi psicologica e culturale al sindacato; la perenne tentazione di mandare al potere la fantasia; il radicamento in una rappresentanza sociale sempre più angusta e conservatrice. In sostanza, vecchi problemi irrisolti, vecchie calze dell’identità da rammendare. Ma in mezzo a tanti “arsenico e vecchi merletti” ha fatto capolino anche un fenomeno nuovo. E’ emerso con chiarezza che il conflitto (non componibile nonostante la volontà di fare pace) tra il Governo e la Cgil (la confederazione di Guglielmo Epifani condiziona anche Cisl e Uil ) non ha più reali e concrete motivazioni sindacali. La questione delle pensioni si è ormai trasformata in una sfida aperta tra le anime della sinistra, ambedue in profonda trasformazione e in competizione tra loro. La posta in gioco è la conquista dell’arsenale della Cgil ovvero della più importante (sul piano operativo e finanziario) organizzazione della gauche, il cui gruppo dirigente è diviso tra chi sta con il Partito democratico (per ora in minoranza) e chi si è arruolato nella <Cosa rossa>. Se non si coglie questo aspetto, il dibattito politico interno alla confederazione diventa incomprensibile. Ha ragione Beniamino Lapadula (lo sherpa che da quindici anni partecipata ai negoziati in materia di previdenza): non si è mai visto un sindacato voltare le spalle, quasi con sdegno, alla possibilità di raggiungere un accordo sostanzialmente positivo.
A parte le onerose concessioni per quanto riguarda i giovani, il mercato del lavoro, i trattamenti pensionistici più bassi, il Governo ha fatto delle importanti aperture (anzi dei veri e propri cedimenti ) anche sui nodi cruciali del superamento dello <scalone> e della revisione dei coefficienti di trasformazione. Come dovrebbe reagire un sindacato che riesce a far cambiare una norma in vigore e a consentire, dal prossimo anno, il pensionamento d’anzianità (si tratta di un’esigua minoranza di lavoratori interessati, molti dei quali autonomi) a 58 anni anziché a 60 ? L’innalzamento dell’età pensionabile – lo sanno anche Epifani, Bonanni ed Angeletti – è un’esigenza imprescindibile, dettata prima ancora dagli andamenti della demografia che dalle esigenze riconosciute dell’economia e della politica. L’Esecutivo era pronto persino a scaglionare nel tempo gli ulteriori scalini, prevedendo altresì un percorso più lento per gli operai (esponendosi a vere e proprie acrobazie ed avventure sul piano della copertura finanziaria). Cesare Damiano ha avanzato una proposta (58 anni nel 2008 più tre anni di sperimentazione di blandi incentivi) che costituiva in pratica una resa incondizionata ai sindacati.
Ma tutto è stato fino ad ora inutile. Il <catenaccio> tra l’ala sinistra della maggioranza (il Paese è nelle mani della terribile coppia Giordano-Diliberto!) e la <quinta colonna> della Fiom e della Funzione pubblica hanno determinato la paralisi della Cgil, per il timore di essere scavalcata a sinistra da una parte dell’Unione. E’ una situazione, questa, che ci riporta indietro al 1984: al conflitto sulla c.d. scala mobile, anch’esso determinato dalla sfida aperta all’interno della sinistra d’allora. Bettino Craxi seppe tener duro. E vinse. Questa volta non sarà così. Ma quella delle Confederazioni (ovvero della Cgil, poiché Bonanni e Angeletti sono solo dei comprimari poco ascoltati) sarà una vittoria di Pirro. Epifani ha pensato di poter usare la politica per realizzare i propri obiettivi (si veda la lettera dei quattro ministri che è stata certamente concordata col segretario della Cgil), ma alla fine si è trovato a fare i conti con un convitato di pietra che gli ha precluso ogni flessibilità negoziale. Ma l’errore strategico di fondo lo stanno commettendo i fautori del Partito democratico (ecco perché non si capisce l’accondiscendenza di Prodi verso l’ultrasinistra). Darla vinta oggi alla Cgil sarà di cattivo auspicio per la componente riformista del centro sinistra, perché favorirebbe l’ala massimalista, sul piano politico fino a far prevalere, in suo favore, la lotta per il potere nella Confederazione di Corso d’Italia.
2. Del Pd si parla con riferimento alla sua leadership, ai rapporti tra i partiti costituenti e con il Governo. Gli effetti dei nuovi processi sulla <questione sindacale> restano ancora sotto tono non solo sui media e nei commenti, ma anche nel dibattito interno alle stesse confederazioni. Le nuove aggregazioni politiche sono evidentemente temute più che favorite dai vertici sindacali. Al recente Congresso dalla LegaCoop, per esempio, è stata lanciata alle altre Centrali cooperative la proposta di unificazione, proprio nella prospettiva del futuro Partito democratico, assunto nei fatti come prossimo massimo comune denominatore dei movimenti nati distinti in conseguenza delle storiche distinzioni del sistema politico del dopoguerra. Un’idea siffatta non è presa nemmeno in considerazione dal movimento sindacale. Neppure dalle confederazioni oggettivamente più vicine al Pd. Nella Uil proseguirà la coabitazione tra una maggioranza che si ritroverà nel Pd ed una piccola ma agguerrita minoranza (più robusta tra gli iscritti che negli organi dirigenti) vicina a Forza Italia. Probabilmente, nella Uil, sarà presente anche una componente neo socialista, promossa da Enrico Borselli. Nella Cisl, il gruppo dirigente è vicino alla Margherita (soprattutto dopo la confluenza di Sergio D’Antoni nel partito di Francesco Rutelli). La base è assai più articolata, nel senso che molti iscritti votano per il Centro destra. Ma, come è sempre accaduto in questa confederazione, il dibattito interno non sarà connotato in particolare dalle appartenenze politiche, anche se le stesse continueranno ad essere accortamente gestite.
La situazione più complessa si avrà nella Cgil. Nel nuovo quadro politico la Cgil si troverà a rappresentare – nel gruppo dirigente e negli iscritti – il mosaico derivante dalla ristrutturazione del Centro sinistra: democratici, <separati>, sinistrorsi di varie umanità. Ma c’è di più. A sinistra della più importante delle confederazioni storiche è in incubazione una coalizione informale – che tiene insieme il sindacalismo di base (Rdb e Cobas) e la fronda estremista della Cgil (nonché tutto il mondo no global) – raccolta intorno ad un’organizzazione importante (più per la sua storia che per il suo presente) come la Fiom. Dopo il flop della manifestazione perbenista anti Bush il rapporto con i movimenti (in profonda crisi) è diventata una specie di corrente elettrica che – dal Prc attraverso la Fiom – arriva ai vertici della Cgil e provoca un corto circuito tra il sindacato e il Governo. L’avere tra i propri militanti molti autorevoli dirigenti della Cgil non significa affatto che il movimento di Fabio Mussi e compagni sia in procinto di diventare un grande partito. Nelle previsioni più ottimiste, quanti già adesso prefigurano una Cosa che sorga alla sinistra del Pd si limitano ad attribuirvi un quoziente elettorale a due cifre (più vicino al dieci per cento che oltre). La <cinghia di trasmissione> continuerà a funzionare alla rovescia: da Corso d’Italia fino alle sedi delle forze della sinistra-sinistra. Sarà la confederazione a poter disporre di una componente politica alleata (e sostanzialmente subordinata) all’interno della coalizione dell’Unione. La nuova Cosa avrà tutto l’interesse a voler rappresentare le istanze di un sindacato importante e a difenderne le posizioni. Sempreché ovviamente si tratti di difesa ad oltranza dell’esistente. Del resto, è quanto accade anche in altri Paesi europei, a partire dalla Germania. Le formazioni politiche che nascono alla sinistra della socialdemocrazia, (sempre più spinta – ancorché riluttante – sul terreno delle riforme del mercato del lavoro e della sicurezza sociale) finiscono per giustificare il proprio ruolo, cimentandosi su di una linea di resistenza al cambiamento e alle riforme economiche e sociali, garantendo in tal senso un appoggio irriducibile ad un sindacato deciso a resistere, ma anche condizionandone l’iniziativa mediante una concorrenza spuria nei confronti dei settori del mondo del lavoro, colpiti dalle trasformazioni.
3. Ecco perchè non è fantapolitica immaginare che i principali referenti sindacali del costituendo Pd saranno la Cisl e la Uil. Non tanto in ragione di comuni legami d’appartenenza e di militanza, quanto piuttosto per una convergente cultura riformista. Nonostante gli sforzi dialettici di Walter Veltroni per conciliare riformismo e radicalità, l’operazione Pd avrà un senso (e successo) soltanto se si accrescerà lo <spirit of governement> della sinistra moderata. La considerazione vale, certamente, per la componente Margherita. Anche i Ds in marcia verso il Pd, tuttavia, potranno considerare l’affievolimento del legame con la Cgil come una liberazione, attesa ormai da un decennio, da quando, cioè, erano quotidiane le polemiche tra Massimo D’Alema (allora premier) e Sergio Cofferati (allora al vertice della Cgil). Il lider maximo ha avuto un guizzo di ribellione (impotente) anche adesso, quando al Festival della Cgil nel Pistoiese ha mandato a quel paese un cinguettante Epifani. Che uno dei più autorevoli dirigenti della coalizione di centro-sinistra sia sceso (tardivamente) in campo con grande durezza nel bel mezzo di una controversia tanto patetica da divenire persino tragica, un significato lo ha: anche nella parte <riformista> della maggioranza sta crescendo una grande insofferenza nei confronti di sindacati (in primis proprio della Cgil) che, sulla questione dell’innalzamento dell’età pensionabile di anzianità, hanno superato ogni limite di ragionevolezza e di decenza.


























