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Home - Approfondimenti - La nota - La strada di Pippo Morelli

La strada di Pippo Morelli

di Giuliano Cazzola
24 Novembre 2020
in La nota
La strada di Pippo Morelli

“Sapere Libertà Mondo. La strada di Pippo Morelli” è un libro di oltre 500 pagine, edito (ma non ancora diffuso) da EdizioniLavoro, nel quale si racconta (vi è una prefazione di Bruno Manghi che lo conobbe e lo stimò)  la storia di Giuseppe (Pippo) Morelli, un dirigente della Fim e della Cisl, morto nel 2013 dopo aver trascorso ben venti anni a scontare le conseguenze di un ictus che lo aveva reso inabile.

Il destino aveva voluto offuscare il  cervello di un uomo onesto, coraggioso, intelligente e colto. L’autore è Francesco Lauria un giovane che è cresciuto nei luoghi del ‘’sapere’’ di questa confederazione, intento ad accumulare cascine nel granaio del Centro Studi di Firenze. E – a pensarci bene – proprio Lauria rappresenta un elemento essenziale della straordinarietà di questo saggio. Tra Pippo e Francesco correva una differenza di età di mezzo secolo. Francesco era ancora un bambino quando Pippo aveva già cessato l’attività sindacale (l’ultimo incarico ricoperto fino al 1989 lo vide direttore del Centro Studi di Firenze). Non ebbe mai occasione di conoscere Pippo; lo incontrò, come scrive nel libro, “di sfuggita” nel 2012, quando Pippo, malato, era custodito e curato dagli affetti familiari e non poteva neppure rendersi conto di trovarsi con una persona che ha dedicato ben dieci anni di vita a tramandare “La strada di Pippo Morelli”. E’ sorprendente che un giovane si accorga di una personalità schiva, riservata, impegnata in ruoli importanti, ma fuori dal cono dei riflettori, di un leader “della porta accanto”,  di un sindacalista che – a dire di Pierre Carniti – non sapeva fare i comizi pur se il grande leader gli riconosceva delle qualità umane e professionali preziose in un gruppo dirigente. Ed è ancor più sorprendente che questo stesso giovane si dedichi  alla vita  di Pippo quando ormai era non solo in disarmo sul piano dell’impegno politico (fare parte della Agenzia del lavoro dell’Emilia Romagna consisteva allora in una sine cura), ma era prossimo al momento in cui un ‘’giusto’’, condannato all’oscurità dell’intelletto, vede esaudire la ‘’beata speranza’’ che  lo ha accompagnato nel conforto della fede per tutta l’esistenza.

A leggere il libro di Lauria (che cortesemente mi ha inviato una copia in anteprima) mi è venuto in mente un brano  della ‘’Storia della Rivoluzione russa’’ di Lev Trotsky.  Il leader bolsevico si sofferma a lungo nel descrivere una manifestazione di piazza attaccata dalla Polizia zarista, soffermandosi sui tanti episodi che si svolgono all’interno della sommossa. Poi, a un certo punto,  Trotsky si ferma e sente quasi il dovere di spiegare al lettore come mai fosse in grado, a tanti anni di distanza,  di scendere così diffusamente nei particolari, addirittura ricordando i nomi dei compagni venuti alle mani con le guardie. E fornisce una spiegazione inoppugnabile: “c’ero anch’io” Lungi da me l’idea di addentrarmi in paragoni impropri, ma scorrendo la storia di Pippo ho ripercorso anche la mia: in molti casi, narrati nel libro, anch’io ero lì, insieme a lui. Ho lavorato con Morelli nella segreteria della FLM, quella “gloriosa” dell’autunno caldo, dei consigli di fabbrica, dell’unità sindacale; ho condiviso con lui le stesse chimere e sofferto le medesime delusioni.

Nei primi anni ’70 andavamo in giro insieme lungo la Penisola (con qualche dirigente della Uilm di Giorgio Benvenuto) a richiamare all’ordine le strutture periferiche che non si rassegnavano ad incamminarsi lungo un percorso unitario. Erano esperienze che ti riempivano la vita, e ti sentivi di lottare, spalla a spalla, con un amico che condivideva la tua missione; di essere in campo per una causa talmente giusta da non ammettere esitazioni né diserzioni. Poi, anni dopo, mi sono ritrovato a lavorare con Pippo in Emilia Romagna, io in Cgil, lui in Cisl. La sorte volle che ambedue ricoprissimo il ruolo di segretari generali delle nostre rispettive organizzazioni nel 1984 (il 14 febbraio)  ai tempi del decreto di San Valentino sulla ‘’scala mobile’’ e del conflitto tra le confederazioni sindacali e all’interno della stessa Cgil. Se guardo alle date del curriculum di Pippo credo che lui avesse lasciato l’incarico, a maggio, per approdare al Centro Studi, prima del referendum del giugno del 1985 (in tempo però per  impegnarsi nella campagna referendaria). Nel libro ho trovato conferma di ciò di cui mi ero accorto in quegli anni lontani. Morelli non era molto convinto della posizione della Cisl e di Pierre Carniti; gli atti riportati nel testo lo dimostrano. Del resto Pippo non era abituato ad obbedire e basta. La sua è una storia intessuta di coerenza nel dissenso, costi quel che costi. Io mi trovavo nella posizione scomoda di socialista (absit iniuria verbis) in partibus infidelium; ma Ottaviano Del Turco (d’accordo con Luciano Lama) mi aveva incaricato di tenere aperto un filo di dialogo con i comunisti, tanto che riuscimmo a svolgere delle iniziative comuni anche durante la fase dello scontro. Ho scoperto che Morelli, in quei mesi, lavorava dentro la sua organizzazione allo scopo di non lacerare del tutto quel tessuto unitario a cui aveva dedicato anni di impegno e di lavoro. Lauria ricorda quel momento nel brano che segue:

‘’Morelli firma un editoriale intitolato Ragione e volontà  e defi­nisce il febbraio 1984 come un mese drammatico per il sindacato, in cui la Cisl ha tenuto buon senso e nervi saldi per fronteggiare l’unità in crisi; con la ragione per chiarire i contenuti dell’intesa con il go­verno; con la volontà nel rapportarsi con tutti i lavoratori. Morelli non si ferma però al mero sostegno della posizione nazionale e ri­corda anche le difficoltà da affrontare e risolvere: in primis, l’urgen­za di informare e mobilitare le strutture di base e gli iscritti, coinvol­gendoli realmente nella discussione, senza dimenticare la necessità di continuare un’azione diffusa di contrattazione decentrata non so­stituibile dalle attività concertative centrali e la centralità del rilan­cio del rapporto con tutti i lavoratori per ricostruire un’unità sinda­cale basata sull’autonomia’’.

Ecco io mi fermo qui. Mi scuso con Francesco per essermi limitato solo ad alcuni aspetti di un libro tanto importante che, attraverso ‘’la strada di Pippo Morelli’’, descrive l’epopea del sindacato nella seconda metà del XX Secolo. Una storia, di solito, narrata dagli ultimi protagonisti, ancora in vita, di quella stagione. Appartenendo alla schiera dei sopravvissuti, ho molto apprezzato che, in questa occasione, sia stato un giovane a ripercorrere e a riscoprire il ‘’Cammino di Santiago’’ del sindacato. Mi permetto allora di raccontare a Lauria un particolare che  non conosce. La  Fim-Cisl di Pippo Morelli si era data pure un inno. Il ritornello diceva così:

‘’Su raduniamoci, compagni, scendiamo tutti nelle strade/ uniti fummo del passato e ancora uniti combattiam/ conquisteremo finalmente i diritti sacrosanti che spettano al lavor/ e se vedrà la nostra unione, la nostra forte azione il padrone cederà’’.

Certo, l’inno non aveva la solennità de ‘’L’Internazionale’’, ma era bello cantarlo assieme.

Giuliano Cazzola

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