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Home - Approfondimenti - Analisi - L’esigenza di un cambiamento

L’esigenza di un cambiamento

7 Gennaio 2005
in Analisi

di Angelo Stango – Responsabile Relazioni Industriali Merloni Elettrodomestici

La forza delle relazioni industriali sta nella propria credibilità. Oggi le relazioni industriali sono credibili? E’ questa la domanda che occorre porsi prima di analizzare  l’esigenza di cambiare la struttura della contrattazione.

 


Non si è credibili con le divisioni, con gli steccati, con la difesa di principi avulsi dal momento contingente. Non si è credibili se manca una comune progettualità,  una visione comune della realtà, quanto meno su alcuni macrotemi, se si sottovaluta, per tutelare il proprio orticello, il rischio concreto che il sistema, nel suo complesso, spontaneamente, possa partorire un qualcosa che vada al di là delle relazioni industriali stesse.


 


Il tema del cambiamento della struttura della contrattazione è un tema vecchio di anni, che si accende nelle fasi di attrito delle parti, per poi assopirsi nel momento in cui le divergenze sembrano appianarsi. Esso sembra diventare, da una parte, l’alibi all’incapacità di risolvere le varie problematiche, dall’altra corrisponde ad una esigenza di cambiamento gattopardesco, cambiare tutto per lasciare tutto invariato. E’ difficile cambiare, cambiamento significa rimettersi in gioco, significa rinunciare a rendite di posizione, anche se nel piccolo e nel breve periodo in qualche modo pagano, significa abbandonare il certo (che, a ben vedere, è ben poca cosa) per l’incerto.


 


Con tali premesse molti cercano la scorciatoia della regolamentazione, dell’esigibilità. Ecco allora  levarsi voci sempre più forti e numerose per chiedere  regole sempre più particolareggiate, al fine di garantirsi una (falsa) tutela nei confronti dell’altra parte. Questo, però, significa per le relazioni industriali abdicare al proprio ruolo negoziale, che comporta soprattutto la ricerca di soluzioni e l’inventiva capace di garantire il risultato di un maggior benessere, salvaguardando le esigenze di tutti gli attori. Invece ci si affida, per ottenere gli spazi che abbiamo detto, a regole che per la loro necessaria generalizzazione non possono non solo tener conto di tutte le particolarità, ma nemmeno delle necessità di tutte le parti in causa, e quindi necessariamente agiscono al di fuori di ogni logica di consenso.


Senza la logica del consenso è difficile cambiare. E’ possibile farlo con i rapporti di forza, ma non sempre la forza è  dalla stessa parte.


 


Il protocollo del 1993 è stato un mirabile sforzo in direzione del cambiamento, basato sul metodo concertativo, avente come obiettivo comune quello di contenere l’inflazione, avviare una politica dei redditi concordata, premiare la maggiore produttività, qualità e redditività a livello di singola azienda.


Non fu un accordo facile da far capire, ma la concertazione fu la leva per farlo accogliere. Interessante, quindi,  è analizzare cosa è accaduto dopo il 1993.


Da una parte, è cambiato in maniera radicale il mondo del lavoro, sia a livello organizzativo che nel modo di fare impresa. L’apertura dei mercati dell’Est ha fatto diventare il problema della competitività sempre più strategico, le delocalizzazioni per alcune aziende e per alcuni settori sono diventate un fatto vitale. E’ emersa l’esigenza di una maggiore flessibilità delle forme di lavoro, con la conseguenza nascita di nuovi profili e quindi il bisogno di una regolazione e tutela di queste forme di lavoro.


 


Dall’altra si è assistito, da parte delle relazioni industriali, rispetto al protocollo del 1993, alla creazione del “nulla”, ad eccezione, del patto di Natale del 1998, che ha ratificato quel modello. Niente che stesse al passo con gli incredibili cambiamenti che hanno attraversato e che stanno attraversando il mondo del lavoro. Sembra quasi che le parti con l’intesa del 1993, abbiano dato il massimo,  uscendone  esauste, tanto da non  riuscire a trovare nel loro interno la forza per nuove intese adeguate ai mutamenti avvenuti. Anzi, si assiste al verificarsi di passi indietro, come l’affievolirsi della forza  dirompente del metodo concertativo, il non impegnarsi nella ricerca di obiettivi comuni, la rinuncia, nelle singole realtà aziendali, ad incentivare la maggior produttività, qualità e redditività.


 


Per questo stato dei fatti ritengo quindi preliminare, prima di inoltrarsi sulla difficile strada del cambiamento degli assetti contrattuali,  così come ha ricordato il presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, “avviare analisi congiunte, individuare obiettivi, definire gli strumenti e curare l’implementazione delle azioni necessarie”. Adeguare il sistema contrattuale italiano ai mutamenti avvenuti negli ultimi dieci anni nel mondo del lavoro non solo è necessario, ma è indispensabile, salvaguardando il principio di una tutela minima generalizzata, ma sviluppando soprattutto le potenzialità che esistono nelle singole realtà industriali, in una logica non di assestamento ma di progettualità e di sfida.


Tale sfida, se ne saremo capaci, passa attraverso la rinuncia a posizioni ed equilibri consolidati, a posizioni di forza, a scorciatoie garantiste, all’abbandono della logica di settore della contrattazione collettiva nazionale. Se questo non avverrà, ci troveremo a fronteggiare un quadro di relazioni sempre più asfittico, lontano dal mondo del lavoro reale, a confrontarci con un sistema molto conflittuale e col rischio che lo stesso mondo del lavoro ci lasci nella nostra beata solitudine, dopo aver trovato forme alternative di convivenza. 

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