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Home - Approfondimenti - Analisi - L’indebolito legame con la società

L’indebolito legame con la società

29 Maggio 2007
in Analisi

di Mario Ricciardi – Docente di relazioni industriali, Università di Bologna

E’ abbastanza paradossale che una delle parole più ricorrenti nel lessico giornal-politologico-economico odierno sia la parola “crisi”. La si usa sempre più spesso, anche se alcuni indicatori sembrerebbero contrastare con la necessità di un uso intensivo. La condizione dell’economia sembra segnare da  qualche tempo, se non il “bello stabile” almeno il “poco nuvoloso”, dopo  molti anni di tempo costantemente brutto. A quattro legislature  dalla prima  sperimentazione del nuovo assetto bipolare, il sistema politico avrebbe dovuto trovare qualche equilibrio accettabile, se non proprio consolidato.

Eppure, si parla di crisi un po’ ovunque. Se ne parla molto  a proposito della politica,  e lo si fa a buonissima ragione, anche se appare un poco singolare che un fenomeno presente da tempo nel nostro sistema, e che ha avuto una lunga e complessa incubazione, venga scoperto tutto d’un tratto. Così da alimentare il sospetto che tanto parlarne, anziché essere propedeutico alla volontà di affrontare il problema a partire dagli aspetti che teoricamente dovrebbero essere di più immediata e “facile” soluzione, come l’inizio (almeno) dell’abbattimento dei costi e dei privilegi più clamorosi annidati nel sistema, serva a ridurre tutto ad un chiacchiericcio inconcludente, che consenta di continuare tutto come prima e/o di preparare il terreno nell’attesa che qualcuno raccolga i frutti dell’albero scosso, come è accaduto in un recente passato.


Si parla meno di crisi dell’impresa, a pochi anni dalle tesi catastrofiche che disegnavano scenari in cui le economie  con gli occhi a mandorla svolgevano nell’immaginario collettivo il ruolo assegnato negli anni quaranta ai cosacchi che avrebbero abbeverato i cavalli in Piazza San Pietro. Le cose vanno effettivamente meglio, anche se il cambiamento di clima, più che a condizioni strutturali mutate, sembra dovuto all’ ormai consolidata capacità  di autoassegnarsi i meriti quando le cose vanno abbastanza bene, scaricando sugli altri (politica, amministrazione, sindacati…) le responsabilità degli insuccessi.


Si parla, infine, di crisi dei sindacati. Ma cos’è questa crisi?
L’aspetto più evidente, e più spesso sottolineato dagli osservatori, è quello del calo della rappresentatività, misurabile con il declino della sindacalizzazione, che è una tendenza non solo italiana, ma mondiale, che molte analisi mettono da tempo in luce. Si tratta di un fenomeno che va, peraltro, letto con attenzione e molte avvertenze. Il caso italiano, intanto, non è tra quelli nel quali il calo è stato più marcato, e anzi, tenendo conto delle vicende che hanno caratterizzato sul piano economico, oltre che su quello  istituzional-politico, il nostro paese  negli ultimi quindici anni, si può dire che il sindacato ha retto tutto sommato bene, se si confronta ad esempio questo periodo con un’altra grande fase di trasformazioni, come furono gli anni cinquanta e primi sessanta, nei quali la sindacalizzazione cadde in picchiata, o se si raffrontano i sindacati con i partiti, che hanno subito negli ultimi quindici-vent’anni un vero e proprio salasso delle adesioni. Vi sono inoltre, a quanto sembra, segnali di una certa ripresa  della sindacalizzazione. La rete organizzativa  di base è  inoltre ancora solida, soprattutto in alcuni settori, come rivelano le elezioni delle rappresentanze sindacali d’azienda, sia nel privato sia – soprattutto- nel pubblico.


Certo, molte cose sono cambiate, tra ieri ed oggi. Il mestiere sindacale si è profondamente trasformato da quando lo scenario era prevalentemente industriale. Non che allora il mestiere fosse più facile, almeno quando avveniva dentro  grandi o grandissime imprese come la Fiat, le cui dinamiche del vertice finanziario ed operativo assomigliavano, secondo la testimonianza recente di uno che la conosceva bene dall’interno, più alla corte dei Borgia che a un moderno management industriale. (G.Garuzzo, Fiat, i segreti di un’epoca, Fazi ed. 2006 ). Ma, certo, le cose sono molto cambiate da quando lo scenario lavorativo è diventato, in misura sempre più estesa, quello  che abbiamo sotto gli occhi e che è vividamente descritto dall’ormai vasta letteratura sui lavori nell’arcipelago del terziario. Se un sindacalista poteva immaginare di scrivere un pezzetto di storia quando guidava scioperi e manifestazioni contro i “padroni”, chissà cosa gli passa per la mente quando si imbatte nelle vicende lavorative del microcosmo di poveri diavoli e di piccoli furbastri, esperti più che altro nell’arte di arrangiarsi, raccontati nel tragicomico “Volevo solo vendere la pizza”.


D’altra parte, almeno in Italia, la forza  del sindacato sul terreno contrattuale non è cresciuta ma  non sembra nemmeno essere stata troppo pesantemente intaccata negli ultimi anni, anche se la difficoltà nel concludere i contratti è in diversi casi abbastanza pronunciata. Un discorso a parte meriterebbe il tema del ruolo dei sindacati rispetto alla concertazione sociale. Il tentativo di derubricarla,  compiuto dal governo Berlusconi può dirsi  sostanzialmente fallito, anche se non è ben chiaro che cosa essa sia diventata nella legislatura in corso, dove le difficoltà nel praticare un rapporto lineare e corretto sembrano essere più dell’interlocutore politico che di quelli sociali. La paradossale telenovela dei contratti pubblici, a tratti perfino imbarazzante, è la spia di una difficoltà politica, e forse anche tecnica, che rischia di rendere la concertazione sociale, nata per essere di reciproco sostegno alle parti di fronte a scelte complesse, un’occasione di reciproco indebolimento.


Se dunque la situazione del sindacato italiano va esaminata con attenzione e con i dovuti distinguo, la crisi non appare però nemmeno soltanto un’invenzione giornalistica.
Intanto, molte indagini rivelano uno squilibrio generazionale  dovuto non soltanto alla forte crescita dei pensionati tra gli iscritti, ma alla grande difficoltà di reclutare i giovani. Normalmente questa difficoltà viene messa in relazione con problemi oggettivi, quali principalmente le trasformazioni del mercato del lavoro, la precarietà e l’instabilità che costituiscono tra l’altro un ostacolo alla crescita professionale, il ridimensionamento della grande fabbrica e i cambiamenti nell’organizzazione del lavoro. Tutto vero, probabilmente.
C’è da chiedersi tuttavia se la crisi sindacale non corrisponda e si alimenti  anche con la difficoltà odierna del sindacato di mettersi in sintonia con i cambiamenti molto rapidi della società, non soltanto in termini di rappresentanza delle condizioni materiali, ma delle esigenze culturali e valoriali.


Come diversi osservatori hanno sottolineato, la forza del sindacato , in particolare di quello italiano, non dipende infatti soltanto dalla capacità rappresentativa come la si intende tradizionalmente, ma anche ( e forse ancor più, se ci si proietta sulle tendenze di medio periodo) dal  saper leggere tempestivamente le attese e le aspirazioni delle persone anche oltre il recinto degli iscritti e dei fedeli. Questa capacità sembra essere entrata in crisi particolarmente negli anni più recenti, proprio in relazione ad alcuni cambiamenti profondi della società italiana.  Alcune delle più brucianti sconfitte “storiche” del sindacalismo italiano sono da attribuirsi principalmente proprio all’essersi rinchiusi ( o all’essere stati percepiti) in una logica di rappresentanza d’ interessi minoritari e alla fine conservatori.  Non si può, naturalmente, generalizzare circa le determinanti di avvenimenti molto diversi tra loro, dal punto di vista causale, storico e  temporale. Ma mi sembra legittimo chiedersi se quella appena esposta non sia la logica  che collega in fondo la sconfitta del 1980 alla Fiat, il referendum sulla scala mobile, la sforbiciata referendaria sullo Statuto dei lavoratori del 1995, con l’abrogazione  di prerogative dei sindacati maggioritari evidentemente percepite come “privilegi”.


Il fatto è che la probabilità di non essere in sintonia con la società aumenta in misura esponenziale quanto più la società stessa si frammenta, e aspirazioni e valori cambiano con estrema rapidità, come accade adesso. Nel mondo del lavoro c’è , come è ormai evidente, un’ accentuata instabilità , che riguarda soprattutto i giovani, ma lambisce ormai anche le fasce di lavoro protette. E allora, una battaglia campale come quella sull’articolo 18 può essere percepita – e di fatto è stata percepita – come una battaglia di valore generale, combattuta per arginare lo sfondamento di un confine essenziale nella gerarchia delle tutele. Ma, se non viene accompagnata subito da un visibile impegno per una ragionata e ragionevole modulazione delle tutele al mondo dei lavori, fa presto ad essere percepita come un ulteriore mattone posto sul muro che alimenta i tanti dualismi che esistono nel nostro paese.


 Così, per venire alla cronaca, è probabile che la rivendicazione degli aumenti contrattuali  per il pubblico impiego appaia come il riconoscimento di un diritto  per troppo tempo dilazionato. Ma tale riconoscimento può diventare ben presto un privilegio se non viene accompagnato, non solo a parole, ma con i fatti, dalla disponibilità sindacale ad accrescere l’efficienza e la meritocrazia nelle pubbliche amministrazioni.
La stagnazione e le deformazioni indotte dal sistema politico, non meno che le promesse e le speranze deluse,  hanno  modificato  in questi anni gli atteggiamenti e le aspettative di larghi strati della società, soprattutto tra i giovani. Il problema per il sindacato è quello di farsene interprete senza buttare a mare la sua storia, di essere forza di cambiamento senza essere confuso con l’establishment né confinarsi nella “riserva indiana”.
E se qualcuno provasse ad organizzare una bella riflessione sui “valori” e il sindacato?

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