di Gigi Copiello, segretario regionale Cisl Veneto
La Cisl del Veneto ha realizzato un confronto tra alcuni archivi statistici (Veneto Lavoro, Excelsior, Odm Consulting). Lo scopo era andare oltre le consuete classificazioni, in gran parte giuridiche, su occupazione e disoccupazione nelle loro diverse forme. Queste classificazioni poco dicono in quale direzione orientare l’istruzione, la formazione e la riqualificazione. Il che è un bel problema, se istruzione, formazione e riqualificazione sono, come tutti dicono a parole, strategiche.
Occorre andare oltre. Occorre andare nei territori, in gran parte inesplorati dalle statistiche e dagli studiosi, delle professioni, dei mestieri. Andando oltre, si ricavano peraltro utili indicazioni sotto altri riguardi: sviluppo e qualità dello sviluppo, in primis. E, anche, insediamento futuro del sindacato. Il quale conosce molto, quasi tutto, dei mestieri e delle professioni in crisi. Lì c’è. Dei nuovi, sa poco. Anche perché spesso non c’è.
Il quadro uscito dal confronto presenta già alcuni indirizzi. E attende cospicui approfondimenti. E’ confermato che il Veneto sta cambiando, perdendo manifatturiero e aumentando i servizi.
Ma il cambiamento demografico è ancora più forte. Sono, infatti, segnalate difficoltà soprattutto nelle assunzioni in edilizia e nei servizi sanitari privati (leggi badanti). Di qui un crescere dell’immigrazione al di là di ogni congiuntura. Ma questo cambiamento dove porta? E qui bisogna occuparci proprio di professioni e mestieri.
A prima vista le imprese sembrano più specializzate. Ma attenzione: questo è il passato, dove effettivamente gli operai specializzati sono cresciuti perché sono state delocalizzate le mansioni a più basso contenuto. Dove sono cresciute le professioni relative alle vendite (i mercati si sono allargati). Dove c’è stato un certo uso di informatici, programmatori, progettisti o analisti che fossero. E’ stato un bel processo, un forte intervento sul processo produttivo. Di cui sono state vittime anche le professioni esecutive relative all’amministrazione e gestione (come confermano i dati salariali di Odm). E premiate invece le professioni legate alla gestione del magazzino e quelle della call e della reception.
Riguardo al domani, invece, le cose cambiano e le difficoltà sono forti: la questione è il prodotto. Lo conferma la crescita di richieste per ingegneri (meccanici, elettronici, etc.). Ma è dura. E, infatti, sul fronte operaio si capovolge la scena: ci sono previsioni positive per il personale non qualificato e negative per gli operai specializzati. Calano pure le assunzioni nei servizi alle imprese. Che invece aumentano nei più tradizionali settori delle costruzioni, del commercio e turismo, nonché nei servizi alla persona.
In mezzo a tutto ciò, una certezza: il titolo di studio richiesto sale. Quasi la metà degli assunti ha ormai diploma superiore o laurea. Ma non sempre vale. Visti i chiari di luna di cui sopra.
Ma anche qui bisognerebbe scavare di più. Excelsior e Odm dicono che il saldatore se la cava bene, anche se è tra i più vecchi mestieri del mondo. Ma ormai ha il patentino, da rinnovare periodicamente. Un caso, positivo, di formazione continua…
Per concludere. L’Italia è la patria del diritto, si è sempre detto. Era un antico vanto. Messo da parte, da qualche decennio. Ma se non è più un vanto, è pur sempre il linguaggio più usato. Poco importa se funzioni o no, quel che importa è se è privato o pubblico. C’è una marea di “libere” professioni. Ordinate per legge. Già prima il mercato del lavoro era una selva oscura di leggi nazionali, deroghe locali e disposizioni contrattuali. E’ arrivata la legge 30 e chi ci capisce è bravo.
Nel frattempo, le Università moltiplicano più dei pani e dei pesci i titoli legali detti lauree brevi. Tirano ad indovinare… Le aziende lamentano la lontananza della scuola dal lavoro. Ma “quale” lavoro spesso non sanno. E quando un’azienda o un settore va in crisi, ognuno s’arrangi.
Se questo è il linguaggio usato e questa è la situazione prodotta, si fa arduo il cammino verso una qualche uscita dalla crisi. La “qualità del lavoro” ha poco a che fare con la norma giuridica. Molto di più con i suoi contenuti espressi da tutt’altra disciplina, più lavoristica che giuridica. Quella (malamente, spesso) descritta dai contratti e a volte ospitata in qualche statistica poco analizzata.
Qualche legge in meno, qualche contratto in più: non è solo forma, ma anche contenuto.

























