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Home - Blog - Lo smart working nella pubblica amministrazione prima e dopo la pandemia

Lo smart working nella pubblica amministrazione prima e dopo la pandemia

di Giuliano Cazzola
21 Dicembre 2021
in Blog
Il lavoro agile nel protocollo del 7 dicembre 2021 tra il ministero del Lavoro e parti sociali

A soli tre mesi dalla conclusione della rilevazione diretta, l’Istat ha diffuso i primi risultati di una indagine sulla risposta delle istituzioni pubbliche all’emergenza sanitaria, rilevando le strategie, le misure e le iniziative messe in atto per dare continuità all’attività istituzionale, cogliendo le innovazioni dal punto di vista dell’organizzazione interna e del lavoro, a partire dallo Smart Working o Lavoro Agile, come viene definito contrattualmente nel Pubblico Impiego. La rilevazione è importante perché consente al governo di poter contare su riferimenti corredati di elementi certi (o accertabili) prima di proseguire con il “fai da te” delle singole amministrazioni. Con la pubblicazione del report (frutto di mesi di rilevazioni) e con l’avvenuto accordo tra governo e parti sociali per il lavoro agile nel settore privato vi sono migliori condizioni  per combinare, nella PA, gli imponenti processi di digitalizzazione  – che sono previsti dal PNRR – con nuove tipologie di organizzazione del lavoro. Il report parte mettendo a confronto le esperienze di lavoro agile prima e dopo l’emergenza sanitaria; da questo esame risulta che è stata la pandemia a far compiere all’utilizzo dello smart working un salto di decenni nell’arco di pochi mesi. A questo proposito è bene ricordare che – diversamente dal privato – nella PA il ricorso al lavoro da remoto è stato imposto, allo scopo di rispondere in primo luogo ad esigenze di protezione dal contagio, mentre la continuazione delle attività (si pensi ad esempio alla DaD) ha costituito un dato poco più che volontario e affidato all’impegno di talune strutture. In ogni caso, le statistiche del “prima” e del “dopo” meritano attenzione. Una quota minima di istituzioni pubbliche, pari al 3,6%, aveva adottato iniziative strutturate di Smart Working (SW) in fase pre-pandemica. Tra queste la Presidenza del Consiglio e i Ministeri (66,7%), le Agenzie dello Stato (50,0%), le Città metropolitane (28,6%), le Università pubbliche (27,1%) e le Giunte e i consigli regionali (25%). All’opposto, i Comuni sotto i 20 mila abitanti e le Comunità montane sono risultate – il fatto è intuitivo – le amministrazioni pubbliche meno orientate alla sperimentazione della modalità di lavoro agile.  È altrettanto comprensibile che, a livello territoriale, lo Smart Working fosse stato utilizzato prima dell’emergenza sanitaria da circa 5 istituzioni su 100 nel Nord-est, da meno di 4 nel Centro (3,7%) e da poco più di 3 nel Nord-ovest (3,1%). Il minore impiego si rileva nel Sud e nelle Isole, con meno di 3 istituzioni su 100 (rispettivamente 2,7% e 2,6%).

Con la crisi sanitaria la situazione ha subito – scrive l’Istat – un cambiamento drastico e il lavoro agile è divenuto la modalità ordinaria di prestazione dell’attività lavorativa. Nel periodo dell’emergenza, il 58,9% delle istituzioni pubbliche attive al 31 dicembre 2020 ha previsto una quota minima di lavoratori tenuti a recarsi nella sede di lavoro per rendere la propria prestazione al fine di garantire la continuità dell’attività istituzionale e l’erogazione dei servizi. Il restante 41,1% di amministrazioni ha continuato a operare senza stabilire a priori un numero minimo di lavoratori in presenza.

Per far fronte all’emergenza, le istituzioni pubbliche hanno adottato una serie di provvedimenti per consentire lo svolgimento dell’attività lavorativa da remoto. Le amministrazioni di maggiori dimensioni, più strutturate e complesse, si sono attrezzate in maniera più diffusa ed efficace per fornire le dotazioni tecnologiche necessarie e per organizzare iniziative di comunicazione e formazione atte a favorire un utilizzo ottimale delle risorse.

In particolare, hanno fornito dispositivi hardware (es. PC) ai dipendenti che non avevano dotazioni personali per lavorare da remoto la totalità delle Città metropolitane, oltre il 94% delle Amministrazioni dello Stato e organi costituzionali e/o a rilevanza costituzionale (ossia organi di governo centrale, Ministeri, Presidenza del consiglio, Agenzie dello stato) e delle Università pubbliche, a fronte del 47,6% del complesso delle istituzioni pubbliche.

Anche le Regioni e le Province, in misura pari rispettivamente al 75% e all’80,9%, sono riuscite ad assicurare una consistente fornitura di PC ai loro dipendenti. Diversa risulta invece la situazione dei Comuni, con meno di un Comune su due (46,4%) e prevalentemente per pochi dipendenti (22,9%); risultano maggiormente penalizzati i lavoratori dei Comuni con meno di 5mila abitanti e degli Enti pubblici non economici. Oltre il 60% dei piccoli Comuni e il 58,7% degli Enti pubblici non economici non hanno fornito dispositivi hardware ai propri dipendenti.

Una diffusione relativamente elevata si riscontra per la fornitura ai dipendenti della dotazione tecnologica per l’accesso sicuro ai dati da remoto (57,8%) e della dotazione software per collaborare da remoto[1] (51,6%). Anche in relazione a queste tecnologie, i meno forniti sono stati i dipendenti dei Comuni con meno di 5 mila abitanti (rispettivamente 51,3% e 42,2%) e degli Enti pubblici non economici (42,3% e 45,8%). La possibilità di utilizzare dispositivi personali ha rappresentato la misura adottata dal maggior numero di istituzioni pubbliche (77,4%). Rispetto al complessivo 14,6% di istituzioni pubbliche che non hanno fornito alcuna dotazione tecnologica ai propri dipendenti, la quota più elevata si registra negli Enti pubblici non economici (30,6%). L’uso delle tecnologie digitali ha avuto un ruolo chiave nella gestione dell’emergenza per garantire la continuità dell’attività istituzionale e l’erogazione dei servizi resi dalla PA. Attraverso i dati della rilevazione è possibile delineare il livello di sviluppo digitale raggiunto dalle pubbliche amministrazioni nel 2020, evidenziando caratteristiche ed eterogeneità sia di tipologia istituzionale che territoriale.

La tecnologia più utilizzata per la gestione dei dati e l’erogazione dei servizi è il web che ha raggiunto una copertura del 100% in tutte le realtà organizzative, fatta eccezione per le Comunità montane e unione di comuni (98,2%) e per gli Enti pubblici non economici (98,8%) che non l’hanno ancora raggiunta.

La rilevazione ha anche riguardato gli orientamenti delle pubbliche amministrazioni rispetto all’adozione della modalità di lavoro agile nella fase post emergenziale. Nel semestre marzo-settembre 2021, periodo in cui è stata svolta, una istituzione pubblica su cinque si è dichiarata favorevole ad adottare iniziative strutturate di Smart Working in forma stabile dopo la fase emergenziale, una su due ha rimandato la decisione a valutazioni successive mentre una istituzione su quattro ha risposto di essere contraria.

La variabilità tra tipologie istituzionali è forte. La maggiore propensione all’utilizzo del lavoro agile in forma strutturata si rileva presso le Amministrazioni centrali (85,3%), le Università pubbliche (85,7%) e le Città metropolitane (78,6%). Superano quota 60% anche Province e Giunte e Consigli regionali. Da porre in evidenza la considerevole quota del 48,7% delle Aziende o enti del servizio sanitario nazionale che prima della pandemia avevano introdotto iniziative strutturate in misura più contenuta (6,9%) rispetto alle altre tipologie di amministrazioni.

Sul fronte opposto, superano il valore medio di chi ha dichiarato di non volere introdurre il lavoro agile dopo l’emergenza (24,1%) le amministrazioni comprese negli Enti pubblici non economici (35,2%) e nell’Altra forma giuridica (26,4%), come anche i Comuni con meno di 5 mila abitanti (26%).

Più si va in profondità nell’analisi più i risultati si presentano parziali e in ritardo. Circa un’istituzione su tre, ad esempio, ha analizzato l’impatto dello Smart Working sui livelli di produttività dell’ente, effettuando sia valutazioni qualitative che quantitative. Le prime sono state realizzate nel 22,3% dei casi, circa il doppio rispetto alle seconde (11,9%). Ancora una volta si sono attivate maggiormente le Amministrazioni centrali dello stato e le Università pubbliche, seguite da Regioni, Province e Città metropolitane.

 ISTITUZIONI PUBBLICHE CHE HANNO ANALIZZATO L’IMPATTO DELLO SMART WORKING.            Valori assoluti e percentuali. Anno 2020

ASPETTI OGGETTO DI ANALISIMonitoraggio dell’impatto dello Smart WorkingTOTALE
SìSì con stime quantitativeValutazione qualitativaNoNon so
Produttività dell’ente34,211,922,340,025,7100,0
Soddisfazione e benessere del lavoratore28,68,420,144,427,0100,0
Servizi erogati ai cittadini/imprese27,68,519,143,928,4100,0

 

 

E’ invece consistente l’apprezzamento da parte dei lavoratori. In base all’esito del monitoraggio quantitativo o della valutazione qualitativa, emerge che lo Smart Working ha avuto l’impatto positivo maggiore sull’aspetto della soddisfazione e del benessere del lavoratore, grazie al miglioramento dell’equilibrio fra vita professionale e privata. E’ quanto hanno  dichiarato oltre l’80% delle amministrazioni appartenenti a diverse tipologie istituzionali, centrali e locali, corrispondenti a quelle che si sono sapute organizzare meglio per fornire strumenti tecnologici e di conoscenza, mantenendo viva la comunicazione e la frequenza delle interazioni tra colleghi. Di contro, sono sotto la media (67,9%) i Comuni con meno di 5 mila abitanti (60,6%), gli Enti pubblici non economici (63,4%) e le Comunità montane e unioni di comuni (65,4%), che hanno dichiarato (il che è comprensibile per le loro caratteristiche) in misura maggiore rispetto al complesso delle istituzioni alcun nessun impatto dello Smart Working o un impatto negativo.

E’ dunque presumibile che lo smart working trovi un ruolo più stabile e consolidato nelle PA, sia perché  queste tipologie di lavoro sono coerenti con i processi digitalizzazione (e con la mole di investimenti che essi comportano) sia perché sembra essere questa l’intenzione prevalente delle amministrazioni.

Tuttavia, delle 2.454 istituzioni favorevoli ad adottare iniziative strutturate di Smart Working in fase post emergenziale, quattro su dieci prevedono di introdurre una quota massima di persone che potrebbero lavorare in Smart Working, compresa tra il 26 e il 50%. Una istituzione su quattro indica una percentuale massima di lavoratori in SW entro il 15%.

ORIENTAMENTO DELLE ISTITUZIONI PUBBLICHE ALL’ADOZIONE DI INIZIATIVE STRUTTURATE DI SMART WORKING. AL TERMINE DELL’EMERGENZA.  Valori percentuali. Anno 2020

Giuliano Cazzola

Giuliano Cazzola

Ex Sindacalista

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