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Home - Approfondimenti - La nota - Mes, chi è rimasto prigioniero del proprio esercito

Mes, chi è rimasto prigioniero del proprio esercito

di Fernando Liuzzi
30 Giugno 2020
in La nota
Mes, chi è rimasto prigioniero del proprio esercito

Mercoledì 1° luglio, scatta il semestre in cui la Presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea sarà assunta dalla Repubblica federale tedesca. Ciò significa, agli effetti pratici, che Angela Merkel, capo del Governo tedesco, sarà non solo sostanzialmente, ma anche formalmente, il leader politico di maggior spicco dell’intera Unione. Di più. Sarà il dirigente politico che avrà non solo la capacità e la forza che sono necessari per esercitare una funzione di leadership dell’Unione, cosa  già dimostrata, ma che potrà unire a queste doti indiscusse anche il ruolo di che è investito di un formale, ancorché limitato, potere di iniziativa.

Non è dunque un caso se, proprio a ridosso di questa data, in Italia si è riacceso il dibattito sul Mes, il famoso Meccanismo europeo di stabilità. Uno strumento, ricordiamolo subito, che potrebbe garantire al nostro Paese un prestito di circa 37 miliardi di euro a tassi praticamente nulli, e quindi estremamente convenienti, solo che noi ci decidessimo a farne richiesta all’Unione europea. Miliardi che sarebbero peraltro disponibili da subito, e il cui utilizzo avrebbe il solo limite di doverli finalizzare a scopi, in senso molto ampio, sanitari, e quindi in relazione ai guasti provocati, o alle falle messe in luce, dall’epidemia da Covid19 per ciò che riguarda la difesa e la promozione della salute degli italiani.

Va purtroppo detto, però, che tale riapertura, anche se spiegabile, segnala l’arretratezza del discorso politico in corso nel nostro Paese. Infatti, anche se ciò può apparire incredibile, sono ancora molti gli esponenti politici che, arrampicandosi sugli specchi di improbabili teorie, si pronunciano contro il ricorso al Mes.

Nello scorso mese di aprile, avevamo segnalato che c’era qualcosa di surreale nel dibattito di politica economica allora in corso nell’area dell’Unione europea. Con i Paesi del Nord protesi a magnificare l’utilità del Mes, e a mettere in cattiva luce la sola ipotesi di ricorrere a bond emessi dall’Unione europea, per contrastare le conseguenze economiche e sociali della pandemia, e quelli del Sud impegnati, al contrario, a invocare la creazione di un allora non meglio precisato Recovery Fund.

Per sottolineare il carattere per certi aspetti irrazionale, almeno da un punto di vista economico, di una querelle che portava a contrapporre come opposte bandiere politiche strumenti che avrebbero potuto essere benissimo integrati in un medesimo disegno, eravamo ricorsi all’immagine dei generali prigionieri dei propri eserciti, ovvero costretti a replicare all’infinito ruoli creati dalla propria propaganda bellica in un contesto ormai superato. Con i leaders politici del Nord Europa costretti a demonizzare la sola idea che l’Unione, attraverso l’emissione di appositi titoli, potesse farsi carico dei guasti provocati dall’epidemia nei Paesi in cui si era mostrata in modo più virulento, e gran parte di quelli italiani, sia di maggioranza che di opposizione, intenti invece a demonizzare il Mes.

Da allora sono passati più di due mesi, e i progetti di un’iniziativa di politica economica europea anti crisi post Covid19 hanno cominciato ad assumere un fisionomia più definita. Adesso sappiamo tutti che si parla di un insieme di strumenti e di iniziative basato su quattro pilastri: innanzitutto, i fondi per le imprese messi a disposizione dalla Bei, la Banca europea degli investimenti; poi il fondo Sure (Support to mitigate Unemployment in an Emergency), volto a sostenere i redditi dei lavoratori colpiti dalla crisi; poi, ancora, l’iniziativa denominata ufficialmente Next Generation EU, meglio nota come il tanto invocato Recovery Fund (quest’ultima ancora in discussione); e, infine, il Mes. O, per dir meglio, il Pandemic Crisis Support, cioè una specifica linea di credito, nata nello scorso aprile, che sarà gestita dal Mes ed è, peraltro, già disponibile.

Ora il punto è che Angela Merkel ha dato mostra di non essere più prigioniera del proprio esercito.  E ciò tanto più a fronte della sentenza, emessa il 5 maggio scorso, con cui la Corte di Karlsruhe, la Corte costituzionale tedesca, aveva accolto un ricorso promosso, in materia di politica finanziaria, da antieuropeisti tedeschi. Una sentenza, e più ancora forse un ricorso, che avevano mostrato quanto le spinte sovraniste fossero profonde anche in Germania. Ma proprio nel momento più difficile, Merkel ha mostrato di che pasta è fatta. Ricordando che le sentenze delle Corti costituzionali dei singoli Paesi dell’Unione sono subordinate a quelle della Corte di Giustizia europea, e facendo sapere che il Governo della Rft non avrebbe preso in considerazione un pronunciamento avverso a una precedente decisione della corte europea che si era pronunciata in senso opposto.

Molti osservatori si sono trovati concordi nell’affermare che la spinta decisiva che ha portato Angela Merkel a imboccare senza tentennamenti questo orientamento nettamente europeista è venuto dal mondo della produzione. Sia le imprese che i sindacati tedeschi, con particolare riferimento all’industria dell’auto, hanno infatti chiarito che l’intreccio fra le attività produttive della Germania e quelle degli altri Paesi dell’Unione, nella loro duplice funzione di produttori di componentistica e di mercati di sbocco, è ormai tale che, di fronte alla crisi indotta dal coronavirus, non c’è salvezza per la stessa Germania se, contemporaneamente, le cose non si risistemano, ad esempio, anche in Italia o in Spagna.

In apertura del semestre a guida tedesca, si può anzi dire che il terzetto femminile composto dalla stessa Angela Merkel, dal Presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e dal Presidente della Banca centrale europea, la francese Christine Lagarde, sembra ampiamente in grado di affrontare i difficili mesi che ci aspettano con mani ferme e vista lunga. Il che è particolarmente vero per la terza delle tre signore appena citate, poiché la quotidiana azione attuata dalla Bce, memore di Draghi, a sostegno dei titoli pubblici dei vari Paesi dell’Unione è stato sin qui l’azione più concreta contro la crisi indotta dalla pandemia.

Purtroppo, se in questo contesto relativamente armonico c’è una nota stonata, questa è rappresentata dal Governo italiano. O meglio, dal sistema politico italiano. Dall’opposizione, dove – per scongiurare anche la sola ipotesi di un nostro ricorso al Mes – figure come quelle di Giorgia Meloni e Matteo Salvini continuano a evocare lo spettro della Troika, forse più per spaventare gli elettori con un nome esotico e un po’ misterioso che per intimo convincimento. Ma anche dall’area governativa, dove diverse voci del Movimento Cinque Stelle, a partire dall’attuale “capo politico”, il noto Vito Crimi, continuano a dichiararsi indisponibili ad accettare l’aiuto del Mes.

Ora tre mesi di discussioni e di analisi svolte in lungo e in largo hanno chiarito ampiamente che, da un punto di vista economico, da uno strumento come il Mes, così come è attualmente configurfato, possono venire al nostro paese solo benefici. Denaro fresco, già disponibile, a tassi inesistenti. E nesssuna “condizionalità” negativa.

Il fatto, però, è che, come aveva suggerito Lorenzo Bini Smaghi in un intervento sul “Foglio” del 21 aprile, chi si oppone al Mes, anche se accampa motivazioni economiche, in realtà lo fa per uno specifico motivo politico: cerca, per questa via, di opporsi a un qualsiasi progresso nei processi di integrazione europea. Insomma, si oppone al Mes perché è antieuropeista.

Ora qui sta l’attuale punto politico. Giusto un anno fa, a metà del luglio 2019, il Parlamento europeo  elesse Ursula von der Leyen a capo della Commissione dell’Unione europea. In quell’elezione, i voti dei parlamentari europei del M5s si separarono da quelli dei loro colleghi della Lega e di Fratelli d’Italia, confluendo con quelli di Forza Italia e del Pd. Si può anzi dire che l’elezione di Von der Leyen è un episodio che sta alla base della formazione del secondo Governo guidato da Giuseppe Conte, quello, per l’appunto, in cui il M5s non è più alleato della Lega ma del Pd.

Governando insieme, Pd e M5s hanno però progressivamente scoperto di essere fra loro molto più diversi di quanto una parte dei loro gruppi dirigenti non avesse creduto all’inizio. Entrambe le forze politiche hanno già dovuto fare dolorose rinunce rispetto alle loro basi di partenza.

Ebbene, dopo dieci mesi di convivenza politica, le fibrillazioni interne al M5s hanno creato una situazione tale per cui sembra che l’unità interna del movimento, già scossa da fibrillazioni e defezioni varie, potrebbe andare in crisi ove si arrivasse a un voto parlamentare sul Mes. D’altra parte, il Pd, ovvero il partito che con Gualtieri – dal ministero dell’Economia – guida la politica economica dell’Esecutivo, e che con Gentiloni partecipa direttamente alla guida della Commissione Ue, non può rinunciare al Mes. Come ha segnalato anche con una lettera al “Corriere della sera” il suo segretario, Nicola Zingaretti. E ciò anche perché  una mancato ricorso dell’Italia a questo strumento finanziario, renderebbe molto più debole la sua capacità di negoziare un valido assetto del Next Generation.

Morale della favola. Conte sembra essere, a tutt’oggi, ancora prigioniero del proprio esercito, ovvero della spinta irrazionale che porta il M5s ad opporsi ancora al Mes, considerato come una perniciosa congiunzione di due parole che incutono paura al populismo sovranista: finanza e Unione europea. Il che ci dice che la svolta europeista del M5s, apparsa come una meteora al momento dell’elezione di Von der Leyen, si è poi volatilizzata e tarda a ricomparire.

La guida incerta del nostro Governo, portata avanti da Giuseppe Conte, sembra quindi volta essenzialmente e guadagnare tempo, in modo tale da far tornare alla mente quel famoso detto andreottiano secondo cui è meglio tirare a campare che tirare le cuoia.

D’altra parte, i tempi delle decisioni relative a una definitiva messa a punto del Next Generation sembrano allontanarsi rispetto all’appuntamento del Consiglio dell’Unione già fissato per metà luglio. Pare dunque che Conte cercherà di schivare, ancora una volta, un precedente voto del nostro Parlamento che implichi un pronunciamento sul Mes.

Intanto, la crisi economica derivante dal lockdown è lontana dall’essere superata, e tende anzi a trasformarsi in crisi sociale. Il tempo delle scelte, prima o poi arriverà. Perché, a un certo punto, anche le non scelte diventano scelte.

 

@Fernando_Liuzzi

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