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Home - Approfondimenti - La nota - Mes: Conte e gli altri, prigionieri dei propri eserciti

Mes: Conte e gli altri, prigionieri dei propri eserciti

di Fernando Liuzzi
23 Aprile 2020
in La nota
Mes: Conte e gli altri, prigionieri dei propri eserciti

I discorsi tenuti martedì 21 aprile dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, prima al Senato e poi alla Camera, hanno sostanzialmente confermato quello che si era già capito, nella mattinata dello stesso giorno, da alcune indiscrezione raccolte e diffuse dall’agenzia Ansa: e cioè che il Governo italiano non si aspetta che la riunione del Consiglio dell’Unione europea, programmato per oggi 23 aprile, possa effettivamente costituire quella riunione decisiva, che molti prefiguravano, rispetto alla questione delle misure che l’Unione dovrà assumere per contrastare, sul piano economico, le rovinose conseguenze della pandemia da Covid19.

In altri termini, l’attuale capo del Governo italiano ha scelto, sia pure con un minimo anticipo, di prendere le distanze dall’immagine che si era diffusa circa la riunione di giovedì 23 come scontro finale fra le armate dei sostenitori del Mes e quelle dei suoi avversari, e di cominciare invece a ventilare l’ipotesi che tale riunione finisca per essere solo una tappa, certo significativa, di un percorso più articolato e, presumibilmente, più lungo.

Par di capire, insomma, che, fra l’altro, si apra davanti a noi lo spazio temporale per tentare di mettere un po’ d’ordine in quello che può essere senz’altro considerato come il dibattito più confuso e pasticciato dell’intera storia politica dell’Italia repubblicana. Infatti, al contrario di quanto accaduto, per fare un esempio classico, nel dibattito sulla proposta, avanzata dalla Lega di Salvini, di introdurre la cosiddetta tassazione “piatta” – dibattito nel corso del quale la sinistra ha sostenuto la tesi che sia preferibile una tassazione progressiva, mentre la destra, o almeno una sua gran parte, ha difeso l’idea della flat tax -; nella querelle sulla auspicabilità o, al contrario, sulla deprecabilità del cosiddetto Meccanismo europeo di stabilità si è assistito a un rimpallarsi di accuse incrociate fra diverse forze di maggioranza e di opposizione in cui, per il cittadino comune, è stato veramente difficile orientarsi. E ciò perché è stato difficile non solo capire in quale tesi ciascuno di noi preferisse riconoscersi, ma, prima ancora, capire chi sosteneva cosa.

Questa difficoltà è nata, a mio avviso, da tre diversi fattori.

In primo luogo, va citata la natura fortemente tecnica degli oggetti attorno a cui si è avvitato il dibattito politico. Infatti, per capire non solo cosa sia esattamente il Mes – che, peraltro, è uno strumento effettivamente esistente -, ma cosa possa differenziare fra loro strumenti fin qui solo evocati, come i cosiddetti “eurobond”, dai non meno ipotetici “coronabond”, non basta avere una infarinatura di nozioni o di teorie economiche; servono nozioni specifiche relative ai rapporti tra strumenti finanziari e politiche di bilancio pubbliche.

In secondo luogo, bisogna ammettere che, al di là delle complicazioni nostrane, gran parte del dibattito europeo sulla materia è risultato difficilmente intellegibile perché amici e avversari del Mes, così come amici e avversari dei bond variamente ipotizzati, si sono divisi non lungo chiare alternative ideologiche, ma lungo tortuosi steccati terminologici. Tal che la sigla Mes, confortante almeno per una parte delle opinioni pubbliche dei paesi più settentrionali fra quelli dell’Unione europea, risultava inquietante per parte delle opinioni pubbliche dei Paesi mediterranei della stessa Unione. Mentre il termine inglese bond, che poi in italiano potrebbe indicare, tra l’altro, i vecchi, cari Buoni del Tesoro, veniva pronunciato con tono di sfida dai leaders dei suddetti Paesi mediterranei quando questi ultimi si rivolgevano ai loro colleghi tedeschi o olandesi.

Ora qui va detto che tale divisione – per metà geografica e per metà terminologica – non deriva necessariamente dai diversi caratteri nazionali, che secondo frusti stereotipi pseudo-antropologici, sarebbero necessariamente più espansivi e calorosi al Sud, e più freddi e trattenuti al Nord; o, se vogliamo, più propensi alle spese allegre nell’assolato Sud, e più severamente orientati al risparmio nel freddo, piovoso Nord.

Il fatto è che, al di là di note differenze storico-culturali di partenza, come quella che ha separato dall’inizio dell’età moderna la cultura cattolica da quella luterana, le attuali opinioni pubbliche sono quello che sono anche perché sono state plasmate in un certo modo, oppure in un altro, dalla reiterata propaganda delle forze politiche dominanti nei diversi Paesi.

Ora è del tutto evidente che, per uscire dalle disastrose conseguenze economiche di una crisi inattesa, repentina e devastante come quella indotta dalla necessità di difendersi dalla pandemia del Covid-19, gli Stati dell’Unione europea dovranno mettere a disposizione dei propri sistemi produttivi e delle proprie popolazioni ingenti risorse finanziarie. Così come è evidente che se tali risorse non sono già custodite, e quindi presenti, in qualche forziere pubblico, dovranno essere create ricorrendo all’emissione di buoni pubblici. E ciò in modo tale che una parte di queste risorse possa poi essere erogata come finanziamenti a fondo perduto, e un’altra parte come prestiti a lunga scadenza, allo scopo, in entrambi i casi, di riavviare un’efficiente vita produttiva. Su questo, vorremmo dire, non ci piove.

E allora perché l’attuale dibattito politico europeo è tutto intrecciato di opposti giuramenti che iniziano inevitabilmente con altrettanti “Noi non” e procedono, non meno inevitabilmente, con altrettanti “mai”? In realtà, i gruppi dirigenti dei vari Paesi membri dell’Unione sanno benissimo che, alla fine, dovranno trovare un qualche compromesso tra le diverse ipotesi teoriche e le diverse conseguenti proposte pratiche. E ciò, appunto, perché le proporzioni del disastro indotto dalla somma dei vari lock down sono tali che nessuno dei singoli Paesi dell’Unione, neppure la robusta Germania, possono ragionevolmente pensare di affrontarle separatamente e da soli.

Solo che, a tutt’oggi, questi gruppi dirigenti sono, se ci è consentito riesumare un’espressione tratta da un lessico politico un po’ novecentesco, prigionieri dei propri eserciti. Nel senso che, prima, hanno galvanizzato le proprie truppe sostenendo, in alternativa, che accettare il Mes significa, per  i Paesi mediterranei, rinunciare alla propria sovranità nazionale; oppure che emettere nuovi bonds a vario titolo europei, indipendentemente da come siano congegnati, significa che le laboriose popolazioni del Nord dovranno assumersi il peso di mantenere le oziose popolazioni del Sud. Dopo di che questi stessi gruppi dirigenti non sanno più come fare a smentire sé stessi nel momento in cui dovrebbero raggiungere un qualche accordo.

Insomma, un compromesso è necessario, ma non si sa come raggiungerlo. Di qui l’impasse attuale. Quella che, con ogni probabilità, emergerà nell’odierna riunione del Consiglio europeo.

Riprendendo il filo del nostro discorso iniziale, possiamo adesso dedicarci al terzo fattore che ha reso particolarmente difficile per i cittadini italiani orientarsi nell’attuale dibattito politico intra-europeo.

Da noi, infatti, non si è sviluppato uno scontro almeno relativamente intelligibile tra maggioranza e opposizione, in una situazione in cui uno schieramento fosse europeista e l’altro sovranista. Oppure, come in Germania, dove una parte dello schieramento politico fosse europeista e rigorista e un’altra parte europeista e para-keynesiana. In Italia le cose sono assai più complicate.

Ciò dipende, principalmente, dal fatto che, nel primo anno dell’attuale legislatura, l’Italia è stata governata da un’inedita maggioranza, guidata dal fino ad allora semisconosciuto Giuseppe Conte, basata sull’alleanza fra una forza sovranista, la Lega, e una forza populista, il Movimento 5 stelle. Ora il punto è che queste due forze hanno trovato un terreno unificante nella congiunzione fra l’antieuropeismo dei sovranisti e l’ostilità preconcetta, tipica dei populismi, verso qualsiasi cosa abbia a che fare anche solo con la parola finanza. E’ così accaduto che queste due avversioni si siano saldate in una decisa ostilità verso il Mes, che è, per l’appunto, uno strumento finanziario nato nell’ambito dell’Unione europea.

Dopo un anno di questo esperimento, come ben sappiamo, la maggioranza Lega-M5s è stata sostituita da una ancor più inedita maggioranza formata dallo stesso M5s e dai partiti dell’attuale sinistra. Maggioranza guidata, peraltro, dallo stesso Giuseppe Conte. Mentre tutto il centro-destra, da Berlusconi a Salvini, si è ritrovato all’opposizione.

Scoppiata l’emergenza coronavirus, palesatasi l’esigenza di trovare risposte economiche che coinvolgessero l’Unione europea e apertosi il dibattito sull’utilizzo del Mes, sia pure rivisto e corretto rispetto all’attuale scopo, apriti cielo.

Nel silenzio, almeno apparentemente pensoso, del Pd, e in quello, forse imbarazzato, di Sinistra italiana, le altre forze politiche – e cioè Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega – hanno cominciato a rinfacciarsi in modo scomposto le loro precedenti scelte compiute, in materia di  impiego del Mes, in tempi più o meno recenti. Accusandosi a vicenda di essere stati responsabili della nascita del Mes e del suo ipotetico feroce intervento avvenuto in Grecia. Peggio: scambiandosi queste accuse, hanno fatto anche diversi errori storico-cronachistici più o meno voluti. Fra l’altro dimenticandosi, o facendo finta di dimenticarsi, che il Mes non è nato, qualche anno fa, tutto a un tratto, ma è frutto di un processo abbastanza laborioso.

In questi giorni, sia Mario Monti, sul Corriere della Sera (11 aprile), che Renato Brunetta, sul Riformista (16 aprile) e Lorenzo Bini Smaghi, sul Foglio (21 aprile), hanno ricordato agli immemori che il progenitore del Mes, ovvero il Fondo europeo di stabilità finanziaria (siglato come Fesf in Italiano o come Efsf in inglese), vide la luce il 9 maggio 2010 allo scopo, appunto, di aiutare finanziariamente gli Stati membri dell’Eurozona e preservare così la stabilità finanziaria di quest’ultima. Ciò come conseguenza della crisi globale esplosa nell’autunno del 2008.

Ora il punto è che, all’epoca, a capo del Governo italiano c’era il cav. Silvio Berlusconi che governava con una maggioranza di centro-destra. Fra l’altro, in quel suo quarto Governo, Giorgia Meloni indossava i panni di ministro per la Gioventù.

Non solo: il famoso intervento europeo a favore della Grecia, quello che è diventato famigerato per le aspre condizioni imposte al Paese a fronte dei prestiti concessi, è precedente, anche se di poco, alla nascita dello stesso Fesf. Quindi, doppiamente precedente alla nascita del Mes. L’aiuto dato alla Grecia (denominato Greek Loan Facility) consisteva in prestiti bilaterali offerti dai Paesi dell’Eurozona.

L’allargarsi ad altri Paesi europei di problemi finanziari almeno in parte simili a quelli patiti dalla Grecia portò, appunto, alla creazione di uno strumento più strutturato: il Fesf. Solo un anno dopo, e cioè nel marzo del 2011 (mentre in Italia era ancora vivo e vegeto il quarto governo Berlusconi), il Consiglio d’Europa decise di sostituire il Fesf con uno strumento ancora più strutturato: il famoso Mes. Va detto, peraltro, che questo processo di sostituzione non è avvenuto dal giorno alla mattina. Infatti, il Mes è entrato in funzione solo nel luglio del 2012.

Da tutto ciò si ricava che è sbagliato, come hanno fatto sia la Lega che il M5s, identificare il Mes con il cattivo che ha messo la Grecia alla fame. Il fatto è che il Governo greco dell’epoca aveva falsificato i conti nazionali, creando attorno allo Stato ellenico un clima di ovvia sfiducia che  determinò conseguenze drammatiche nel pieno della crisi globale. Il punto critico, all’epoca, fu semmai un altro, ovvero la lentezza del processo politico che portò gli Stati dell’Eurozona a deliberare un intervento. Questo ritardo, dovuto in buona misura alle incertezze della Germania, contribuì a far peggiorare la situazione. A quel punto i cittadini greci furono chiamati a sopportare gravi sacrifici volti a risanare quel debito che si era accumulato prima dell’intervento europeo e che si era accumulato a causa di una sconsiderata gestione politica interna.

Al contrario, gli altri tre Paesi del gruppo dei cosiddetti Piigs che hanno poi usufruito degli interventi del Mes – e cioè Portogallo, Irlanda e Spagna, più Cipro – ne hanno tratto grande giovamento.

Questa ricostruzione ci aiuta anche a capire che non risulta che sia prima, quando fu deliberato l’aiuto alla Grecia, che poi, quando fu costruito il Fesf, i partiti del centro-destra si siano minimamente opposti a queste decisioni. Il che, peraltro, tornerebbe a loro onore, se non fosse che, nelle scomposte polemiche di questi giorni, hanno cercato di scaricare sul Governo Monti la responsabilità della creazione del Mes. Responsabilità che ricade solo in parte sul professore della Bocconi perché, se è vero che lui era a capo del Governo italiano nel 2012, ovvero quando il Mes entrò in funzione, quando fu costruito attraverso diversi passaggi, come si è visto, l’Italia era governata dal centro-destra. D’altra parte, anche l’attuale capo del Governo, Giuseppe Conte, quando ha accusato il Governo Berlusconi, Meloni compresa, di aver contribuito a creare il Mes, ha detto solo una mezza verità. In primo luogo, infatti, ha fatto confusione con le date, citando un inesistente Governo Berlusconi all’opera nel 2012. In secondo luogo, mentre Monti ha onestamente rivendicato la sua parte di responsabilità, Meloni ha preferito scegliere la strada dell’oblio, lasciando via libera alle intemerate di Salvini.

Ricapitolando. Prima o poi, per il bene del nostro Paese, Conte dovrà accettare un compromesso con gli altri Paesi leader dell’Unione europea, comprensivo del ricorso al Mes. E questo è quello che auspicano Pd, Italia Viva e almeno alcuni forzisti, come il già citato Brunetta. Ma è difficile credere che, a quel punto, il M5s, educato all’odio contro questo strumento finanziario, lo seguirà in blocco.

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