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Home - Approfondimenti - Analisi - Non indifferenti a quel che si muove nei partiti

Non indifferenti a quel che si muove nei partiti

24 Aprile 2007
in Analisi

di Achille Passoni, Segretario confederale Cgil

I rapporti tra i sindacati ed i partiti, specie quelli di sinistra, affondano le proprie radici sin dalla nascita della Cgil. Mutano via via in virtù delle profonde trasformazioni della società. Nell’Italia della ricostruzione, del boom economico, fino alla fine degli anni ottanta, i partiti ed il sindacato hanno una forte contiguità sociale, basano la propria rappresentanza diretta sullo stesso corpo sociale, seppur con funzioni e ruoli differenti, vivono in stretta relazione l’uno con l’altro. In quei decenni, in una società largamente industriale, i partiti sono di massa, con una forte cultura identitaria, un radicamento e una rappresentanza del mondo del lavoro dipendente. Al di là della loro collocazione al governo, o stabilmente all’opposizione, rappresentano i lavoratori nel Parlamento, muovono le coscienze di milioni di persone, sono portatori di grandi progetti politici sulla cui base aggregano, danno speranze di riscatto e prospettano utopie di trasformazione della società.
In quella società, in cui la forza dei partiti si identifica con lo spazio di partecipazione, in particolare delle forze del lavoro, cresce anche la dimensione politica del sindacato e via via si afferma la sua autonomia formale e sostanziale, pur in presenza di una democrazia interna strutturata, spesso, sulla base di componenti di partito.

La situazione muta con l’arrivo degli anni ’90. Sono anni di grande trasformazione e lo sono per  tutti i grandi partiti di massa. Alcuni spariscono travolti da tangentopoli; il Partito comunista, con il crollo del muro di Berlino, è costretto ad un serio ripensamento e ad una progressiva trasformazione. Quel momento determina la fine della dimensione di massa dei partiti, la sempre più marcata crisi di rappresentanza politica delle donne e degli uomini che lavorano e la definizione dell’autonomia del sindacato attraverso un proprio e originale progetto politico, seppur diverso per ogni organizzazione. Il sindacato dei diritti, delineato nel 1988 nella Conferenza programmatica tenutasi a Chianciano da Bruno Trentin, determina, per la Cgil, le condizioni di una svolta storica – che rappresenta tutt’ora l’essenza della strategia politica e rivendicativa della Confederazione – e segna l’avvio di un’altrettanto storica trasformazione della propria vita interna, che culminerà, prima con lo scioglimento della componente comunista e successivamente di quella socialista e della cosiddetta terza componente.


Ad accompagnare questi anni di turbolenza  politica, si affacciano grandi trasformazioni economiche e sociali. Si passa da un’economia fordista, da una società costruita sulla produzione di beni materiali all’economia dell’informazione, alla società della conoscenza. Una società che cambia profondamente non solo nei modelli di produzione e nelle forme di distribuzione, ma anche nella sua dimensione sociale oltre che del lavoro. Accanto al lavoro tradizionale crescono gli elementi legati all’individualità, perché il modello di produzione è sempre più imperniato sulla conoscenza e quindi sulle capacità e sulla creatività della singola persona. Questi cambiamenti dei modelli della produzione, dei modi e dei contenuti del lavoro permeano inevitabilmente la società e quindi anche la struttura sociale su cui essa si fonda, i sistemi relazionali che la caratterizzano. Il mondo del lavoro è diverso rispetto al passato, è più dinamico, flessibile; cambia la percezione del lavoro come unico senso della vita, ma resta tuttavia la dimensione dell’identità sociale del lavoro.


Si apre, quindi, un nuovo scenario nella politica italiana; irrompe il bipolarismo; si delineano due schieramenti fra loro programmaticamente alternativi; si riorganizza il campo del centro sinistra per attrezzarsi alla sfida del governo del Paese. Si apre, cioè, quella ormai troppo lunga transizione della vita politica e istituzionale che ancora non si è conclusa. E’ in questa transizione che si acuiscono la crisi di rappresentanza politica del lavoro e il distacco dalla militanza di partito di tante lavoratrici e tanti lavoratori. E’ nel rinsecchirsi della democrazia di questi ultimi anni che si riducono anche gli spazi di partecipazione di chi lavora. E’ in questo scenario che al sindacato confederale viene richiesto un impegno maggiore di rappresentanza, quasi una supplenza della politica, che non può assumere – se non in casi del tutto eccezionali, dichiarandone esplicitamente l’intenzione, e per un periodo assolutamente limitato – pena uno snaturamento della sua funzione. E’ in tale contesto che si viene delineando un nuovo rapporto fra rappresentanza politica e rappresentanza sociale, basato sul confronto fra orientamenti programmatici degli uni e degli altri e sulla misurazione delle distanze del sindacato rispetto ai programmi elettorali di ciascun schieramento. In sostanza, quell’autonomia programmatica, definita all’inizio degli anni novanta, trae ulteriore consistenza dall’assetto politico-istituzionale bipolare. Rimane, ad oggi, irrisolto il problema della rappresentanza politica del mondo del lavoro, cosa questa che lascia qualche spazio a fantasie pansindacali, che qui e là affiorano nel sindacato, anche nella nuova declinazione di indipendenza dai partiti, di indifferenza al quadro politico, di chiusura entro rigidi confini sindacali che rischiano di determinare derive corporative assai pericolose per l’essenza stessa del sindacalismo confederale.


Ma il fatto che di tanto in tanto questa teoria riemerga, dimostra la necessità di riformare la politica, di farla tornare a parlare dei problemi reali del paese e delle persone; problemi che sono in primo luogo legati al lavoro e alla sua qualità, alla sua capacità di essere elemento di inclusione sociale, di garantire dignità alle donne ed agli uomini. Il calo delle iscrizioni ai partiti – in generale, non solo nel mondo del lavoro – è sintomatico di questa crisi in cui sembra che i partiti stessi siano incapaci di comprendere i bisogni, le ansie, le speranze delle persone, di chi lavora.


E qui si innestano gli ultimi sommovimenti della politica, a partire dalla costruzione del Partito democratico che, fra i  molti obiettivi che si propone, dovrebbe – insieme ad una legge elettorale che cancelli quella disastrosa esistente – ridurre, se non proprio risolvere, il problema della frammentazione della rappresentanza politica. Anche questo è un problema assai serio per il sindacato perché rende precaria l’interlocuzione con il governo, specie se esso vive su di una maggioranza così risicata come l’attuale. Il rischio, infatti, che sulle materie di confronto e negoziato avvenga lo “scavalcamento” del sindacato all’interno stesso del Governo, oppure nella maggioranza parlamentare, per una pura esigenza di visibilità da parte dei partiti minori, rende più difficile la necessaria assunzione di responsabilità da parte della rappresentanza sociale. 


Un grande processo di riorganizzazione della rappresentanza politica – non solo nel centro sinistra – poggia perciò su esigenze obiettive – semplificazione della rappresentanza stessa, bipolarismo più forte e compiuto, governabilità – e su necessità politiche, per quanto mi riguarda, di grande rilievo, quali ridare slancio e forza alla partecipazione e alla democrazia, garantire rappresentanza politica a milioni di lavoratrici e lavoratori, interpretare e governare i profondi cambiamenti della società e dell’economia, rappresentare un interlocutore attento e disponibile del sindacato. Per questo il sindacato stesso non può dirsi indifferente a questo sommovimento. Anzi, lo osserva con grande attenzione e rispetto ed è seriamente interessato ai suoi esiti, perché è del tutto evidente che da essi dipenderà molto dell’assetto delle relazioni fra i due soggetti. Questo come sindacato. Come sindacalisti, vale, ovviamente, il principio della militanza individuale – per quanto mi riguarda non ho dubbi nel partecipare alla costruzione del Partito democratico – e delle relative scelte che, proprio perché personali, non chiamano in causa l’organizzazione in quanto tale.

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