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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Ora anche il FMI indaga sul mistero del salario scomparso

Ora anche il FMI indaga sul mistero del salario scomparso

di Maurizio Ricci
16 Ottobre 2017
in Poveri e ricchi, Analisi
Ora anche il FMI indaga sul mistero del salario scomparso

Ormai è un coro. La ripresa che non si vede e il mistero del salario scomparso sono arrivati sulla prima pagina dei giornali, perché  ne ha parlato pubblicamente, in una occasione mediatica come il vertice del Fmi, la direttrice Christine Lagarde. Ma è più di un anno che, come già documentato sul Diario del lavoro, il tema della disoccupazione che cala, senza innescare il rialzo dei salari, impegna gli economisti di tutte le grandi istituzioni internazionali.

La domanda asfittica e, dunque, l’economia pallida che ne risulta è tanto più allarmante, in quanto, ad esempio negli Usa, la ripresa è ormai assai più lunga del normale e una nuova recessione non può essere lontana. Continuano a mancare, però, spiegazioni convinte e convincenti. Non lo è quella che ha accompagnato in questi giorni l’allarme della Lagarde. Secondo, il Fmi, i salari non si riprendono nei paesi più deboli, perchè la domanda è ancora debole e in quelli più forti, dove la domanda tira, perché la produttività non li giustifica. Il  mistero del salario scomparso sarebbe, insomma, il mistero della produttività scomparsa.

E’ una spiegazione che cozza con quanto gli economisti dello stesso Fmi sostenevano solo pochi mesi fa. La paralisi dei salari veniva infatti attribuita, in un rapporto precedente, più o meno in parti uguali, a due fattori che in realtà, proprio sul lato del lavoro, dovrebbero accrescere la produttività: l’innovazione tecnologica (in gergo: i robot) e la globalizzazione, che consente alle aziende una distribuzione più efficiente del costo del lavoro.

Qualcosa di più si capisce se si va a vedere come è il mercato del lavoro, ai tempi dei robot e della globalizzazione. Lo hanno fatto Bce e  Ocse, sempre in questi mesi. La disoccupazione scende, spiegano a Francoforte, ma è, in parte, un effetto puramente ottico. Al 9 per cento di disoccupati statisticamente registrati in Europa, dice la Bce, bisogna aggiungere gli scoraggiati, che hanno abbandonato la ricerca di un posto, e chi lavora part time, perché non riesce a trovare un lavoro a tempo pieno. Sono tanti. L’Ocse registra che, anche nei paesi dove la ripresa è consolidata, gli occupati sono aumentati, dopo la crisi, ma le ore lavorate no: segno di un boom del part time. Insomma, il tasso di disoccupazione effettivo, intorno a cui ruota la contrattazione dei salari, non è il 9, ma il 18 per cento (e vicino al 24 per cento per l’Italia), pari a quello di una profonda recessione. Infatti, le aziende sono in grado, osserva la Bce,  di  reclutare lavoratori, offrendo ai nuovi assunti salari più bassi.

Ma non è la vita quotidiana dei lavoratori che preoccupa gli uffici studi di Fmi, Ocse e Bce. Il problema è che le economie mature sono fatte, per il 70 per cento, di consumi e, se questi non decollano perché le buste paga sono troppo magre, la ripresa resta fragile e stentata, come, infatti, gli stessi istituti prevedono per i prossimi anni. E’ un problema non ciclico, dunque, ma strutturale e, se le banche centrali, oggi, se ne preoccupano, devono sapere che non sparirà presto e da solo. E’ dagli anni ’70 che la quota del lavoro sul Pil si riduce, a favore del capitale. E i fattori in azione sono politici quanto economici.

Senza voler mitizzare la classe operaia, il declino della quota dell’industria manifatturiera sull’occupazione e sul Pil ha tolto al mondo del lavoro schemi, modelli, direttrici di influenza e di rappresentanza. Mentre si espandeva l’atomizzazione dei rapporti di lavoro, da sempre tipica dei settori non industriali. In parole più semplici: se anche nella florida Germania di oggi i salari non decollano, non è perché la mitica IgMetall non è più capace di fare il suo mestiere di sindacato, ma perché pesa e conta sempre meno in un mondo del lavoro, anche in Germania, sempre più orientato sui servizi, segnati dal part time, dal precariato, dal rapporto individuale di lavoro.

Non esistono ricette semplici, ma la flessibilità e la precarietà del posto di lavoro hanno un costo – per stare nei parametri del Fmi – in termini di produttività. Rispiegare ogni tre mesi un programma al computer ad un giovanotto appena reclutato per sostituire il predecessore di cui vi siete sbarazzati per non doverlo assumere a tempo pieno non è la via più rapida all’efficienza. In questa confusa situazione, strumenti di rappresentanza e protezione dei lavoratori non sono una soluzione ma, probabilmente, sono più un supporto che un intralcio.

Fra le righe, nei rapporti di istituzioni assai paludate, come Fmi, Ocse, Bce, questa preoccupazione traspare. Forse la Lagarde dovrebbe dire due parole – in francese – a Macron. A lungo si può parlare male dei sindacati, ma buttarli fuori dalle aziende, come prevede la riforma del lavoro del neopresidente francese, non vuol dire scommettere sul rilancio dei salari.

Maurizio Ricci

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Tags: EconomiaSindacatoSalari
Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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