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Home - Approfondimenti - L'Editoriale - Se in Europa si aggira lo spettro dei bassi salari

Se in Europa si aggira lo spettro dei bassi salari

di Nunzia Penelope
2 Ottobre 2017
in L'Editoriale

Uno spettro si aggira per l’Europa, ed è lo spettro dei salari troppo bassi. Rende insonni le notti dei banchieri centrali, a partire da Mario Draghi, che vede vanificati tutti gli sforzi per far salire l’inflazione a colpi di Quantitative Easing, mette in difficoltà gli economisti, che non riescono a spiegarsi per quale motivo, malgrado la ripresa ormai affermata, le buste paga non crescano nemmeno un po’, anzi, in taluni casi arretrino.

Il problema dei salari non è nuovo, ne’ limitato all’Italia; tuttavia negli ultimi anni e’ rimasto sotto traccia, oscurato da un’altra più grave conseguenza della crisi, vale a dire l’emorragia di posti di lavoro. Ora che la crisi sembra alle spalle, e che la ripresa sta ridando un po’ di fiato anche all’occupazione, la contraddizione della mancata crescita delle retribuzioni, in parallelo a quella dell’economia,  emerge in piena luce.

Del resto, proprio Mario Draghi, già nel 2014, invitava le parti sociali (entrambe, attenzione: sindacati e imprese) a ‘’lavorare’’ sulle buste paga. Poi, nel 2016, Ignazio Visco, governatore di Bankitalia, aveva segnalato come eventuali rinnovi contrattuali ‘’al ribasso’’ rischiassero di avere effetti negativi sull’inflazione. Teoria ribadita ancora da Draghi, la scorsa primavera: “un’importante fonte della debolezza dell’inflazione è stata la debole pressione inflazionistica interna, dovuta in parte alla crescita modesta dei salari, ben al di sotto delle medie storiche”, e ben al di sotto ‘’di quanto ci sarebbe attesi con la ripresa in atto’’.

Il Rapporto 2017 della BRI, la banca dei regolamenti internazionali, a pagina 77, affronta il problema con una osservazione solo apparentemente lapalissiana: ‘’la moderata crescita dei salari e’ un segnale del calo del potere contrattuale dei lavoratori’’. Tesi confermata dal recentissimo studio del Fondo Monetario Internazionale, che individua nella precarietà del mercato del lavoro, nell’aumento del part time involontario (cioè obbligato dalla mancanza di un impiego a tempo pieno), nei contratti a termine, una debolezza che si riflette, inevitabilmente, sull’esiguità delle buste paga. Ma attenzione: il Fondo afferma che lo stesso fenomeno si riscontra anche in presenza di contratti a tempo indeterminato, stabili. Quindi, il mistero non si spiega solo con la precarietà del lavoro.

Sta di fatto che tutti, ormai, a livello europeo, hanno ben presente che fino a quando i salari non riusciranno a trovare la strada di un incremento consistente, l’inflazione resterà inchiodata e la ripresa sarà meno robusta di quanto auspicabile. Per dirla in parole molto povere, quello che occorrerebbe oggi e’ forse il contrario di quanto e’ stato fatto con gli accordi 1992-1993: allora il tema era domare una inflazione altissima, mettendo sotto controllo le rivendicazioni salariali; oggi, appunto, i termini del problema vanno capovolti.

Le linee guida di una nuova politica salariale sono ancora tutte da scrivere, ma Cgil, Cisl e Uilstanno iniziando a ragionarci. Il Diario del Lavoro intende dare il proprio contributo, e per questo abbiamo avviato un dibattito pubblico sul nostro giornale, aperto da un intervento di Gaetano Sateriale dal titolo, appunto, ‘’Per una nuova politica salariale’’. A quello di Sateriale sono seguiti in pochi giorni i contributi di altri rappresentanti del mondo del lavoro e accademico: da due esponenti di peso del sindacato come Gigi Petteni, segretario confederale della Cisl, e Marco Bentivogli, leader della Fim, a Riccardo Sanna, capo economista di Corso Italia, a Leonello Tronti,economista e docente a RomaTre. Ciascuno e’ intervenuto con i suoi ragionamenti e le sue proposte,  tutti comunque convinti della necessità di affrontare il problema.

Una delle strade su cui molti sembrano concordare e’ quella di collegare i salari con la produttività, ma questo comporta necessariamente un allargamento dell’area della contrattazione di secondo livello, oggi limitata a un 25-30% del totale dei lavoratori. La strada per ottenere una base più ampia, suggeriscono i sindacati, sarebbe quella della contrattazione territoriale, ma e’ proprio su questo scoglio che si e’ fin qui arenata la trattativa con la Confindustria per il nuovo modello contrattuale. Gli imprenditori temono infatti che il livello territoriale equivarrebbe a un terzo livello contrattuale. Su questa posizione, da un paio di decenni, si bloccano tutti i tentativi di riforma del sistema delle relazioni industriali. La crisi degli ultimi dieci anni ha poi fatto si’ che ci fosse ben altro su cui discutere, e su cui difendersi. Ora che la crisi e’ passata, però, toccherà affrontare seriamente anche questo nodo.

Perché se i salari non crescono si può pure dare la colpa alla crisi, al mercato del lavoro, alle congiunzioni astrali negative: ma prima o dopo bisognerà pure che qualcuno dica al mondo delle imprese che e’ anche compito loro aumentare le retribuzioni. Luciano Lama, in un lontano convegno bolognese, rivolto a una platea di imprenditori scandì una frase netta: ‘’parlate di meno, e pagate di piu’’. Lo storico leader della Cgil, all’epoca, si riferiva al fisco, più che direttamente ai salari. Ma oggi che le imprese hanno goduto, e probabilmente ancora godranno, di sgravi contributivi o fiscali sulle assunzioni e sugli investimenti, iniziare a discutere in modo concreto di come dare maggior spessore alle buste paga dei loro dipendenti non sarà ancora a lungo rinviabile.

Nunzia Penelope

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Vicedirettrice de Il Diario del lavoro

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