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Home - Blog - Perché ancora oggi possiamo ‘’fidarci’’ di Fernando Santi

Perché ancora oggi possiamo ‘’fidarci’’ di Fernando Santi

di Giuliano Cazzola
3 Ottobre 2019
in Blog
Perché ancora oggi possiamo ‘’fidarci’’ di Fernando Santi

Mentre entrava nel vivo, nell’autunno del 1969, la storica battaglia dei metalmeccanici per il rinnovo del contratto nazionale del lavoro, moriva (il 15 settembre a Parma) Fernando Santi, uno dei grandi sindacalisti del secolo scorso, segretario della Cgil dal 1947 al 1965. In pratica, potremmo definire Santi il Giuseppe Di Vittorio dei socialisti della Cgil, sia unitaria che dopo le scissioni.  Fu infatti il segretario generale aggiunto di Giuseppe Di  Vittorio; e dopo la sua morte di Agostino Novella. Lasciò la Cgil in occasione del Congresso di Bologna del 1965, pronunciando un intervento di commiato memorabile, che meriterebbe di trovare posto nell’antologia dei discorsi celebri. Ormai anziano e con qualche problema di salute, Santi aveva deciso di lasciare la Cgil. In verità, c’era anche qualche problema politico.

Santi si definiva “riformista padano” (e aggiungeva che si trattava di una razza nobile a rischio di estinzione); apparteneva, però, alla minoranza lombardiana del Psi (quella che nella ‘’notte di San Gregorio nel 1963 aveva fatto saltare il primo accordo di centro-sinistra organico). In quei tempi, il Partito voleva avere dei dirigenti di propria fiducia in Cgil (tanto che al posto di Santi andò Giovanni Mosca) e spezzare, così, l’andazzo tradizionale per cui gli autonomisti erano nelle strutture del Partito, i militanti della sinistra in Cgil (tanto che in larga maggioranza, nel 1964, al momento della costituzione del governo Moro-Nenni, passarono al Psiup).

Il discorso congressuale di Santi fu molto efficace e commovente. “Se potessi parlarvi col linguaggio degli innamorati, io vi direi compagni che vi lascio ma non vi abbandono. Vi prometto però che non vado in pensione, ma che resterò un militante del movimento operaio e socialista”. Ma il  bello doveva ancora venire. “ Da quando ho deciso di  lasciare la Cgil ho ricevuto molti attestati di stima ed amicizia … Potrei allora dirmi pago.   Ma io sono un uomo di molte ambizioni.  Vorrei allora che almeno una volta, in tutti questi anni, un operaio o un bracciante, pensando a me, abbia detto: è uno dei nostri; di lui ci possiamo fidare. Per rispondergli oggi: puoi fidarti ancora, compagno”. I delegati si spellarono  le mani. Santi era un grande oratore. Il suo discorso, però, lisciava la belva dalla parte del pelo. In quei tempi, la base comunista guardava con sospetto all’esperienza governativa in cui erano impegnati i socialisti. Santi ne prendeva, in qualche modo, le distanze, crogiolandosi un po’ nei panni del “socialista buono e unitario”, che tanto piaceva ai “cugini” (anche la battuta sui riformisti razza ormai estinta andava in quella stessa direzione). 

Lasciata la Cgil, Santi si dedicò al lavoro politico nel Psi (su posizioni di minoranza) e nella Camera dei Deputati di cui fece parte per venti anni dal 1948 al 1968, svolgendo un ruolo attivo nella Commissione Lavoro e in talune Commissioni speciali. La morte sopraggiunse l’anno dopo, dopo che, candidato al Senato non era stato rieletto. Santi restò per molti anni alla direzione della corrente socialista della Cgil, spesso, da autonomista (ancorchè vicino a Riccardo Lombardi), in posizioni di minoranza essendo i quadri socialisti in larga misura schierati su posizioni di sinistra. Di conseguenza l’impronta di Santi fu avvertita anche in altre fasi della vita dell’organizzazione, anche se è corretta la sua collocazione tra i “padri fondatori”, essendo stato Santi – per meriti suoi e in conseguenza dell’aura che in quel periodo avvolgeva i leader del sindacato – il dirigente socialista di maggior prestigio dopo il martire Bruno Buozzi.

Dopo la morte, in sua memoria il PSI creò l’Istituto Fernando Santi, che si occupava soprattutto dei problemi degli emigranti (allora in prevalenza italiani che vivevano all’estero). Personalità come Fernando Santi hanno contribuito a fare la storia di questo Paese. Da sempre antifascista partecipò alla lotta armata in difesa della città di Parma contro le squadracce di Italo Balbo, che furono costrette a ritirarsi. Durante il fascismo visse per un certo periodo all’estero dove partecipò insieme a Bruno Buozzi e ad altri, a tenere unita l’opposizione. Rientrato in Italia si impiegò come rappresentante di profumi: il che gli consentiva di girare per il Paese senza dare sospetti (anche se fu più volte arrestato) e svolgere il lavoro organizzativo del partito nella clandestinità. Il 25 Aprile del 1945 era a Milano a festeggiare la Liberazione (Riccardo Lombardi era stato nominato dal CLN Prefetto della città). Io non ho conosciuto personalmente Santi. Arrivai al sindacato (alla Fiom di Bologna) pochi mesi prima del Congresso del 1965. Ascoltai – da delegato – il discorso del vecchio leader che lasciava l’organizzazione. Sono trascorsi cinquant’anni, ma lo ricordo parola per parola. Non mi risultano – anche se spero di sbagliarmi e di dover chiedere scusa – iniziative predisposte per ricordare la ricorrenza della scomparsa di un grande italiano, del quale non ho mai smesso di fidarmi.

Giuliano Cazzola

 *********************************


Caro Giuliano,

a conclusione della tua bellissima commemorazione di Fernando Santi affermi che per ragioni di età non lo hai ben conosciuto. Permetti a me che invece essendo purtroppo più vecchio di te non solo l’ho conosciuto, ma ho avuto con lui dall’inizio degli anni ’60 fino alla sua morte il rapporto politico e personale che un figlio può avere con il padre di aggiungere qualcosa prima sul piano politico e poi su quello personale e umano.

Sul piano politico è andata proprio come tu hai scritto: Fernando Santi è stato l’ultimo grande esponente del riformismo padano, di quella tradizione aveva tutto, cultura, posizioni politiche e anche l’aspetto fisico. Non sopportava estremismi e massimalismi, ma nemmeno la subalternità del Nenni di allora (’64-’68) alla DC di Moro e di Rumor e tanto meno l’appiattimento della sinistra PSI poi PSIUP (Vecchietti, Valori, Lami) prima al PCUS e poi al PCI.  Come leader della corrente sindacale socialista della CGIL non ebbe vita facile perché dovette condurre una battaglia su due fronti stando in minoranza in entrambi: in minoranza nel PSI per contestare la deriva moderata di quel centro-sinistra, in minoranza nella CGIL per contestare lo strumentalismo della corrente comunista, per non parlare degli psiuppini, contro il governo.

Non fu una partita facile, ma la CGIL di allora – e qui veniamo anche ad alcune considerazioni personali – era una scuola politica di altissimo livello: nel direttivo della CGIL si confrontavano autentici giganti come Lama, Trentin, Garavini, Romagnoli, Vittorio Foa e i socialisti Santi, Didò, Piero Boni. Io arrivai all’ufficio studi della CGIL quasi per caso, avevo fatto politica nell’UGI e poi nel Movimento Giovanile Socialista. Una volta laureto volevo specializzarmi in economia alla London School of Economics. Per arrivarci però bisognava conoscere l’econometria. Per imparare econometria bisognava fare il corso SVIMEZ. Per arrivare alla SVIMEZ bisognava essere designato da un ente o da un sindacato.

Così colsi al volo un suggerimento di Claudio Signorile allora segretario della FGSI: “Santi sta cercando un giovane socialista per l’ufficio studi della CGIL, perché non ci vai?”. Ci andai e cambiai tutti i miei programmi. Santi prima mi prese in simpatia, poi mi fece diventare il suo consigliere politico e il suo ghost writer per le cose economiche.

Come dici tu Santi era un grande oratore, ma non improvvisava mai, scriveva tutto e poi leggeva in modo tale che sembrava inventasse sul momento. Quasi quotidianamente lo andavo a trovare a casa sua, un piccolo appartamento a Parioli. Lavoravamo in cucina, mentre sua moglie ci portava i tortellini e suo figlio Paolo, giovane comunista ultra amendoliano, ci sfotteva in modo affettuoso. Io spesso portavo testi già scritti che Santi rivoltava come un calzino. Alla fine di un lavoro assai serrato io mi mettevo alla lettera 22 e Santi dettava: mi faceva mettere fra parentesi anche gli effetti previsti – risate, applausi, contestazioni – e non sbagliava mai.

Poi hai ragione tu, al suo discorso di commiato tutti battevano le mani in piedi fino all’ovazione finale che non finiva mai, molti piangevano, il sottoscritto singhiozzava in un angolo, ma, come dire, si trattava della politica di alcuni secoli fa. Fortuna che l’abbiamo vissuta.

Fabrizio Cicchitto

(07 Ottobre 2019)


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