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Home - Approfondimenti - Analisi - Politica dei redditi e contrattazione: tutto si tiene

Politica dei redditi e contrattazione: tutto si tiene

5 Maggio 2006
in Analisi

di Marigia Maulucci – segretaria confederale Cgil

Alla composizione di una retribuzione decente, che cresca nel tempo più dell’inflazione, la contrattazione non basta: una nuova politica dei redditi è sicuramente tra le priorità che il Governo Prodi dovrà affrontare.
Che le retribuzioni abbiano perso – in questi ultimi anni – potere d’acquisto non è uno slogan di campagna elettorale: è una certezza, confermata e confortata dai numeri. I dati Istat sulle retribuzioni vanno letti, infatti, con grande attenzione, perché di norma proiettano sull’intera economia i risultati dei rinnovi contrattuali di una parte di essa, confermando la distorsione classica delle medie statistiche.
E’ del tutto evidente che i rinnovi contrattuali provino a recuperare l’inflazione reale e a redistribuire la produttività; molto meno evidente e di facile lettura che un aumento del 5% di un settore che pesa nella platea generale dei lavoratori dipendenti per il 10% diventi un aumento per tutti dello 0,5%. Certo, sulle medie statistiche si è già autorevolmente pronunciato Trilussa e l’Istat lo sa talmente bene che nell’ultimo comunicato, per esempio, ha proiettato nell’anno il tasso di crescita tendenziale dell’indice generale del 2,5% in assenza di rinnovi, verificando che lo stesso si riduce all’1,8%.
E’ dunque molto difficile avere un quadro certo degli aumenti retributivi, se non esaminando settore per settore; anche questa operazione, però, rischia di non essere sufficiente per conoscere il “peso” reale di una busta paga.
Sul potere d’acquisto di quella retribuzione pesa, infatti, il ritardo che un sistema non fluido e regolato di relazioni sindacali produce, ritardo solo parzialmente recuperato dalla erogazione dell’una tantum. Così come non possiamo non tenere conto che si tratta di aumenti lordi, esposti alla incursioni del fiscal drag. Infine, il dato attiene alle retribuzioni contrattuali che dovrebbero essere superate da quelle di fatto, cosa che in periodi di crisi (come questo) non avviene: a marzo all’aumento del 3,1% delle retribuzioni contrattuali, dell’industria ne corrisponde  uno del 2,5% delle retribuzioni di fatto orarie.
Se questo è, gli attacchi più consistenti al potere d’acquisto derivano dalle politiche fiscali e tariffarie e dalla gravità della complessiva situazione economica che riduce la qualità e la quantità di lavoro.

Per il sindacato, dunque, assumere la priorità della perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni significa farsi carico del complesso di questo quadro di problemi, in altri termini cercare di capire quali i confini e i contenuti oggi di una rinnovanda politica dei redditi. Il metodo per realizzarla è sicuramente concertativo, nel senso che i soggetti in questione, vale a dire il Governo e le parti sociali, devono mettersi d’accordo intanto nell’individuare un obiettivo prioritario cui deve seguire l’intesa sugli strumenti per realizzarlo. La concertazione è dunque fondamentale, sia come metodo, sia anche, dopo cinque anni di autoreferenzialità dell’Esecutivo, come contenuto. Il mezzo è il messaggio, come ci ha lungamente spiegato Mc Luhan prima ancora di Bonanni.


Comunque, sicuramente la Cisl ha ragione quando fa della concertazione una priorità, forse un po’ meno quando attacca duramente proprio la Cgil, che a quell’ipotetico tavolo dovrebbe stare seduta al suo fianco. Di contraddizioni, però, è pieno il mondo: una curiosa dissociazione alberga in tutti coloro che attaccano il populismo berlusconiano, che ha svuotato il ruolo dei corpi intermedi, e poi dicono che per carità non bisogna fare nessun patto col nuovo Governo. Ascoltare, dire la propria e giudicare dovrebbe essere l’unica possibilità lasciata al sindacato? Mi sembra un po’ poco, visto che si tratterebbe di decisioni che attengono alle condizioni materiali delle persone che rappresentiamo.
Il problema è un altro: il tema oggi è l’obiettivo da concordare su qual è la priorità e come si costruiscono le condizioni per realizzarla.


Il congresso della Cgil ha indicato nella modifica del modello di specializzazione produttiva la priorità da realizzare per costruire condizioni avanzate di produttività e competitività: occorre finalmente assumere l’evoluzione verso l’economia della conoscenza, attraverso il potenziamento della rete dei servizi innovativi e la qualificazione di quel manifatturiero in grado di sostenere le sfide competitive.
A questo obiettivo è assolutamente sintonica la prevista riduzione del costo del lavoro, sempre che essa non avvenga in maniera indiscriminata, sia perché abbiamo bisogno di scelte che conferiscano un senso condiviso alla politica economica del nuovo Governo, sia perché tale intervento impatterebbe frontalmente con le necessarie coperture economiche e dunque con la situazione gravemente compromessa dei conti pubblici. Selezionare potrebbe comportare interventi mirati verso le retribuzioni più basse, con effetti immediati  in busta paga, e verso le professionalità più direttamente impegnate nei settori innovativi ad alto contenuto tecnologico. L’intervento in queste due direzioni sostiene la priorità della crescita qualificata e tutela quella della salvaguardia del potere d’acquisto dei livelli più bassi a forte sofferenza economica.
Contemporaneamente, i tanto richiesti interventi sulle tariffe dovrebbero trovare un progetto di soluzione, sia per il sistema delle imprese sia per i redditi dei consumatori. La riduzione delle accise è, nell’immediato, la via più breve per sostenere l’offerta e la domanda ma certo non è sufficiente senza un quadro di prospettiva sul sistema tariffario, sulle liberalizzazione nei servizi, sul ruolo delle Authority.


Dentro un sistema di politica dei redditi c’è, a pieno titolo, anche la discussione sul modello contrattuale, che può finalmente trovare in questo alveo una più propria collocazione di certezza sulle regole del suo svolgimento: stabilito il ruolo insostituibile e inderogabile del contratto nazionale, rimesso in piedi un sistema di politiche fiscali, tariffarie ecc. a sostegno delle retribuzioni, possiamo e dobbiamo discutere su come ricostruire le condizioni di formazione della produttività, decidere a quale livello essa debba essere redistribuita, e sostenere, ad esempio, un sistema partecipativo che estenda le sedi della contrattazione di secondo livello.


Non molto differente è la discussione sulla legge 30, vale a dire sugli strumenti precari di accesso al lavoro…appunto sugli strumenti, che dovrebbero rimandare alle caratteristiche di un modello economico e produttivo che ritiene funzionale uno strumento piuttosto che un altro. Il lavoro è così tanto povero e precario perché povera e precaria è la nostra economia: è la luna ad essere appannata, non è il dito che non la sa indicare. Comunque sia, quello che serve a tutti noi è la chiarezza su come si lavora all’alba del 2006, quali certezze, flessibilità, contenuti professionali, tutele deve avere il lavoro per fondare un sistema competitivo e per garantire diritti alle persone, ai giovani, alle donne, all’esercito degli estromessi dai processi produttivi. Nella legge 30 non c’è niente di tutto ciò, e dunque è per questo che non va bene: ripartiamo dal come si ricostruisce il lavoro, piuttosto che sul come si abborracciano spezzoni di occupazioni.


Veniamo da anni complicati, nei quali l’assenza di politica, intesa come esercizio paziente di mediazione del consenso, ha tolto codificazione simbolica alle parole, riducendole a segni con forte valore ideologico evocativo, senza contenuto. Abbiamo tutti assunto il linguaggio pubblicitario: slogan veloci, di grande impatto possibilmente mediatico. Un pensiero profondo si può e si deve semplificare ma non è automatico il contrario: quasi mai dietro certe semplificazioni c’è un pensiero profondo.

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