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Home - Blog - Pontida come una “Verona 2”

Pontida come una “Verona 2”

di Giuliano Cazzola
19 Settembre 2019
in Blog
Pontida come una “Verona 2”

Ho letto la cronaca di Tommaso Nutarelli sul raduno di Pontida. Nutarelli, a mio avviso, ha giustamente sottolineato che  ‘’gli strali del Capitano ricadono sui tre principali artefici del supremo tradimento: Conte, Di Maio e Zingaretti. Il presidente del Consiglio è diventato l’avvocato della Merkel e dei poteri forti che vivono a Bruxelles. Zingaretti e Di Maio due loschi politicanti attaccati solo alle poltrone. Non è stato risparmiato neanche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Al deputato leghista Vito Comenicini fa schifo chi non tiene conte dell’opinione dal 34% degli italiani’’. Il raduno di domenica scorsa, infatti, non è stato soltanto quello che gli organizzatori leghisti hanno definito – assumendosene la responsabilità –   la Pontida dei record.  Quella manifestazione, per l’ex Capitano, è stata anche una ‘’Verona 2’’ che ha fornito lo scenario per sottoporre al giudizio del popolo i traditori, rei di aver svenduto il Paese allo ‘’straniero’’.  Facciamo un passo indietro. Nella città veneta, l’8 gennaio del 1944 iniziò, infatti, la messa in scena imposta direttamente da Hitler (ecco la sovranità della RSI), contro i c.d.  venticinqueluglisti, quei componenti del Gran Consiglio del fascismo che, sottoscrivendo e votando l’ordine del giorno presentato da Dino Grandi nella notte tra il 24 e il 25 luglio del 1943, provocarono le dimissioni del Duce e il crollo del regime. Alcuni gerarchi ‘’felloni’’ furono catturati dai tedeschi ed incarcerati a Verona per essere sottoposti a processo dal regime di Salò. Il dibattimento  – scrissero le cronache – si svolse in un clima teso e spesso interrotto dalle grida di vendetta di un pubblico già convinto della sentenza e in una lugubre sala addobbata con panni neri. Scontata fu la richiesta finale di pena di morte per tutti gli imputati nonostante le frettolose e intimidite arringhe dei difensori. Le pene capitali furono comminate a cinque imputati (il genero del Duce Galeazzo Ciano, De Bono, Marinelli, Gottardi e Pareschi), e l’esecuzione ebbe luogo la mattina dell’11 gennaio nel poligono di Forte San Procolo, a Verona, con un plotone di esecuzione formato da trenta militi fascisti. Tre ore dopo Mussolini aprì il Consiglio dei ministri a Gargnano pronunciando la frase “Giustizia è fatta”. Ai traditori di Matteo Salvini (Giuseppe Conte , Luigi Di Maio  ed, in incognito, Sergio Mattarella) almeno per ora le cose sono andate meglio. Ma il clima fazioso e becero che ha accolto la denuncia dei loro misfatti non era certo rassicurante. Credo però che si debba riflettere sul significato delle accuse. Il concetto di tradimento ha un significato specifico anche sul piano tecnico giuridico. Le sue tipologie sono raggruppate nel secondo libro, primo titolo del codice penale, sotto la voce Delitti contro la personalità dello Stato. Ma ai traditori esposti al ludibrio di Pontida non sembrano applicabili, per insussistenza del fatto, quelle fattispecie di reato. Si resta, così, sul piano politico dove la storia ci insegna che i traditori (come gli eretici e quant’altro) si identificano per aver violato un patto nei confronti di una persona a cui si deve fedeltà cieca e assoluta, in nome del principio del fuhrerprinzip . E’ il caso dei fascisti fucilati a Verona (fu risparmiata in questo modo un’esecuzione da parte dei partigiani). Essi avevano esercitato il diritto di voto (che è sempre l’espressione di un’opinione) loro concesso come componenti del Gran Consiglio del fascismo, una sorta di supremo organo istituzionale dello Stato totalitario, in cui non vi erano distinzioni di ruoli con il partito, bensì il primato del primo sul secondo. Ma il loro voto – legittimo – aveva provocato la caduta del regime e si configurava come un tradimento nei confronti del Duce.  Chi non ricorda la lettera di denuncia di Carlo Gérard nei confronti di Andrea Chénier, come  è riportato nel libretto dell’opera omonima,  anche con la descrizione delle azioni del protagonista:

‘’Nemico della Patria?!
È vecchia fiaba che beatamente
ancor la beve il popolo.
(scrive ancora)
Nato a Costantinopoli? Straniero!
Studiò a Saint Cyr? Soldato!
(riflette ancora, poi trionfante d'una idea subito balenatagli scrive rapidamente)
Traditore!  
Di Dumouriez un complice!’’

N.B. Come si può vedere gli ingredienti c i sono tutti  per  individuare un traditore, anche oggi: nemico della patria ovvero al servizio di altri paesi; nato a Costantinopoli  e straniero; la frequentazione di Sant Cyr, la scuola della casta. Infine Dumouriez non potrebbe essere una sorta  di Macron?

 

Se ai ‘’venticinqueluglisti’’ fu concessa una difesa, un avvocato d’ufficio dei traditori dell’ex Capitano potrebbe iniziare l’arringa con una domanda: chi ha tradito chi? Chi è il traditore e chi sono i traditi? Dal 26 maggio in poi, i pentastellati si sono trasformati in cagnolini al guinzaglio di un trionfante Capitano; lo hanno lasciato fare. Si  sono arresi al colpo di mano di Conte sulla TAV e hanno votato con la fiducia l’ennesima vergogna del decreto sicurezza 2, mentre si limitavano a fare un po’ di ammoina  sull’autonomia differenziata (tema che a Salvini interessa meno della collocazione in classifica della Spal).  L’8 agosto a Sabaudia Matteo Salvini, senza dire nulla agli alleati,  ha aperto  una crisi pasticciata che, nei suoi disegni, avrebbe dovuto condurre  al voto anticipato in autunno e quindi al dimezzamento del M5S indicato come il ‘’partito del non fare’’. Poi si è accorto di aver sbagliato in qualche procedura e ha presentato (senza far dimettere i suoi ministri)  una mozione di sfiducia nei confronti di Conte, pensando che fosse lui ad obbedirgli e a togliersi di mezzo.  In sostanza, un caso di sindrome di Tecoppa: ‘’sta fermo altrimenti non riesco ad infilzarti’’. Salvini non ha messo in conto le reazioni, dettate dall’esigenza del primum vivere: dal discorso del premier in Senato del 20 agosto in poi. Vista la mala partita è diventato un petulante pentito disposto a concedere di tutto per poter tornare indietro. Intanto il quadro politico europeo ed internazionale, vedendolo autoescluso, ha tratto un sospiro di sollievo e si è orientato  positivamente nei confronti del nostro Paese. Questo cambiamento è diventato la prova del tradimento e della svendita agli stranieri. In sostanza un Paese è libero se ha le pezze al c..o,  mentre è schiavo se la comunità internazionale è disposta a collaborare col suo governo. Ha detto bene il ministro Roberto Gualtieri: l’esecutivo giallo-rosso deciderà, insieme alla Commissione, la manovra per il 2020. Il governo precedente rivendicava libertà d’azione, sprecava risorse in discorsi minacciosi verso i partner/avversari,  proponeva (coi c.d. minibot) soluzioni che facevano crollare i mercati finanziari, stendeva una legge di bilancio che Bruxelles faceva correggere. Intanto, a braghe calate,  si erano gettati al vento miliardi di risparmi degli italiani per il solo piacere di mostrare gli attributi. Un particolare curioso. Ho letto l’articolo di Annalisa Chirico sul Foglio del 16 settembre (Prove di Lega in doppio petto), nel quale sono raccolte alcune interviste in quel di Pontida ad alcuni esponenti del Carroccio. La prima impressione è stata quella che Chirico – come capitò a Dibba – avesse sbagliato riunione e si fosse trovata, invece che sul pratone di Pontida, ad un raduno di En Marche. Poi ho dovuto ricredermi, anche se dai toni miti e mesti delle interviste, mi è venuto il dubbio che i leghisti  si stiano tradendo da soli.

Giuliano Cazzola

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