di Gigi Copiello, segretario Cisl Veneto
La vicenda contrattuale 2005-6 è copia conforme di quella 1996-7. Uguale la richiesta: 263.000 lire allora, 130 euro oggi. Identica la conclusione: 200.000 lire per 30 mesi allora, 100 euro per 30 mesi oggi. Diversa la sede: Palazzo Chigi, con Prodi, allora; viale dell’Astronomia oggi. Di qui, qualche ora di sciopero in più oggi (62) di ieri (47).
Non sono coincidenze casuali. Allora ed ora si chiese produttività nelle piattaforme. Allora e ora si chiude solo sull’inflazione. Viene da chiedersi se, dopo tante repliche , si può pensare ad un nuovo copione. Anche perché le parti in scena mostrano qualche segno di fatica.
La richiesta di salario legato alla produttività nel contratto nazionale è, al di là delle discussioni di principio, difficile, sempre più difficile, da sostenere. La Fiom, che ne ha fatto una bandiera, al dunque abbandona il campo. Rinviando ogni tema legato alla produttività alla sede aziendale, alla titolarità delle Rsu che è alternativa alla titolarità del contratto nazionale.
Federmeccanica, pur rifiutando il tema in via di principio, cerca di approfittare dei casi della vita. Ma questa scelta di opportunità è debole, espone a divisioni interne e non paga, se non con qualche rinvio a commissioni dagli esiti del tutto improbabili.
E così il contratto dei metalmeccanici, come gli altri privati, si chiude sulla sola inflazione. Questo contratto, unitario, alla pari di quelli separati. Con buona pace di scioperi, teorie ed equilibri politici diversi oggi da ieri e forse da domani.
E’ un esito modesto, troppo modesto. Dove i costi superano di gran lunga i benefici. E, soprattutto, dove l’unica cosa chiara è che non si va da nessuna parte.
Si osservi la povertà delle conclusioni. Le parti esercitano soprattutto una pratica “ad ecludendum”: le diverse piattaforme di partenza vengono via via abbandonate. Non utilizzate per nuove sintesi, come si faceva anche nei periodi ben più duri delle relazioni sindacali: vedi 150 ore, inquadramento unico, diritti di informazione. Alla fine, oggi, una tabella paga e qualche rinvio.
Si ricordi la povertà delle condizioni. Lavoratori che faticano a terminare il mese ed aziende sottoposte alla più dura competizione. Avrebbero bisogno entrambi di tanta produttività in più, per vivere e competere. Ma, di produttività, nei contratti nazionali nulla.
Di fronte a tutto ciò, “ognuno perso dietro i fatti suoi”. E’ una “vita spericolata”, per cantarla col Vasco. Dove aumenta la precarietà, visto che non c’è flessibilità. Dove i forti diventano più forti (vedi il dilagare dei superminimi) e gli apprendisti tornano alla catena di montaggio. Dove le relazioni sindacali sono un puro costo (peraltro sempre più basso: come sono stati fatti gli scioperi? E chi ha bloccato –mai- gli straordinari?) e non una risorsa. Dove prevale la soluzione “corporativa”: aziende e lavoratori ognuno per proprio conto, con accordi di “opportunità” in sede aziendale.
Che fare? Se le relazioni sindacali non tornano ad essere “produttive”, rimarranno piccole quanto l’inflazione. E non aiuteranno né i lavoratori né le imprese ad uscire dal buco in cui sono infilate. Preso atto, dopo prove e tentativi, vuoi generosi o vuoi scellerati, che la produttività non c’è sul tavolo nazionale, ragione vorrebbe che si cerchi un altro tavolo per confrontarsi sulla produttività. Dubito che sia facile.
Molti osservatori di cose sindacali raccomandano prudenza nel cambiamento delle vicende sindacali. Gli stessi si augurano che, fatto il contratto dei meccanici, torni il sereno e si vada da qualche parte. Dimenticano, gli stessi, che i cambiamenti, anche nel sindacato, sono sempre stati prodotti dalle crisi: il ’93 dalla crisi del ’92 ed il ’69 addirittura dalla “contestazione”.
Ogni riforma del luglio ’93 non potrà che nascere da una sua crisi. Già evidente nello stato delle cose. Solo mascherato dai traccheggiamenti dei Montezemolo-Epifani e dall’avanti piano, quasi indietro dei Pezzotta-Angeletti. La sola cosa riformista da fare è una formale ed efficace disdetta di quell’accordo. Dopo, se ne farà un altro. Senza, continueremo a darci battaglia per qualche euro di inflazione al passato remoto. A meno che.. A meno che non si aspetti Godot.
Sappiamo che molta polvere e tanta “cacca” è stata spazzata sotto i tappeti dal governo uscente. Chiunque vincerà le elezioni, avrà una quantità “industriale” di problemi da risolvere. Tra cui la non produttività delle relazioni sindacali. E allora toccherà a Prodi (si spera). Ma questo sarà un segno. Indubbiamente di declino. Dell’autonomia delle relazioni sindacali.

























