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Home - Primo Piano - Salari e contrattazione: la Spagna vola, l’Italia non decolla

Salari e contrattazione: la Spagna vola, l’Italia non decolla

di Massimo Mascini
15 Maggio 2023
in L'Editoriale
Istat, l’economia italiana mantiene un profilo espansivo

In Spagna imprese e sindacati in questi giorni hanno raggiunto un accordo per aumentare i salari del 10% nei prossimi tre anni. La crescita sarà del 4% nel 2023, del 3% nel 2024 e di un altro 3% nel 2025. Gli aumenti saranno decisi formalmente nel corso dei rinnovi contrattuali che si avranno nei prossimi mesi e anni. Quella raggiunta é una raccomandazione, ma sarà rispettata dalle parti sociali, perché questo è il quinto accordo per l’occupazione e la contrattazione collettiva che viene stipulata, una continuità che rassicura tutti. L’inflazione aveva colpito duro in questo paese, l’anno passato fino all’8,4%, e le parti hanno ritenuto di dover intervenire con sollecitudine. Del resto, è in Spagna che nei mesi scorsi è stata varata con un accordo triangolare una riforma del mercato del lavoro che ha dato una stretta ai contratti a termine facendo così crescere, in maniera sensibile, l’occupazione.

In Italia imprese e sindacati non hanno nemmeno iniziato un dialogo sui temi del salario, nonostante la grande tradizione del nostro paese in questa materia. Le categorie hanno preso comunque atto della perdita di peso che stavano accumulando i salari reali per colpa dell’inflazione e in qualche misura stanno cercando di intervenire. Numerosi contratti hanno previsto aumenti retributivi generosi e molte piattaforme rivendicative messe a punto dai rappresentanti dei lavoratori in questi mesi prevedono forti aumenti salariali, come non se ne vedevano da tempo. Le confederazioni invece hanno scelto la strada del dialogo con il governo, chiedendo all’esecutivo interventi sostanziali per ridurre il cuneo fiscale, la differenza tra salario reale e salario netto, quanto i lavoratori ricevono in busta paga.

Una scelta opportuna, perché la falcidia a favore del fisco e della contribuzione è molto forte. Un recente studio della Fim Cisl ha calcolato che il recente aumento retributivo stabilito dall’accordo contrattuale per il gruppo Stellantis porterebbe nelle tasche dei lavoratori solo la metà di quanto in effetti stabilito. Per un operaio torinese con uno stipendio di 30mila euro lordi l’anno dei 119 euro previsti dalla prima tranche di aumento previsto dall’accordo ne arriveranno in busta paga soltanto 60, appunto la metà.

A fronte della richiesta dei sindacati per un intervento redistributivo il governo Meloni ha risposto positivamente riducendo il cuneo di quattro punti per una spesa di quattro miliardi di euro, che si andavano a sommare al precedente intervento operato dal governo Draghi. Una misura che i sindacati hanno però giudicato insufficiente, perché limitato a pochi mesi di quest’anno, senza prevedere nulla per il prossimo, tranne un insufficiente auspicio di massima. Per abbassare in maniera strutturale il cuneo servirebbe qualcosa di più forte. Non a caso il presidente di Confindustria insiste da tempo per un intervento di almeno 15 miliardi.

L’intervento del governo non ha certo risolto il problema, ma indubbiamente rappresenta un passo importante che non è giusto non apprezzare. Il punto è che, come del resto ha sottolineato l’analisi della Fim Cisl, quello che importa è l’entità della crescita del salario reale, più di quanto vengano tagliati i contributi. Il ritorno dell’inflazione ha fatto tornare alla ribalta il peso del fiscal drag, il cosiddetto drenaggio fiscale, che abbiamo conosciuto negli anni Ottanta, quando l’inflazione veleggiava attorno al 20% e sindacati e imprese si dannavano per eliminare il peso nefasto della scala mobile.

Il meccanismo è molto semplice. Se il reddito, per un aumento salariale, cresce, questi soldi in più possono essere tassati in maniera ancora più forte perché la tassazione avviene per scaglioni successivi, più sale il reddito più forte è l’aliquota. Può in tal modo accadere che un aumento salariale stabilito da un contratto sia colpito da un’aliquota più alta e quindi il beneficio per il lavoratore ne viene diminuito. In tempi di alta inflazione il fenomeno era vistoso e per questo richiese forti interventi riequilibratorii. Ma anche adesso che l’inflazione non è a quei livelli rappresenta una mannaia che va eliminata. Per questo servirebbe un intervento sulle aliquote, per far sì che non si disperda l’aumento stabilito. È stato calcolato che dei quattro miliardi offerti dalla Meloni, almeno un miliardo rientrerebbe nelle casse dello Stato come maggiore entrata, abbassando in tal modo l’entità dell’intervento effettuato.

L’esempio della Spagna dovrebbe fare scuola, non fosse che perché hanno dimostrato di saper intervenire sul mondo del lavoro. Ma appare difficile che ciò avvenga. Il confronto con il governo per il momento è chiuso e sarà necessario attendere la legge di bilancio per capire cosa voglia e possa fare l’esecutivo. Mentre il dialogo diretto tra imprese e sindacati fuori dai tavoli contrattuali non sembra destinato a decollare. Al momento quell’aereo non ha nemmeno iniziato a rullare in pista, sarà complesso farlo alzare in volo.

Massimo Mascini

Massimo Mascini

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Direttore responsabile de Il diario del lavoro

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