di Felice Orsi – direttore risorse umane gruppo Ferrovie Nord Milano
Può essere che personali trascorse esperienze, non dissimili da quelle dell’autore, condizionino il mio sentire e le opinioni che ne conseguono; sta di fatto che, in larghissima parte, condivido le tesi esposte dal prof. Ichino nel suo libro “A cosa serve il sindacato”.
Esso potrà anche apparire un pamphlet ad uso dell’incolto pubblico comune, ma una cosa è chiara a chi da molti anni opera nel campo delle relazioni industriali effettivamente praticate: che bisogna uscire dal linguaggio paludato dei giuslavoristi, per i quali suddette relazioni paiono muoversi solo tra i paletti dei diritti “sacri, inviolabili ed intangibili sanciti dalla Costituzione” e cercare invece di declinare tali diritti in modo correlato al mutare dei processi economici e sociali. Tanti slogan suggestivi del passato (“il lavoro è un diritto”, “il posto di lavoro non si tocca“, il “nuovo modello di sviluppo”, “il nuovo modo di produrre l’automobile”, o quant’altro) ed altrettanti pronunciamenti favorevoli di giudici del lavoro che sacralizzavano l’intangibilità dei diritti, incuranti dei fenomeni economici reali che in poco tempo si sarebbero poi incaricati di azzerarli, costellano l’antologia di quello che qualcuno giustamente definì il sindacato “delle macerie”.
Poiché non appartengo alla schiera di coloro che teorizzano l’acclarata inutilità del sindacato, ma continuo, nonostante le sempre più frequenti smentite della storia recente, a credere in un suo ruolo dialetticamente utile ad evitare che le aziende si attorciglino su se stesse secondo un’autoreferenzialità miope ed asfittica, ritengo che Ichino abbia ben individuato le distorsioni, le lacune e gli errori che caratterizzano la fase attuale a quasi tredici anni dal patto del luglio ’93.
Una contrattazione, da un lato, troppo incentrata sul mitico ed omnicomprensivo Ccnl, dall’altro lato troppo disancorata da una misurazione periodica effettiva della rappresentatività dei suoi titolari, conduce in un vicolo cieco. Ci si allontana dalla produttività e redditività effettiva e ci si condanna ad avere una miriade di soggetti che, se non firmano gli accordi, sono comunque legittimati a scioperarvi contro in modo libero e quasi permanente.
Spostare il baricentro economico della contrattazione dal livello nazionale a quello aziendale (il territoriale è da limitarsi ai settori molto frammentati, altrimenti diventa un terzo livello insostenibile) significa sì riconoscere al Ccnl l’insostituibile funzione di quadro delle garanzie minime, normative ed economiche, attribuendo però al livello aziendale ben più corpose possibilità di programmare, concordare, perseguire, ottenere e remunerare livelli maggiori di produttività correlandoli oltretutto alla redditività effettiva delle singole aziende.
L’obiezione che al solito si fa a questo ragionamento è che in realtà le retribuzioni effettive seguono già questo criterio, sia dal punto di vista territoriale (Nord – Sud) che da quello aziendal-settoriale. Se però, come ormai avviene costantemente, ogni due anni il Ccnl distribuisce almeno 100 € medi, contro i 50/60 che deriverebbero da una corretta lettura del patto del 93, ciò significa che si è già remunerata anche la produttività “presunta”; così che, da parte datoriale, ci si può accontentare se ci si trova in realtà dove in azienda trova spazio solo la voce del padrone che, a valle di quelle erogazioni, ha mano libera di agire. Ma in assenza di tale unilateralità, se si vuole fare qualcosa a livello aziendale bisogna pagare di nuovo, con moneta aggiuntiva, quello che già si è concordato a parole, e pagato di fatto, a livello nazionale. Per cui c’è anche chi rinuncia per non pagare due volte.
La sostanziale stagnazione della produttività del lavoro in Italia trova anche in questo una spiegazione. La maggior flessibilità, che pure si è realizzata, riguarda prevalentemente le modalità di ingresso e le normative di trattamento dei giovani; esse hanno sì contribuito in parte a ridurre i costi d’esercizio immediato, ma non hanno determinato un’inversione di tendenza sui tassi di produttività complessiva degli occupati. Più occupazione a minor produttività non è un buon viatico per la nostra economia.
I due livelli di contrattazione sono sostenibili economicamente dalle aziende se il primo garantisce i minimi rispetto all’inflazione dell’area euro ed il secondo remunera gli incrementi di produttività effettivamente riscontrati nelle singole realtà. Da questo punto di vista fa bene l’autore a stigmatizzare la perdurante e stucchevole ritrosia della Cgil (ed anche di buona parte delle associazioni imprenditoriali) ad imboccare tale direzione di marcia. E altrettanto bene fa, a mio parere, a sottolineare l’incongruenza delle storiche posizioni Cisl sull’assoluta prevalenza delle forme associative nell’ambito della rappresentanza.
Se infatti delle minoranze associative possono pretendere di stipulare contratti intenzionalmente validi erga omnes, come si può poi negare ad altre minoranze il diritto di proclamare scioperi senza soluzione di continuità, anche solo per contestare l’accordo sottoscritto dalle prime? Oppure perché ad ogni accordo si deve assistere al gioco trito e ritrito del referendum confermativo, del tutto inutile se fossimo in presenza di coalizioni maggioritarie formalmente delegate a definire e sottoscrivere i contratti? Forse perché, in questo modo, per convincere i più a votare sì nel referendum bisogna che a tutti si dia qualcosa di più, altrimenti il dissenso dilaga? Ma con ciò dilagano anche i costi.
La riconferma dei due livelli, opzione per la quale nettamente propendo, passa quindi per la loro maggiore specializzazione a vantaggio del livello aziendale. Con Ccnl preponderanti e ridondanti, il livello aziendale diventa residuale e la produttività langue perché non c’è interesse allo scambio. Ma avere una produttività stagnante condanna il Paese ad essere il fanalino di coda dell’area euro. C’è interesse a proseguire su questa strada?
Nella seconda parte del suo libro Ichino affronta la situazione del settore dei trasporti in Italia; e lo fa con accenti, valutazioni e proposte, soprattutto sulla questione degli scioperi, che largamente condivido, anche se alcune considerazioni mi paiono un po’ affrettate o frutto di informazioni sui fatti assolutamente parziali.
Per la verità molte delle cose che dice Ichino si ritrovano anche nella riflessione che i direttori del personale delle aziende di trasporto pubblico locale associate in Asstra hanno condotto nel biennio 2004/2005 e che sono sfociate in un seminario dell’associazione, tenutosi all’inizio di novembre del 2005, di cui sintetizzo parte delle conclusioni.
Il settore dei trasporti è tra quelli soggetti alla 146/90. il settore a più alta intensità di scioperi dichiarati ed effettuati; tali scioperi sono oltretutto i più “sentiti” da una diffusa e multiforme parte della cittadinanza attiva. Lo sciopero nel Tpl è stato tutto sommato tenuto sotto controllo fino al dicembre 2003, che funse da spartiacque pericoloso e preoccupante; le infrazioni diffuse e pesanti vennero allora premiate anziché rintuzzate. “Non si tratta con chi infrange la legge” sarebbe dovuto e dovrebbe invece essere il comportamento delle aziende e, soprattutto, delle Istituzioni, sia centrali che periferiche.
Non fu così: chi uscì dalle regole ottenne risultati maggiori, concordati od estorti a rappresentanze politiche di diversa estrazione ma unificate dal desiderio, peraltro comprensibile, di pace sociale e di funzionamento dei servizi. Se l’illegalità dei comportamenti acquista una valenza maieutica, fa cioè da levatrice agli accordi o ne determina aggiunte ulteriori, il meccanismo diventa facile da attivare ancorché perverso negli effetti.
L’alternativa per le aziende è tra l’accettazione quasi immediata ed acritica di piattaforme esose ed insostenibili ed i rischi per l’ordine pubblico che deriverebbero dalla loro pur giustificata ripulsa. Il vero obiettivo dello sciopero risulta essere, in realtà, la presa in ostaggio del cittadino, accrescendone progressivamente il disagio, fino a portarlo a dire “Basta! Date loro quel che chiedono ma ritornate a far funzionare i servizi!”
Erogazioni nazionali significative e crescenti (più di 250 € al parametro medio dal 2001 al 2005 ed altri 111 richiesti per il prossimo biennio ad aziende che in molti casi sono al limite del fallimento) in cambio di pace sociale. Compito dell’associazione delle imprese dovrebbe quindi essere quello di ricercare preventivamente l’ufficiale pagatore, nella speranza di convincerlo del valore inestimabile dello scambio in questione.
Le intenzioni iniziali di Asstra erano davvero sensate e nient’affatto antisindacali. Si diceva infatti: più soldi certi al settore, in linea con quanto peraltro affermato dal protocollo del 23 luglio 1993, ed in tale ambito di riconquistata normalità, le aziende avrebbero negoziato con i sindacati quanta parte dovesse spettare al fattore lavoro.
Con le soluzioni definite negli ultimi anni si è invece garantita la copertura del fattore lavoro lasciando alle aziende il compito di districarsi nell’impervio territorio delle risorse calanti, in presenza di rappresentanze sindacali che, avendo già ottenuto tutele e garanzie a livello nazionale, hanno sempre meno voglia e bisogno di scambiare qualcosa di concreto ai livelli davvero operativi.
L’intima connessione tra piattaforme, scioperi, contratti e la miscela esplosiva che ne deriva conduce ad una serie di proposte.
1) Insostenibilità del duplice biennio economico e previsione di un unico appuntamento nazionale almeno triennale, meglio se quadriennale, inframezzato da una tornata seria e non residuale di contrattazione aziendale.
2) Definizione di una soglia minima di legittimazione aziendale/nazionale per la proclamazione delle azioni di sciopero e/o attribuzione del potere di proclamazione a chi rappresenta effettivamente la maggioranza degli addetti totali o ne ottiene il mandato a proclamare l’astensione mediante referendum generale preventivo. Non può essere che segmenti anche largamente minoritari, ma cruciali nel processo di erogazione del servizio, privino a turno i cittadini del servizio intero.
3) Attribuzione delle titolarità della dichiarazione di sciopero ai soli titolari effettivi della corrispondente negoziazione.
4) Preavviso individuale di adesione/non adesione allo sciopero per consentire, nei tempi previsti dalla legge, l’opera di corretta informazione dei cittadini da parte delle aziende sui presumibili effetti dello sciopero e sui servizi eventualmente disponibili anche al di fuori delle fasce di garanzia.
5) Previsione di esplicite clausole di tregua sindacale che assicurino alla gestione degli accordi tempi congrui ed adeguati di non conflittualità da parte non solo dei sottoscrittori ma anche di tutti i fruitori effettivi degli accordi.
Si aggiungono a ciò due caute e prudenti aperture di riflessione e discussione su:
a) Eventuale introduzione dell’istituto dell’arbitrato sulle vertenze.
Nel caso, l’arbitro non può che essere un’entità terza, la quale però, più delle Prefetture, inevitabilmente focalizzate sui problemi di ordine pubblico, abbia la chiara consapevolezza che si sta parlando di interessi economico-sociali tra i quali trovare una mediazione e non di scontri epocali che mettono perennemente in discussione le libertà democratiche.
b) Ipotesi di introduzione dello sciopero virtuale.
Se qualcuno lo proponesse non potrebbero certo essere le aziende a ritrarsi, anche perché, alla lunga, oltre a lasciare intatti e considerare prevalenti i diritti dei terzi, non più presi in ostaggio, esso probabilmente, indurrebbe una maggiore disaffezione, non tanto alla proclamazione da parte dei sindacati, quanto all’effettuazione da parte di lavoratori. Nella sua versione onerosa anche per le Aziende, esso però porterebbe all’incremento dei costi ed alla necessità di ricorrere maggiormente al prelievo fiscale, cioè ai cittadini contribuenti, per la copertura degli ancor più ampi disavanzi.
Per la verità, mi pare che intervenire sulla titolarità delle proclamazioni e sulle modalità di effettuazione con preavviso individuale, finalizzato alla corretta e tempestiva informazione dei cittadini, garantendo inoltre il rispetto assoluto delle fasce di garanzia, sia molto meglio che puntare su uno sciopero lavorato a trattenuta plurima; si può quindi parlare di sciopero virtuale ma mi pare che su questo terreno Ichino sfoggi un ottimismo eccessivo circa la bontà dello strumento (es., la virtualità sarebbe una norma generale obbligatoria od una scelta di volta in volta effettuata dal sindacato proclamante? La trattenuta al lavoratore avverrebbe a seguito di una sua dichiarazione, ma a questo punto, dichiarazione per dichiarazione, non sarebbe meglio il preavviso di cui sopra? E tante altre domande potrebbero seguire).
Queste ultime considerazioni mi riportano agli elementi, pur marginali, di dissenso che, su alcuni argomenti, mi sento di manifestare rispetto alle tesi di Ichino. Quando egli dice che “al tavolo delle trattative per il rinnovo del contratto degli autoferrotranviari non siedono i rappresentanti della collettività, cui quella minaccia è rivolta, ma i rappresentanti delle aziende di trasporto che nelle giornate di sciopero non soltanto non subiscono un danno, ma addirittura ci guadagnano, dice una parzialissima verità, mentre porge il fianco alla riedizione di un inutile consociativismo.
Che la delegazione trattante sia formata dalle imprese, ormai tutte S.p.a., non dovrebbe essere oggetto di contestazione; i rappresentanti delle collettività, presidenti di Regioni e Province, sindaci, sono in molti casi azionisti, maggioritari o totalitari, di tali imprese, E come tutti gli azionisti possono decidere attraverso gli organi da loro nominati gli orientamenti da adottare.
Il problema è che gli azionisti delle S.p.a. in questione, da un lato esigono giustamente rigore nei bilanci e lesinano sempre più negli stanziamenti per il ripianamento delle perdite. Dall’altro lato, in quanto politici, comprensibilmente sono attenti all’unico mercato che davvero li appassioni e cioè il mercato del consenso elettorale. E’ lampante, a tal proposito, il riferimento che Ichino fa nelle note finali alle dichiarazioni del sindaco di Bologna in occasione della vertenza sulla malattia degli autoferrotranvieri, dichiarazioni che, a differenza dell’autore, reputo essere di assoluta incoerenza.
L’azionista infatti, se ritiene giuste le rivendicazioni sindacali, può tranquillamente accoglierle, accollandosene l’onere. Se invece spinge l’associazione delle imprese ad accettare quasi integralmente le richieste sindacali, portatrici di un ulteriore generale innalzamento del costo del lavoro, al quale tali aziende autonomamente non possono far fronte, ciò significa che o accetta il peggioramento dei bilanci, con santa pace per l’economicità delle gestioni, o spinge, assieme al sindacato, perché se ne faccia carico qualcun’altro, segnatamente il governo centrale. La dichiarazione di Cofferati ha dato il via ad un’altra partita di giro a favore dei lavoratori/elettori, accentuando il dissesto delle aziende. Ma a pagare saranno sempre i cittadini/elettori. Si parla di Bologna in questo caso; ma che dire di Atm Milano dove da anni le trattative vengono condotte anche da sindaco ed assessori, il cui ruolo dovrebbe essere ben altro ed il cui protagonismo non ha dato alcun frutto se non quello, dannoso per il settore, dell’ulteriore politicizzazione delle vertenze?
Perché qui, caro prof. Ichino, c’è un problema grande come una casa: i sindacati degli autoferro, gli autonomi vari non certo meno dei confederali, sarebbero generalmente disponibili ad una scommessa comune che rinverdisca i fasti del passato. Un passato che era fatto di ingerenze sindacali consociative nella sfera delle decisioni politiche e di prudente astensione dall’assunzione di responsabilità rispetto alla conduzione effettiva delle imprese. In molti casi questo consentiva la spartizione del bottino (di consensi elettorali, naturalmente, perché di altro si occupò la magistratura) non certo il consolidamento delle imprese, che dovrebbe essere invece l’obiettivo auspicabile della scommessa comune di cui lei parla.
Quanto poi al risparmio delle aziende nei giorni di sciopero, da un lato Ichino sottovaluta l’entità delle corse singole, il cui venir meno segna comunque una perdita di almeno il 30/40% degli introiti; dall’altro lato è chiaro che, quando si produce in perdita, meno produzione si fa, più si contengono le perdite. Ma che le minori perdite passino per risparmi o per guadagni francamente mi pare eccessivo!
Anche l’altra osservazione secondo la quale “i costi derivanti dall’accoglimento delle rivendicazioni sostenute con lo sciopero sono agevolmente scaricate sugli utenti o sulle amministrazioni finanziatrici” è ben lontana dal vero. Si è già detto per gli azionisti che “sganciano” sempre meno e si sganciano sempre di più: ma la possibilità di scaricare sugli utenti è assolutamente nulla dal punto di vista delle autonome leve aziendali e, quando avviene per decisione esterna, essa è sempre tardiva e largamente inferiore al solo aumento del costo del lavoro nel frattempo registratosi.
Il cittadino/cliente dei mezzi pubblici ha tante ragioni per essere scontento; ma quelle del costo dell’abbonamento è la meno valida. Un costo di 4 centesimi di euro al km percorso sulle ferrovie in Lombardia può essere considerato elevato?
Finiscono qui i miei distinguo dalle tesi di Ichino che, in larga parte, invece condivido ed auspico facciano breccia nel muro di gomma degli interessi contrapposti ma, ahimè, a volte convergenti nel tenere tutto fermo in attesa di un appuntamento che non arriva mai.
Poiché credo nel valore aggiunto della scommessa comune per il consolidamento delle prospettive delle singole imprese e dell’economia nazionale ritengo però che ciò potrà accadere in termini virtuosi solo riprendendo il processo di liberalizzazione dei servizi che si è negli ultimi anni colpevolmente arenato.
I migliori accordi su produttività e flessibilità si sono realizzati negli anni in cui pareva che la liberalizzazione fosse dietro l’angolo. Non so se per paura, certo per “intelligenza” della situazione i sindacati confederali si mostrarono disponibili a predisporsi al meglio per un futuro più concorrenziale. Fecero ottimi accordi aziendali che solo il più trito conservatorismo di sinistra poteva considerare di svendita. Ma quando un Governo di centrodestra inopinatamente innesta la retromarcia in tema di liberalizzazione e si presta senza batter ciglio a fare da ufficiale pagatore ex post delle vertenze economiche della categoria, è evidente che prevale la tendenza sindacale a “riprendersi il maltolto”. Se poi per riaverlo si intuisce che la via dell’illegalità è pagante, siamo messi male.
Non so se un futuro Governo potrà consentirsi altri baloccamenti sul processo di liberalizzazione; so, per converso, di poter condividere quanto il sindaco Cofferati affermava in un suo documento ufficiale, e cioè: “L’illegalità, qualunque sia la ragione che la determina, non può trovare giustificazione”. Speriamo che, chi può, collabori per un domani migliore.

























