Segretario la stagione del Pnrr sta per volgere al termine e si ripropone il tema del reperimento delle risorse per continuare a investire nello sviluppo infrastrutturale. Qual è la vostra proposta?
La nostra proposta è di aumentare la tassazione sulle grandi imprese, di ogni settore, che producono molti utili. Questo non per pura ideologia o propaganda, ma perché, in molti casi, sono realtà che non redistribuiscono la loro ricchezza sul lavoro o nelle comunità. Si tratta dunque di reinvestire questo maggior gettito nel sociale, nella collettività e nel territorio, attraverso un’azione analoga con quella che si è fatta con le banche. In questo modo non solo si avrebbero maggiori investimenti da spendere nelle infrastrutture o nel dissesto idrogeologico, ma si andrebbe a fare anche un’operazione di equità sociale. Tutto questo potrebbe essere agevolato grazie alla partecipazione dei lavoratori alle decisioni dell’azienda. Ovviamente accanto a questo vanno incentivate forme di partenariato pubblico-privato e di project financing.
Il Pnrr ha portato gli effetti auspicati?
Venivamo dalla stagione del Superbonus che, secondo noi, non ha avuto l’impatto sperato. Tra la platea di chi ne ha beneficiato solo una persona su dieci aveva veramente bisogno di quelle risorse. Non ci sono stati controlli preventivi e non c’è stata una concertazione tra sindacati, associazioni datoriali e governo. E tra gli effetti c’è stata la salita dei costi della produzione e delle materie prime. Il Pnrr, invece, ha avuto un impatto positivo per il nostro settore ma anche per tutto il paese. I nostri enti bilaterali hanno registrato un aumento delle ore lavorate e tutti gli indicatori sono positivi. Quello che attendiamo è una proroga dei termini perché entro il 30 giugno vanno completati gli obiettivi e entro fine anno vanno terminate le opere. Anche se è molto probabile che non tutti i cantieri saranno chiusi entro quella data.
Come si dovrà agire poi?
In linea con il Patto sociale proposto dalla Cisl, come categoria chiediamo di intervenire su quattro leve che noi consideriamo centrali per il dopo Pnrr e per portare benefici ai lavoratori e al sistema paese.
Quali?
La prima riguarda la rigenerazione urbana. Abbiamo città e periferie molto spesso fatiscenti, dove manca il bello, attraverso il quale è possibile ridurre anche il degrado. La seconda tocca la questione abitativa. Se guardiamo all’edilizia, ci sono aree del nostro paese dove c’è una fortissima esigenza di lavoratori immigrati, ma che hanno notevoli difficoltà nell’accesso alla casa, sia per gli affitti troppo alti sia per gli ostacoli nell’ottenere il mutuo, data anche la natura discontinua del lavoro nei cantieri. Servirebbe, dunque, una politica per calmierare i prezzi delle locazioni. In questo scenario valutiamo positivamente i 950 milioni messi dal governo sul Piano casa. Ovviamente sono risorse che non bastano, e che dovrebbero essere supportate anche da investimenti privati, ad esempio dai fondi di previdenza complementare.
La terza?
Potenziare le nostre infrastrutture. Il Pnrr ha dato una spinta importante, ma dobbiamo colmare un ritardo di 20-30 anni rispetto ad altri paesi. La Spagna, il Portogallo, l’Irlanda e gli stati dell’Europa dell’est hanno saputo sfruttare, negli anni, tutti i fondi messi a disposizione da Bruxelles, cosa che noi non abbiamo fatto. In Italia manca una visione sistemica che non sia sempre preda dei partiti del no. Bene l’alta velocità ma si ferma a Napoli. In quest’ottica diventano strategici il finanziamento della tratta tra Salerno e Palermo e la futura realizzazione del Ponte sullo Stretto.
Un’opera molto divisiva nel dibattito pubblico. Perché secondo lei è importante?
Perché si tratta di un’infrastruttura in grado di collegare il sud Italia con il resto dell’Europa. E a chi dice che bisogna prima partire dal potenziamento delle altre vie di mobilità in Calabria e in Sicilia vorrei far notare che sono anni che si ripete questa cosa e ancora non si è fatto nulla. Noi diciamo di partire da qualcosa, con la convinzione che il ponte possa diventare un’importante leva per lo sviluppo non solo per le altre infrastrutture, ma anche un elemento attrattivo per gli investimenti per rafforzare maggiormente gli altri settori, come il turismo. C’è poi tutta la partita della mobilità dei grandi centri urbani che non è adeguata ai tempi, e che deve essere potenziata anche per ridurre il traffico.
L’ultima leva?
È quella del dissesto idrogeologico. Abbiamo un territorio morfologicamente complesso. Siamo un paese ad alto rischio di frane, assieme alla Grecia abbiamo il più alto numero di fenomeni sismici. Il cambiamento climatico ci impone di fronteggiare l’erosione delle coste. Tutti abbiamo visto cosa è successo in Sicilia, Calabria e Sardegna, con i danni che ammontano, nel complesso, a 15 miliardi di euro. Inoltre le Alpi e gli Appennini rendono anche molto più difficoltoso il nostro sviluppo viario e infrastrutturale, perché un conto è costruire un’autostrada in Germania o in Polonia, dove l’85% è pianura, un conto è farlo da noi. Tutto questo ci dice che i soldi devono essere spesi non quando già è avvenuto il disastro, ma nella prevenzione. Quando si parla di sicurezza, che sia del territorio o dei cantieri, non devono esserci ideologie ma serve un patto della responsabilità come la Cisl ripete da tempo.
Quello della sicurezza è un tema centrale per il settore che rappresentate, anche perché le cronache ci raccontano di numeri sempre allarmanti.
Negli ultimi 20 anni sono stati fatti passi in avanti sulla sicurezza nei cantieri, perché ogni anno investiamo centinaia di milioni di euro attraverso le casse edili. Negli ultimi dieci anni, grazie agli enti bilaterali, abbiamo formato più di un milione di persone, erogando oltre 200mila corsi su salute e sicurezza e abbiamo ispezionato 250mila cantieri. Numeri importanti che si legano a una delle migliori legislazioni del mondo che è il decreto 81. Ma tutto questo però non basta.
Allora cosa bisogna fare di più?
Occorre lavorare su quattro punti. Il primo è la cultura della sicurezza, perché una buona parte degli incidenti avviene o per la troppa confidenza nelle proprie capacità da parte dei lavoratori più giovani o perché i più maturi si affidano alla loro esperienza. Il secondo è che negli anni non c’è stata una qualificazione delle imprese. Con una partita iva si poteva andare alla Camera di commercio e diventare un imprenditore edile, senza nessun tipo di certificazione. Durante il boom del Superbonus le imprese nate e morte, nell’arco di 24-36 mesi, sono state 11mila, e questo con il solo scopo di ottenere le agevolazioni, ma senza nessuna cultura d’impresa. Il terzo punto riguarda la formazione in ingresso. Oltre il 50% della forza lavoro è formata da migranti, che vengono da paesi dove manca totalmente la cultura della sicurezza. È un passaggio fondamentale, che la bilateralità del settore sta portando avanti. Il nostro contratto stabilisce 16 ore di formazione in entrata ma non bastano. La formazione deve essere continua e soprattutto calata anche sulle specificità di ogni cantiere. In questo senso un passo in avanti importante lo ha fatto l’Inail che nel decreto su salute e sicurezza ha messo 900 milioni, a seguito anche delle nostre richieste. È un buon inizio, sicuramente si può fare di più, ma apprezziamo la volontà del direttore dell’Inail Marcello Fiori. L’ultimo punto è incrementare il numero degli ispettori e dei controlli, che devono essere mirati grazie anche al coinvolgimento degli enti bilaterali. Tutto questo si inserisce all’interno del contrasto dei contratti pirata e sull’affermazione del primato degli accordi stipulati dalle associazioni maggiormente rappresentative.
Lei ha parlato dei migrati, che sono ormai una realtà nell’edilizia. La Filca in tal senso che cosa sta facendo?
A breve daremo vita al Coordinamento dei migranti. Questo perché abbiamo visto un incremento di oltre il 25% nel tesseramento da parte di lavoratori stranieri – nel complesso gli iscritti alla Filca hanno superato le 313mila unità, il numero più alto nei nostri 70 anni di storia, con un incremento del 4,76% – e perché vogliamo che i migranti siano maggiormente partecipi anche nella politica sindacale. Le nostre casse edili ci restituiscono una fotografia puntuale della presenza di manovalanza straniera. Al settore mancano 150mila addetti, e questa carenza è imputabile anche alla poca formazione dei migranti. Servirebbero accordi con i paesi d’origine, per regolare meglio i flussi in base ai fabbisogni lavorativi e per formarli già lì.
Venendo alla stretta attualità, teme che la crisi in Iran possa riproporre gli stessi effetti visti con lo scoppio della guerra in Ucraina?
La crisi in Iran per noi è un grande problema. Con la guerra in Ucraina si era verificato un rincaro dei materiali, mitigato dal governo con risorse per 5 miliardi, e gli effetti di questo nuovo conflitto, che non sappiamo quando finirà, già si fanno sentire. Il costo del greggio si è alzato così come quello delle materie prime. Noi chiediamo controlli e sanzioni per quelle aziende che speculano sulle materie prime edili e, dall’altro lato, premiare chi invece si comporta in modo virtuoso.
Tommaso Nutarelli


























