di Angelo Stango – responsabile relazioni industriali Indesit Company
L’accordo sul contratto dei metalmeccanici rappresenta a mio avviso un buon accordo, ma prima di entrare nel merito ritengo che sia necessario soffermarsi su alcune considerazioni.
Innanzitutto penso che sia abbastanza evidente e condiviso che non si possono impiegare tredici mesi per raggiungere un’intesa, a fronte di una vigenza contrattuale di due anni. Che non sia più possibile (ma non so quanto condiviso) una negoziazione imperniata sulla cultura della conflittualità. Per rendersi conto di quanto sia profonda tale cultura è sufficiente osservare con quale disinvoltura i vari soggetti (compresa la stampa), non solo imprenditori e sindacati, in questi mesi hanno usato il termine vittoria o sconfitta a seconda degli orientamenti. Tali termini non hanno nulla a vedere con la partecipazione e denotano semplicemente la volontà di prevalere sull’altra parte, sono in antitesi a termini quali: coinvolgimento, condivisione, pragmatismo, partecipazione.
Fino a qualche anno fa la ricerca del consenso non rappresentava una necessità, in quanto si operava in un mercato quasi protetto, in una logica di volumi, dove le preferenze dei prodotti molte volte le imponeva l’imprenditore, e quindi una contrattazione su basi conflittuali forse era la ricetta più consona.
Oggi, invece, ritengo vi sia la necessità di sperimentare forme che vanno oltre la contrattazione in senso stretto, quali la cooperazione volta a ridimensionare o comunque ad istituire nuove forme di composizione della realtà conflittuale, frutto di una volontà tendente a superare la disaffezione sul posto di lavoro attraverso un processo partecipativo inteso nel senso ampio del termine, e a far sì che le relazioni sindacali diventino più pragmatiche, meno ideologicizzate e più orientate alla risoluzione dei problemi, o meglio ad anticipare i problemi.
Una seconda riflessione riguarda il fatto che in un Paese come l’Italia, ove l’autonomia negoziale ed il valore di quanto contrattato non ha eguali in Europa (ed anche fuori), non è possibile lasciar fuori dal processo negoziale le strutture aziendali sindacali. Non sarebbe più utile intendersi sui percorsi per poi applicarli, tramite intese, in sede locale a seconda delle esigenze delle singole aziende?
Ciò considerato, ritengo, come anticipato in premessa, che abbiamo raggiunto un buon accordo.
Tralascio la parte economica, in quanto tutte le parti economiche sono frutto di compromessi dati dalle disponibilità delle parti in un determinato momento, anche se in questo frangente bene ha fatto Federmeccanica a non trasformare la soglia dei 100 euro in una sorta di principio (vittoria/sconfitta), e quindi in un braccio di ferro fine a se stesso.
Per quanto concerne gli altri istituti sono stati fatti passi avanti importanti.
La regolamentazione del contratto di apprendistato ha coniugato in maniera ottimale stabilizzazione del rapporto di lavoro, formazione e risparmi per le aziende.
L’estensione a tutte le aziende metalmeccaniche dell’orario plurisettimanale, secondo la disciplina stabilita dall’art.5 disciplina generale, sezione terza del Ccnl, consente alle aziende di fronteggiare i picchi ed i flessi del mercato.
Sono timidi ma importanti segnali di un cambiamento, ma per delle soluzioni radicali occorre superare il clima di sfiducia esistente nei rapporti tra sindacati e imprenditori, sfiducia che rappresenta l’elemento caratterizzante della cultura del conflitto. Di conseguenza, occorrerebbe passare dalla ricerca delle certezze alle sfide condivise, consapevoli che la ricerca del consenso, in un ottica progettuale, è imprescindibile per essere competitivi in uno scenario di mercato e di competitività globali.

























