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Home - Rubriche - Poveri e ricchi - Tra Draghi e Dombrovkis, l’Europa ha scelto Dombrovkis (e il ritorno all’austerita’)

Tra Draghi e Dombrovkis, l’Europa ha scelto Dombrovkis (e il ritorno all’austerita’)

di Maurizio Ricci
18 Settembre 2024
in Poveri e ricchi
L’impegno dell’Europa per una legislazione sempre più efficace

Dombrovkis, chi era costui? Valdis Dombrovkis viene dalla Lettonia, è stato negli ultimi dieci anni vicepresidente della Commissione europea e, in quella che si sta concludendo, era l’uomo chiamato a marcare stretto, per conto dell’ala frugale – tedesco-austriaco-olandese – della Ue, Paolo Gentiloni, l’italiano responsabile della politica economica dell’Unione. Nella nuova Commissione, Dombrovkis ha perso la poltrona di vicepresidente a favore di Raffaele Fitto, ma, nonostante i tentativi di Giorgia Meloni di dipingere l’avvicendamento come una vittoria di Roma, Fitto è stato spedito ad occuparsi di Coesione e Riforme (carica che, nella Commissione uscente, spettava al piccolo Portogallo), mentre Dombrovkis resta l’unico supervisore delle economie europee e risponderà direttamente a Ursula von der Leyen. Compito principale del nuovo commissario sarà applicare il Patto di Stabilità che sta entrando in vigore per mettere sotto controllo le finanze pubbliche dei paesi della Ue. Di fatto, toccherà al commissario lettone assicurare il ritorno dell’austerità. Fra Draghi e Dombrovkis, l’Europa, senza sorprendere nessuno, ha scelto Dombrovkis.

In realtà, il ritorno dell’austerità sarà solo in parte opera del buon Dombrovkis. E neanche conseguenza diretta delle specifiche indicazioni del Patto. Molti economisti sostengono, anzi,  che, tutto sommato, le indicazioni del Patto, spalmando il risanamento anche su sette anni, risultano più flessibili e accomodanti di quelle ereditate da Maastricht. Ma il Patto guarda gli alberi e non la foresta: in questo senso, nella mancanza di una visione complessiva, europea, anzichè nazionale, è un primo tradimento del messaggio di Draghi. Perché, il risanamento passa attraverso il contenimento della spesa pubblica, ma costringere tutti i paesi, contemporaneamente, a tagliare la spesa pubblica significa  che l’Europa nel suo insieme è chiamata a stringere la cinghia, secondo i dettami dell’austerità, facendo mancare benzina al motore dell’economia.

Questo è esattamente ciò che fa il Patto di stabilità. Al di là e al di fuori delle intenzioni di chi lo ha voluto così, ma questo conta poco. Per stare in regola, nell’ipotesi più favorevole, Italia, Francia e Spagna dovranno infatti tagliare contemporaneamente i propri deficit di mezzo punto. La Germania solo dello 0,02 per cento, ma, siccome Berlino era già al pareggio, complessivamente dai quattro maggiori paesi che, da soli, costituiscono i tre quarti del Pil europeo non verrà nessuna spinta all’economia europea.

Un gelo generalizzato, frutto di un’altra scelta dei governi ultrasensibili al problema del debito: il rifiuto ostinato a scorporare dalle spese da tagliare quelle per investimento. Si poteva, infatti, immaginare un irrigidimento sulla spesa corrente (welfare, pensioni, sussidi), compensato, però, da mano più libera sulla spesa in conto capitale, cioè gli investimenti pubblici, con il doppio vantaggio di alimentare l’espansione futura e, nell’immediato, far comunque circolare risorse pubbliche, via appalti e commesse.

Anche questo è un tradimento del messaggio di Draghi, tutto centrato sulla necessità di un’ondata di investimenti in Europa. Gli 800 miliardi l’anno da destinare al rilancio dell’Europa di cui parlava Draghi sono, in larga misura, soldi che dovrebbero venire dagli investimenti privati. Ma una quota dovrebbe venire dalle casse pubbliche, anche per incentivare i privati. Si è parlato del 20 per cento. Su 800 miliardi significa 160 miliardi di euro pubblici l’anno. Da dove dovrebbero venire con l’austerità imperante e generalizzata?

Una storia esemplare di cosa sia l’austerità a 360 gradi che, in nomue del pareggio di bilancio, sacrifica non solo i consumi, ma anche gli investimenti, viene dalla Germania, oggi, quando l’esigenze di rinnovamento si sono fatte più stringenti, il paese più in crisi d’Europa, anche per i ritardi nelle infrastrutture, nelle reti, nei beni pubblici. Negli ultimi trent’anni, la Germania è stato il paese con il minor ricorso agli investimenti pubblici. Anzi, al netto di restauri e manutenzioni, il numero  degli investimenti pubblici dal 1995 a oggi è 0. E’ esattamente il contraltare dello zero nei conti di bilancio, iscritto nella Costituzione e di cui i tedeschi, oggi, sono prigionieri.

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Maurizio Ricci

Giornalista

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