In linea con le tempistiche dettate dall’Unione europea, l’Italia è tra i Paesi più rapidi nel recepire la direttiva 2023/970 sulla trasparenza salariale con il decreto legislativo n.96/2026. Le nuove norme entreranno in vigore il prossimo 7 giugno, in coerenza con la scadenza fissata da Bruxelles per il recepimento da parte degli Stati membri. Con il recepimento della direttiva, la trasparenza non è più solo un principio generale, ma diventa uno strumento operativo che interviene sia nella fase di selezione sia nella gestione interna dei rapporti di lavoro. L’intento è quello di ridurre il gender pay gap e rendere più equo il funzionamento del mercato del lavoro europeo.
La novità più immediata riguarda la fase di assunzione. Le aziende dovranno indicare negli annunci di lavoro la retribuzione iniziale o una fascia retributiva di riferimento, rendendo più trasparente fin da subito l’offerta economica. Allo stesso tempo, viene vietato ai datori di lavoro di chiedere ai candidati informazioni sulla loro precedente retribuzione, una pratica finora diffusa nei colloqui e considerata uno dei fattori che contribuiscono a perpetuare differenze salariali tra lavoratori.
La direttiva interviene anche sul rapporto interno tra lavoratori e aziende. I dipendenti avranno il diritto di ottenere informazioni sui livelli retributivi medi per categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore, con dati disaggregati per genere. L’obiettivo è rendere più leggibili le dinamiche salariali interne e far emergere eventuali differenze non giustificate.
Un altro punto centrale riguarda le imprese di maggiori dimensioni. Per le aziende sopra determinate soglie occupazionali scatteranno obblighi di comunicazione periodica sul divario retributivo di genere. Quando emerge una differenza salariale superiore al 5% non giustificata da criteri oggettivi, sarà necessario avviare una valutazione congiunta con rappresentanze dei lavoratori e autorità competenti per individuare misure correttive.
Ma per le segretarie confederali della Cgil, Francesca Re David e Lara Ghiglione, il decreto dà attuazione alla direttiva in modo “inadeguato”. Il testo, sostengono, recepisce infatti il provvedimento con minime modifiche rispetto allo schema originario, senza tenere conto delle osservazioni emerse nelle fasi di confronto e in sede parlamentare. “Come aveva già dichiarato il Governo italiano nel rapporto nazionale sull’attuazione della Carta sociale europea del 19 dicembre 2025, il recepimento avrebbe dovuto introdurre significative innovazioni. Il decreto approvato – proseguono – fa invece il contrario, riducendosi a un’operazione di coordinamento normativo che lascia intatte tutte le criticità già censurate dal comitato europeo dei diritti sociali”.
Re David e Ghiglione aggiungono che “le lacune sul sistema sanzionatorio, sull’inversione dell’onere della prova, sul risarcimento integrale, sugli appalti pubblici e sui termini di prescrizione non sono mere sviste tecniche: sono scelte politiche che privilegiano la riduzione degli oneri per i datori di lavoro rispetto all’effettività dei diritti delle lavoratrici. In questo senso, il decreto rischia di violare anche il principio di non regressione sancito dall’art. 27 della stessa direttiva”.
La richiesta è di una “immediata integrazione del decreto nei punti indicati, con particolare urgenza per l’introduzione di un sistema sanzionatorio autonomo, dell’inversione dell’onere della prova nei termini previsti dalla direttiva, del diritto al risarcimento integrale senza massimali, delle disposizioni sugli appalti pubblici e di un adeguato rafforzamento dei poteri delle consigliere di parità, oltre alla revisione della definizione di retribuzione, che attualmente non considera le componenti variabili e individuali”.
























