di Mario Ricciardi, docente di relazioni industriali all’Università di Bologna
Per farsi un’idea (una tra le tante) della sciatteria con cui talvolta si governa la cosa pubblica in Italia, basta guardare all’articolo 15 del d.l. 1 ottobre 2007 n. 159, il quale stanzia una spesa massima di 1000 milioni di euro per retrodatare al 1 febbraio 2007 gli incrementi di stipendio per i quali i contratti hanno previsto decorrenze successive al 1 febbraio 2007, limitatamente ai ccnl definitivamente stipulati entro il 1 dicembre 2007. Per tradurre il tutto in un italiano comprensibile, si tratta di un provvedimento rivolto a spostare oneri contrattuali dal bilancio 2008 a quello 2007, allo scopo evidente di non gravare sulla Finanziaria 2008. Ma il punto è che, al momento dell’approvazione del decreto, esso era di fatto applicabile solo ai contratti firmati prima dell’estate, cioè ministeri e parastato.
C’era però, ed è ben singolare che la circostanza fosse sfuggita agli autori del decreto, il più numeroso e importante contratto del pubblico impiego, quello della scuola, che si trovava, alla data di approvazione del decreto, alle ultime salite, anche se non ancora sul rettilineo d’arrivo. L’approvazione del decreto è arrivata come una staffilata per i sindacati, che a quel punto hanno preteso anch’essi di chiudere in fretta, per rientrare anch’essi tra i beneficiari della norma. In questo modo, una vicenda contrattuale già resa difficile da lentezze tutte dovute alla politica, prima, e da turbolenze di varia natura, poi, si è dovuta concludere con una specie di corsa da cinema muto. Ciò ha prodotto non solo il rinvio di diverse questioni ad una serie di sequenze contrattuali, ma anche un impatto sulla qualità contrattuale, di cui non si sentiva certo il bisogno. Ne è risultato un contratto che contiene alcune innovazioni importanti, ma non ha avuto tempi e modi per farne maturare diverse altre.
Le innovazioni più importanti del contratto riguardano la parte economica. Qui vi è stata innanzitutto la concessione di aumenti retributivi sulle parti fisse abbastanza significativi, anche se dati con un ritardo notevole, per recuperare il potere d’acquisto nel frattempo lasciato per strada. Altrettanto importante, sul piano qualitativo, è la destinazione di risorse verso l’attività d’insegnamento, come dire il cuore della vita scolastica. Il contratto la valorizza innanzitutto prevedendo che le indennità e i compensi a carico del fondo d’istituto siano prioritariamente orientati verso l’attività didattica, evitando progettifici e burocratizzazione. Si è aumentato altresì l’importo delle ore straordinarie, in misura particolarmente significativa per i corsi di recupero, per incentivarne lo svolgimento. Un altro aspetto che tocca in modo rilevante la qualità dell’attività docente è quello riguardante la continuità dell’insegnamento al fine di evitare i tourbillon di insegnanti, tra supplenti e titolari, che spesso si verificano. Il contratto vi provvede garantendo la stabilità fino alla conclusione delle verifiche finali al supplente subentrato al docente nella fase finale dell’anno scolastico, e indicando la stabilità, in particolar modo per i docenti di sostegno e quelli che insegnano nelle aree a rischio, come criterio base per la contrattazione integrativa di ministero. In tema di mobilità va anche sottolineato il principio, sempre indirizzato alla contrattazione integrativa, di favorire (soprattutto, ovviamente, nelle situazioni socialmente più problematiche, ma non solo) la “vocazione” e la preparazione degli insegnanti ad andarvi, rispetto alla cieca razionalità delle graduatorie.
Un altro capitolo sul quale il contratto ha introdotto modifiche significative è quello delle relazioni sindacali. Qui non solo si è rafforzata la contrattazione di ministero su temi cruciali come la mobilità e la formazione, ma si sono introdotti tempi certi per l’entrata in vigore degli accordi, istituendo anche una commissione di mediazione e conciliazione a livello regionale per tentare la soluzione delle vertenze d’istituto più spinose.
Sul capitolo della formazione, il contratto afferma l’obbligo per l’amministrazione di fornirla al personale, e ridefinisce in parte l’elenco dei soggetti abilitati ad offrirla. Importante è anche l’enfasi sulla necessità che i risultati della formazione stessa siano monitorati e attentamente valutati. Viene inoltre istituita una commissione bilaterale per la formazione (con partecipazione gratuita per tutti i componenti, ad evitare carrozzoni di ogni tipo)
Ancora sul versante economico retributivo sono state introdotte alcune importanti innovazioni. Da un lato, si sono ridefiniti e semplificati i criteri per l’assegnazione alle scuole del fondo d’istituto, rendendo più semplice, trasparente ed immediata tutta la procedura. Su un altro versante, si è resa utilizzabile per il Tfr (e quindi per i fondi pensione, con un vantaggio soprattutto per i docenti più giovani) la parte di retribuzione accessoria fissa.
Su diverse questioni cruciali, la già ricordata strozzatura dei tempi ha costretto a ricorrere a sequenze contrattuali: Ciò è avvenuto per la complessa materia del personale Ata (su cui peraltro il contratto è riuscito ad indicare almeno una serie di principi guida, e l’entità delle risorse destinate), il tema del personale di scuole italiane all’estero, il codice disciplinare, sul quale è intervenuta di recente, peraltro, la legge, con il c.d. decreto Fioroni, in corso di conversione.
C’era tuttavia, come è ben noto, l’annoso nodo della carriera, al quale il contratto non è riuscito, ancora una volta, a dare una risposta. Chi scrive non fa parte degli ultras della carriera, o almeno non ritiene che la carriera dei docenti sia, rebus sic stantibus, la chiave di volta per migliorare la qualità della scuola italiana. Ciò innanzitutto perché vi sono, ad avviso di chi scrive, altre questioni più strutturali ed infrastrutturali verso cui andrebbero prioritariamente indirizzati ulteriori investimenti per la scuola, e in secondo luogo perché, nell’attuale contesto, e finché non si sarà attivato un serio e condiviso sistema di valutazione dei risultati del sistema e delle istituzioni scolastiche, il tema della carriera non è politicamente proponibile a chi non voglia fare la fine del “concorsone”. In terzo, e non ultimo, luogo, è ormai evidente che il tema della carriera non è integralmente delegabile alla contrattazione collettiva, ma deve essere costruito innanzitutto in relazione ad un impianto organizzativo nuovo, il cui disegno non può che essere delineato dall’amministrazione.
Il problema è semmai quello di cominciare a percorrere la strada della valutazione dei risultati dell’attività d’insegnamento, anche in attesa del decollo (prossimo venturo??) dei sistemi e delle istituzioni all’uopo create, anche utilizzando gli spazi consentiti dall’autonomia scolastica. Resterà agli atti del negoziato per questo Ccnl che l’Aran si era sforzata di presentare per tempo una proposta in tal senso, e che le organizzazioni sindacali hanno respinto tale proposta senza tante esitazioni, consentendo soltanto che ne rimanesse un inoffensivo moncone in uno dei 150 articoli del contratto.
Che dire, in conclusione, dando per scontato che il commento di chi scrive è inevitabilmente “di parte”? Si tratta di un accordo che introduce diverse innovazioni positive concrete per la scuola, e stabilisce principi importanti ai quali occorrerà dar corpo e realizzazione. Resta un po’ d’amarezza per altri aspetti che si sarebbero dovuti approfondire e realizzare, se le condizioni esterne e interne al negoziato fossero state più favorevoli e lo avessero consentito.


























