di Raffaella Vitulano – giornalista
Ristrutturazioni, delocalizzazioni in questo mondo globalizzato. Strategie imprenditoriali spesso vincenti impennano i fatturati e spostano i dipendenti come pedine sullo scacchiere mondiale, e a farne le spese sono spesso i lavoratori. Ecco perché la Confederazione europea dei sindacati (Ces) sostiene la proposta della Commissione europea relativa alla proposta della costituzione del Fondo europeo d’adeguamento per far fronte ai rischi della globalizzazione (Feag), destinato ad aiutare i lavoratori licenziati in seguito ad importanti ristrutturazioni industriali.
Tuttavia la Ces chiede alla Commissione un reale coinvolgimento dei partner sociali nel processo di aiuto al reinserimento dei lavoratori, dato che considera insufficiente il ruolo che la Commissione europea assegna ai partner sociali, per i quali lo strumento non prevede che una semplice informazione a proposito delle misure legate all’applicazione di tale fondo. Al tempo stesso, il movimento sindacale europeo critica l’approccio della Commissione laddove limita il sostegno assicurato dal Feag ai lavoratori toccati da delocalizzazioni-ristrutturazioni che abbiano luogo fuori dalla Ue e non all’interno dell’Unione europea.
Nessun commento ufficiale ma solo un’approvazione implicita del nuovo strumento giunge invece ad oggi dal quartier generale degli imprenditori privati europei riuniti nell’Unice, che ribadisce: “Lo slancio della ripresa in corso è fragile”. In vista del vertice di primavera, il presidente Seillière ha così inviato un forte messaggio di sostegno alla Commissione europea, condividendo le sue priorità nell’innovazione, nell’imprenditorialità, nella risposta alla globalizzazione, nella politica energetica, spingendola tuttavia ad un “ruolo più attivo nella crisi economica ed istituzionale”.
La Commissione europea ha proposto la settimana scorsa di stanziare fino a 500 milioni di euro all’anno per il nuovo Fondo di adeguamento alla globalizzazione, lo strumento che permetterà ai lavoratori vittime delle scosse economiche e sociali dovute alle delocalizzazioni fuori dall’area Ue di accedere rapidamente a un nuovo impiego. Il nuovo strumento, che dovrebbe essere attivo dal 1° gennaio 2007, fornirà un sostegno circoscritto nel tempo per servizi personalizzati destinati, ad esempio, ad aiutare i lavoratori licenziati da aziende multinazionali o nazionali ma anche piccole e medie imprese, con indennità salariali, prestazioni di riqualificazione o assistenza concreta a trovare un nuovo posto di lavoro. Il presidente della Commissione, Europea, José Manuel Barroso, e il commissario Ue all’Occupazione e agli Affari sociali, Vladimir Spidla, nel corso di un intervento congiunto a Bruxelles hanno anche spiegato che il nuovo fondo è uno strumento dotato di una ”logica paneuropea” che servirà soltanto a ”completare” gli interventi già previsti a livello nazionale, regionale e locale per rispondere ai danni dell’economia globale. Inoltre, i due esponenti hanno lungamente sottolineato che i 500 milioni di euro annui saranno destinati ”unicamente” ai licenziamenti causati da delocalizzazioni di imprese europee verso Paesi terzi, esterni quindi all’area dei Venticinque. “Sarebbe assurdo – ha puntualizzato Barroso – che Bruxelles pensasse di intervenire anche nel caso di delocalizzazioni nel mercato interno”. La Commissione, ha aggiunto, ”deve considerare gli Stati membri nel loro insieme, una logica opposta rappresenterebbe una palese violazione del principio di sussidiarietà”. La proposta dell’esecutivo Ue arriva a quattro mesi dal vertice di Hampton Court (Londra), dove i capi di Stato e di Governo dei Venticinque avevano sottoscritto all’unanimità la proposta dell’esecutivo Barroso di costituire un tale strumento. L’iniziativa della Commissione dovrà ora passare al vaglio del Parlamento Europeo e del Consiglio dell’Ue.
Ma cerchiamo di capire le origini e il contesto del nuovo fondo. Il rapporto della Commissione del 20 ottobre 2005 sui “valori europei” nell’era della globalizzazione metteva in evidenza i benefici dell’apertura del commercio ma sottolineava ugualmente la necessità di aiutare quanti si confrontano con le ripercussioni negative della perdita del posto di lavoro. E’ in questo contesto che il presidente Barroso ha suggerito, in una lettera inviata il 20 ottobre 2005 ai capi di Stato e di Governo dell’Unione e al Parlamento europeo, prima del summit di Hampton Court, la creazione di un fondo di adeguamento alla mondializzazione. La proposta è stata approvata dal Consiglio europeo nel dicembre 2005, in cui i dirigenti europei si sono intesi sulla necessità di arginare gli effetti esercitati sui lavoratori dai mutamenti strutturali degli scambi commerciali.
L’apertura del commercio è globalmente positiva per la crescita e l’occupazione, spiega la Commissione europea, ma può anche causare la perdita del posto di lavoro. Ogni Stato membro – piccolo o grande, nuovo o vecchio – è esposto a tali cambiamenti, e tutti potranno dunque beneficiare dell’azione del fondo. Laddove i fondi strutturali sostengono l’anticipazione e la gestione del cambiamento con misure come l’istruzione e la formazione continua in una prospettiva strategica a lungo termine, il nuovo fondo offrirà un aiuto individuale puntuale e limitato nel tempo ai lavoratori “personalmente e severamente toccati da licenziamenti derivanti da trasformazioni profonde negli scambi commerciali internazionali”.
Un numero oscillante tra i 35.000 e 50.000 lavoratori nell’Unione europea potranno beneficiare del fondo ogni anno, ma è evidentemente difficile prevedere i licenziamenti immediati, e le cifre reali dipenderanno dal numero delle domande ammissibili introdotte dagli Stati membri e dalle risorse di bilancio disponibili. Saranno ammesse anche le richieste di lavoratori dipendenti da subfornitori o da fornitori di un’impresa in cui siano stati annunciati licenziamenti collettivi, a condizione che risulti chiaro il legame con la mondializzazione.
Tra le misure concrete e personalizzate finanziate dal fondo, l’aiuto alla ricerca di un impiego, il ricollocamento su misura, la valorizzazione dello spirito d’impresa o l’aiuto al lavoro autonomo. Al tempo stesso, il fondo potrà finanziare “complementi di reddito d’attività” speciali a carattere temporaneo, come le allocazioni destinate a persone che seguono una formazione, oltre a integrazioni salariali per lavoratori di oltre 50 anni. Le misure previste hanno per obiettivo di aiutare i lavoratori licenziati da imprese multinazionali o nazionali, comprese le Pmi, a trovare un nuovo posto di lavoro e a conservarlo. Il fondo potrà sostenere azioni in favore dei lavoratori licenziati per un periodo non superiore a 18 mesi, ma potrà intervenire solo quando uno Stato membro presenterà una domanda di sovvenzione. Gli Stati dovranno comunque, come dicevamo, provare il legame tra la perdita dell’impiego e le trasformazioni profonde della struttura degli scambi commerciali internazionali, come una delocalizzazione economica verso un Paese terzo, un aumento sostanziale di importazioni o un declino progressivo del mercato del lavoro in un determinato settore. Inoltre, l’intervento del fondo richiede, secondo il regolamento, un minimo di 1000 licenziamenti in una compagnia o in un certo settore. Su scala d’impresa, la perdita d’impiego deve situarsi in una regione il cui tasso di disoccupazione è superiore alla media nazionale o comunitaria. Su scala settoriale, la perdita d’impiego deve raggiungere almeno l’1% del livello d’occupazione regionale.
Il fondo è aperto a tutti gli Stati membri, alle stesse condizioni. Non è fissata alcuna quota, in modo che l’assistenza non venga offerta ad un Paese in particolar modo. In un’ottica di solidarietà, il fondo non sostituisce gli aiuti concessi dagli Stati membri in situazioni particolari. E’ infatti ai Governi che spetta in primo luogo la responsabilità di far fronte ai licenziamenti causati dall’adeguamento agli scambi commerciali. Il fondo ha per obiettivo di completare l’assistenza nazionale, regionale e locale quando le ripercussioni assumono dimensioni europee. Non ha però per scopo una risposta finanziaria rapida a situazioni difficili; è un fondo di solidarietà, non un fondo d’urgenza o di crisi, e l’ammissibilità di misure adottate dagli Stati membri in prospettiva di una sovvenzione del fondo non sarà effettiva che a partire dall’annuncio dei licenziamenti.
Le prospettive finanziarie non prevedono stanziamenti specifici per il fondo. Il tetto massimo disponibile sarà comunque di 500 milioni di euro l’anno. Il finanziamento si effettuerà tramite il sottutilizzo di crediti disponibili sotto altre voci di bilancio e il disimpegno dei fondi comunitari.

























