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Home - Blog - Un paese che non può restare a lungo in apnea

Un paese che non può restare a lungo in apnea

di Giuliano Cazzola
11 Marzo 2020
in Blog
Un paese che non può restare a lungo in apnea

Devo ammetterlo. Tanti amici medici che, all’inizio dell’epidemia, parlavano di una psicosi collettiva, non giustificata e prodotta da una comunicazione sensazionalistica, interpellatinegli ultimi giorni hanno manifestato una più accentuata preoccupazione. Sono le notizie cheprovengono dagli ospedali riguardanti la crescita esponenziale dei contagiati e delle gravi condizioni di una parte di loro a procurare dei nuovi allarmi prima sottovalutati. Del resto le recenti misure adottate dal governo (potevano essere più tempestive?) hanno inviato ai cittadini un forte segnale di crisi. L’obiettivo è quello di diluire, quanto meno, la diffusione del contagio per non sovraccaricare i nosocomi di pazienti bisognosi di cure particolari effettuate da strutture (la terapia intensiva) che, normalmente riservate a un numero limitato di casi gravi, sono diventate in poche settimane un presidio indispensabile per salvare la vita ai contagiati da coronavirus in forma più pesante. Gli ultimi provvedimenti assunti dal governo hanno messo tutto il Paese in una sorta di quarantena flessibile, quanto a limitazioni della mobilità e alla chiusura di punti di possibile assembramento (cinema, musei, piscine, ristoranti, ecc.), a partire dalle scuole e dalle Università per un tempo definito (fino al 3 aprile p.v.)

Sta crescendo la richiesta pressante, proveniente dalle autorità delle regioni maggiormente in difficoltà (Lombardia, Veneto, Friuli VG, Emilia Romagna), di una chiusura pressoché totale per alcune settimane, con l’obiettivo (in realtà con la speranza) che un periodo di chiusura totale serva ‘’a bloccare definitivamente il contagio’’. Chi scrive ha molto

apprezzato la reazione di un allenatore di calcio inglese il quale, ai giornalisti che gli chiedevano un’opinione sul virus ‘’venuto dal freddo’’, ha risposto più o meno come fece Papa Francesco sul tema degli omosessuali: ‘’Chi sono io per giudicare il coronavirus’’?

Tuttavia, sento la necessità di esprimere dei forti dubbi a trasformare la Penisola (e le Isole) in una grande zona rossa. In primo luogo perché non sarebbe possibile. Se devono essere garantiti i rifornimenti alimentari, quella filiera va tenuta aperta, sia dal lato della produzione, sia da quello del trasporto e della vendita. Lo stesso discorso vale per i c.d. servizi essenziali: l’energia, i prodotti farmaceutici e quant’altro. Ma anche in questo caso, devono essere operativi i presidi, i laboratori e i trasporti. Vi sono poi gli uffici pubblici: smettiamo di pagare le pensioni, di certificare le nascite e i decessi, di eseguire gli accertamenti fiscali, al limite anche per archiviarli in vista di un futuro prossimo? E i posti di lavoro? Il governo ha predisposto – per adesso – misure di tutela particolare per i lavoratori delle sole ex zone rosse: queste tutele dovranno essere estese all’intero territorio nazionale. E ha promesso, il premier Conte, che nessuno sarà licenziato; anche se ovviamente sono tante le assunzioni (si pensi al turismo) che non saranno effettuate. Ma quanto può sopravvivere un’azienda condannata a restare chiusa e a non produrre? Sarà dunque opportuno concordare una linea di condotta con le parti sociali allo scopo di utilizzare il più possibile talune forme di lavoro a distanza e di adottare turni adeguati di lavoro negli stabilimenti. La strada lungo la quale ci siamo incamminati (peraltro da soli) non consente di tornare indietro. Che cosa saremmo costretti a fare se, il 3 aprile, l’evoluzione del contagio non fosse positiva? Continueremo a pestare la solita acqua nel medesimo mortaio.

Ma un Paese non può resistere a lungo in apnea. Circolano richieste di stanziamenti straordinari per destinazioni ignote. Come ha scritto l’autorevole Frankfurter Allgemeine Zeitung: ‘’ Tante di queste proposte (le strampalate richieste di intervento economico-finanziario, ndr) vogliono solo suscitare attenzione. Contengono ricette irrealistiche: Se fabbriche sono ferme, perché mancano pezzi di rifornitura o il personale è infetto con il Coronavirus, manca una parte dell’offerta di beni sul mercato.

Contro questo problema, uno stimolo artificiale della domanda può fare poco. Quando si parla di Piano Marshall – prosegue in FAZ – si dimentica spesso che il successo di questo programma nel Dopoguerra è stato favorito da grandi effetti di moltiplicatore. Effetti di questo genere sono da tempo stati soffocati in paesi come l’Italia, da tanti ostacoli per la imprenditoria privata. Infine sono lontani dalla realtà anche i progetti di compensare le perdite dell’Italia nel turismo con pubblicità massiccia sulla bellezza delle mete italiane. Fino a quando i turisti che vogliono viaggiare hanno paura di infettarsi, qualsiasi pubblicità finisce con un buco nell’acqua’’. Con una ventata di retorica nel talk show dicono che stiamo combattendo una guerra. Ma non si è mai visto combatterne una restando seduti sul divano di

casa con il telecomando in mano per fare zapping in tv e saltare da un programma all’altro allo scopo di sentir raccontare quanto è brutto e cattivo il Codip-19. In guerra si muore. E non è consentito di suicidarsi per evitare di ammalarsi.


Giuliano Cazzola

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Giuliano Cazzola

Giuliano Cazzola

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