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Home - Approfondimenti - Analisi - Un patto per la stabilità e le tutele del lavoro

Un patto per la stabilità e le tutele del lavoro

28 Settembre 2007
in Analisi

di Agostino Megale, presidente Ires Cgil


In questi giorni si sta svolgendo la consultazione sindacale tra lavoratori e lavoratrici, pensionati e pensionate, giovani atipici (per i quali molto spesso la flessibilità è sinonimo di precarietà) i quali l’8, 9 e 10 ottobre esprimeranno con il loro voto il giudizio sul recente protocollo sul Welfare siglato il 23 luglio tra sindacati, imprese e Governo.

Il protocollo sul Welfare è un buon accordo, frutto della concertazione i cui protagonisti sono Governo, sindacati e imprese. E’ il primo accordo, dopo 23 anni, che parla contemporaneamente ai pensionati ma anche ai giovani, che non produce scambi e redistribuisce risorse pari a 35 miliardi nei prossimi 10 anni.


Credo che l’esito di questa consultazione, decisa e svolta unitariamente, produrrà una partecipazione e un consenso all’accordo superiore a quella svolta esattamente 12 anni fa sulla riforma Dini. Un “sì” forte e chiaro all’intesa che i direttivi di Cgil, Cisl e Uil, stanno portando tra milioni di lavoratori e pensionati, con una partecipazione ed un rapporto diretto con le persone che non ha eguali in Europa. Per la prima volta nella storia della Cgil del dopoguerra, la Fiom, organizzazione di categoria dei metalmeccanici, si schiera apertamente e formalmente contro un accordo confederale. E’ un fatto nuovo di cui valutare le implicazioni, poiché rompe la logica centenaria dell’interesse generale rappresentato dalla confederazione e rende inutile l’aver concluso unitariamente un congresso non più di un anno fa.


 


Anche per questo, lo svolgimento e l’esito positivo della consultazione non potranno che valorizzare e rafforzare l’unità di Cgil, Cisl e Uil. Di fronte ad una crisi reale della politica nella sua capacità di rappresentanza generale, i sindacati confederali hanno saputo elaborare una posizione unitaria, superare le tante tensioni corporative presenti in un negoziato complesso, rafforzare un ruolo ed una visione generale. Porsi l’obiettivo di far votare oltre 4 milioni di lavoratori e pensionati, conquistando il consenso dal Nord al Sud, tra i vecchi e i nuovi lavori, tra i pensionati e i giovani, sarà importante non solo per il giudizio sull’accordo ma anche per rafforzare l’azione del sindacato, rilanciando fortemente l’autonomia e al tempo stesso la costruzione di un progetto sindacale unitario. Dopo il voto dei lavoratori quanto previsto dal protocollo dovrà essere approvato o in finanziaria o in un collegato con la stessa entro il 31 dicembre. Di sicuro Rifondazione comunista e dintorni con la manifestazione del 20 ottobre, faranno un regalo al centrodestra oltreché un’azione contro il protocollo sottoscritto dai sindacati e soggetto alla consultazione dei lavoratori.


Di sicuro, un contatto e un confronto con il mondo del lavoro, in una fase in cui la crisi della politica si presenta con il volto dell’”antipolitica” di Grillo all’insegna di un populismo falsamente di sinistra contro i partiti, e perché no, contro i sindacati, richiede la messa a punto di un’azione politica e sociale capace di ridare valore e spessore al ruolo delle organizzazioni sociale e politiche nel nostro Paese.


 


Nella nostra ultima ricerca sulle condizioni materiali di lavoro, presentata in occasione del Centenario della Cgil, e basata su 6.000 interviste, emerge che il 74% dei lavoratori ha un rapporto di lavoro standard, mentre il restante 26% è occupato con forme contrattuali non standard e temporanee: il 12,1% sono lavoratori a tempo determinato, il 5,2% co.co.co., co.co.pro. e partite Iva, il 2% è costituito da lavoratori interinali , il 4,3% tra apprendisti ed altri e il restante 1,9% sono lavoratori senza contratto.


Per questo, mentre è necessario porsi l’obiettivo di una forma contrattuale sicura e stabile nel tempo, che parli a questo 26% di “temporanei”, ho espresso la mia contrarietà all’idea avanzata -al convegno di Milano del 18 settembre- dal presidente della Commissione Lavoro del Senato, Tiziano Treu, e dal prof. Tito Boeri, relativa a riaprire una discussione sull’art. 18 in relazione all’obiettivo indicato di un “contratto unico a tempo indeterminato” con tutele differenziate e crescenti nel tempo. L’obiezione che avanzo è duplice, da un lato non mi pare che il togliere la tutela prevista dall’art. 18 ai casi di licenziamento “economico “ o “oggettivo” rappresenti il  vero incentivo alle imprese per stabilizzare il lavoro; dall’altro, è assolutamente controproducente riaprire questo capitolo su cui come sinistra riformista ma anche come sindacato, abbiamo già avuto modo di ricordare nei convegni e nelle piazze, l’inutilità di operazioni siffatte. Vale la pena ricordare che il centrodestra con Berlusconi ha inchiodato per due anni il Paese, spaccandolo ideologicamente sull’art. 18 senza nessun risultato concreto se non quello di far crescere la paura e l’insicurezza. Mi è chiaro che l’obiettivo di Boeri e Treu è lodevole e da apprezzare. Lo stesso ragionamento di dare sicurezza mediante un unico contratto a tempo indeterminato non può che essere positivo. Bisogna aver chiaro però che diritti e tutele vanno allargate e semmai si può agire sui costi, così come in parte avviene con l’apprendistato rilanciando l’istituto come fa l’ultimo protocollo. Se effettivamente vogliamo parlare di una forma contrattuale prevalente da realizzare a tempo indeterminato dobbiamo agire sul contratto dell’apprendistato come forma prioritaria e centrale di ingresso al lavoro di formazione e di stabilizzazione. Ciò detto, l’obiettivo di un contratto per la stabilità dovrà vedere nel 2008 la costruzione di un ulteriore patto di legislatura per la stabilità e le tutele che prosegua il lavoro già iniziato con la Finanziaria 2007 e con il Protocollo sul Welfare di questi giorni.


 


Ho affermato che questo è un accordo che parla anche ai giovani; non risolve tutti i problemi ma di sicuro rappresenta la base su cui operare per offrire alle nuove generazioni una prospettiva di lavoro sicuro e tutelato. Infatti, sono previste misure quali :



  • il riscatto della laurea (con l’accordo si prevede la rateizzazione fino a 120 rate mensili senza interessi);
  • la totalizzazione dei contributi maturati in qualsiasi gestione pensionistica;
  • l’aumento della contribuzione per i collaboratori al 26% (già passata dal 18% al 23% con la Finanziaria);
  • i coefficienti di trasformazione pensionistici, con i quali viene introdotto un criterio per un obiettivo di forte solidarietà che dovrà assicurare ai giovani un trattamento pensionistico non inferiore al 60%;
  • il fondo credito, con il quale viene realizzato il fondo per i parasubordinati che potrà erogare fino a 600 euro mensili per 2 mesi al fine di coprire eventuali periodo di inattività. Inoltre si istituisce anche  il fondo per il microcredito per le attività innovative di giovani e donne, e aumentato l’importo degli assegni di ricerca;
  • l’aumento dell’indennità di disoccupazione anche a coloro che hanno requisiti ridotti;
  • il superamento del lavoro a chiamata meglio conosciuto con il termine job on call;
  • la limitazione dell’utilizzo dei contratti a termine, per i quali,  salvo eccezioni da verificare  e valutare, i lavoratori dopo 36 mesi dovranno essere stabilizzati.

Stabilità del lavoro e flessibilità tutelata e sicura: flexicurity. Come indicato dall’Unione europea, il contratto a tempo indeterminato deve rappresentare la norma; i contratti temporanei l’eccezione. Consapevoli che non siamo più nella società fordista degli anni ’70 va prevista un’idea di stabilità e tutela anche nei lavori flessibili che superi la condizione di precarietà presente nella legge 30 e soprattutto presente nella percezione dei giovani lavoratori. Per questo, proseguendo e rafforzando quanto previsto nel Protocollo sul Welfare, si potrebbe operare in quattro direzioni:


 




    1. Si può riprendere l’idea del contratto unico a tempo indeterminato combinandolo con l’apprendistato. In sostanza il primo periodo di 6-8 mesi diventa di prova; un ulteriore periodo di 16-18 mesi, mentre si rafforzano  per queste figure diritti quali la malattia, vanno graduati ulteriormente i costi salariali, tenendo conto che già i contratti prevedono in genere due livelli inferiori. Il terzo periodo è quello nel quale dovrebbe scattare il pieno riallineamento salariale e anche la stabilizzazione. Questo vuol dire in prospettiva rivedere il capitolo dell’apprendistato che, soprattutto per quello definito professionalizzante, è troppo lungo e con salari troppo bassi. Non è un caso che nella nostra indagine sui giovani lavoratori in Italia risulti che tra apprendisti e collaboratori sotto i 30 anni, raramente superano i 750-800 euro mensili.
    2. Bisognerebbe proseguire nella direzione già intrapresa dalla Finanziaria 2007, che con gli sgravi sul cuneo fiscale punta ad incentivare i contratti a tempo indeterminato. In questo senso, andrebbe valutata l’opportunità di eventuali incentivi mirati alle imprese che stabilizzano gli apprendisti, i collaboratori e i contratti a termine dopo un periodo di tempo definito.
    3. Pur  con le modifiche presenti nel protocollo sui contratti a termine, gli stessi vengono anche utilizzati per realizzare nei fatti periodi di prova più lunghi. Si abbia allora la lungimiranza di proseguire sulla strada già intrapresa da alcuni contratti, allargando in tutti i contratti nazionali i periodi di prova.
    4. Il problema principale della precarietà riguarda le tutele per i lavoratori atipici e tra questi, in modo particolare, i collaboratori (a progetto, occasionali ecc.). Oltre  1 milione di persone che nella percezione della condizione di insicurezza e di redditi sotto i 750 euro mensili coinvolgono la loro rete familiare (circa 8-9 milioni di persone). I contratti nazionali di lavoro devono regolare il salario minimo anche per questi lavoratori; si superi questa anomalia tutta italiana e si dia un riconoscimento negoziando, sindacati e imprese, nei contratti nazionali.

Negli anni ’70 vennero inseriti nei contratti i quadri e i tecnici, ora è tempo di inserire i collaboratori.Qualora questo non fosse praticabile, anche in ragione del fatto che le parti non convergano sulla definizione giuridico-sociale di questo lavoratore, allora penso che sarà inevitabile immaginare una legge per il salario minimo ai collaboratori.


 


 


                                

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