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Home - Approfondimenti - Analisi - Una forza di cambiamento oggi solo potenziale

Una forza di cambiamento oggi solo potenziale

10 Aprile 2007
in Analisi

di Mario Ricciardi, docente di Relazioni industriali all’Università di Bologna

A differenza di quanto è accaduto in altre occasioni, questa volta il ripartire della concertazione sociale sembra essere circondato, nell’opinione pubblica, più da dubbi e diffidenze che da attese e speranze.
Può esservi, e quale può essere, il contributo dei sindacati e delle imprese all’elaborazione di scelte politiche adeguate alle esigenze del Paese? Quello dei sindacati, in particolare, può essere un contributo utile, o essi rappresentano un ostacolo, una palla al piede, come molti mostrano di ritenere?  Ed è in grado il sindacato di offrire un contributo al superamento della crisi sempre più evidente della politica, oppure siamo di fronte al tentativo di due debolezze – quella ormai conclamata della politica e quella (forse meno evidente, ma non meno reale) del sindacato – di puntellarsi reciprocamente? Sono grosso modo queste alcune delle domande che percorrono più o meno esplicitamente il dibattito odierno: sono domande difficili, che richiederebbero risposte complesse.
Il rapporto tra i sindacati e la politica non è cosa di oggi: fa anzi parte del codice genetico dei sindacati, e anche della vita politica italiana, e ha prodotto in diversi momenti della storia recente risultati importanti.
Negli anni settanta, tutti ricordano il contributo dato dall’azione sindacale alla modernizzazione ed all’ampliamento dei diritti di libertà, mentre il Paese usciva dal boom economico al quale non corrispondeva una coerente espansione delle strutture e del costume sociali. Politiche rivendicative e politica delle riforme  contribuirono alla costruzione di un Paese  più moderno e democratico, giungendo a risultati ai quali né il sistema politico né i movimenti, da soli, sarebbero probabilmente riusciti ad arrivare.
Nel decennio successivo, gli anni ottanta, fu molto importante il contributo del sindacato agli sforzi rivolti alla lotta all’inflazione ed all’introduzione di nuove forme di governo del mercato del lavoro.
Nell’ultima parte del secolo scorso, infine, è stato fondamentale il ruolo dei sindacati nel lavoro di costruzione di un nuovo sistema politico e istituzionale, dopo la caduta dei blocchi e l’implosione del sistema politico nato nel dopoguerra. Basti ricordare, innanzitutto, l’elaborazione del protocollo sulla contrattazione collettiva, ma anche l’apporto dato al movimento referendario e infine il ruolo decisivo giocato nella progettazione della riforma dell’amministrazione pubblica. Senza contare che il sindacato italiano nel suo insieme si è schierato, in tempi difficili, per il rafforzamento e il compimento dell’Unione Europea
Nel complesso, insomma, più volte è venuto dai sindacati un sostegno alla politica in passaggi difficili, anche con scelte coraggiose e costose in termini di consenso.

E oggi? Oggi bisogna registrare innanzitutto il livello particolarmente acuto della crisi della politica, una crisi aggravata dalla stanchezza di troppi anni di transizione incompiuta.  Vent’anni fa, all’inizio degli anni novanta, sulle macerie della prima repubblica vide la luce un disegno di ricostruzione del sistema politico istituzionale che avrebbe dovuto portare a un esteso ricambio, anche generazionale, del ceto politico, ad una semplificazione basata sul bipolarismo e l’alternanza, al risanamento morale e ad un riavvicinamento tra la politica e i cittadini. Dopo vent’anni, si può ben dire che, per una serie di ragioni sulle quali sarebbe troppo lungo soffermarsi, ben poco di quel disegno è rimasto in piedi o si è realizzato.
Ciò cui si assiste oggi è, in realtà, un crescente distacco tra la politica e i cittadini, particolarmente con le generazioni giovani Gli obiettivi della semplificazione del sistema politico, di una migliore capacità decisionale, di un ricambio capace di portare linfa nuova e di qualità nel sistema circolatorio della politica sono stati clamorosamente mancati, e anzi si assiste alla ricerca  ripetuta e affannosa di marchingegni elettorali ad uso proprio, sempre più barocchi ed improbabili, mettendo in ombra  l’interesse generale. Contemporaneamente, si accresce il distacco con un Paese nel quale molte emergenze sono lasciate irrisolte, mentre il contesto del quadro generale e dello scenario mondiale viene banalizzato o rimosso. Ad essere paradossalmente fuori dai circuiti della politica (a parte le citazioni rituali) è lo scenario di un Paese che ha retribuzioni tra le più basse d’Europa, una diffusa precarietà per i giovani, un incerto futuro, e nel quale nessuno sembra essere davvero in grado di proporre soluzioni, mentre le classi dirigenti sembrano sempre più rinchiuse nelle loro cittadelle e in logiche di mera autosopravvivenza. Perfino disegni importanti e appuntamenti in qualche modo storici come la confluenza tra gli eredi delle più grandi tradizioni politico-culturali del Novecento nel processo costituente del partito democratico appaiono scoloriti, poco attraenti, sfumati in una incredibile indeterminatezza programmatica.


Nello stesso tempo, la debolezza della politica attira e autorizza inevitabilmente le invasioni e le scorrerie dei poteri forti, interni ed esterni, che tentano di imporre i propri interessi o i propri valori, o entrambe le cose assieme. Le due caratteristiche stabili del sistema politico italiano  (la ‘sindrome italiana’, come l’ha definita in un libro recente il politologo Carlo Guarnieri): basso livello di legittimità delle istituzioni e debole capacità di prendere decisioni, sono oggi presenti in un grado assai elevato. Bisogna aggiungere che la crisi della politica non è fenomeno soltanto italiano. Basta seguire i commenti della stampa e degli osservatori d’Oltralpe a proposito del duello presidenziale Sego’/Sarko’ per convincersene. Più in generale la crisi della politica risalta con evidenza nell’intensa saggistica sui temi della globalizzazione: ed è interessante notare come molti studiosi sembrino ritenere che le possibili soluzioni possano venire proprio dal ruolo della società civile, dei movimenti, dei sindacati.
In questa fase assai difficile  può dunque essere utile (come è stato in passato) il contributo del sindacato?


Anche il sindacato attraversa, in realtà, un momento non facile Come tutti sottolineano da tempo, esso vive certamente una crisi di capacità rappresentativa, in buona parte determinata dal cambiamenti intervenuti nel mercato del lavoro, dall’estesa precarizzazione e dalla polverizzazione produttiva. Tuttavia, c’è dell’altro.  Da tempo al sindacato italiano sembra essersi indebolita quella capacità di visione politica che ha avuto per lungo tempo, cioè la capacità di guardare gli interessi dei suoi associati, o del suo  bacino di rappresentanza in un’ottica più ampia. A latitare è l’attitudine alla proposta, quella che dimostrò negli anni più fecondi, quando temi come la riforma della pubblica amministrazione, o del mercato del lavoro, o della scuola e della sanità, erano oggetto di discussioni che vedevano il sindacato come indiscusso protagonista, pronto al confronto ed esso stesso promotore di un  dialogo aperto con la parte più moderna e dinamica del mondo culturale ed accademico, e in cui le discussioni non si chiudevano nei limiti di organizzazione ma impegnavano dialetticamente tutto il mondo del lavoro. Purtroppo, i segnali che è possibile cogliere oggi sono meno incoraggianti Un tema come quello del sistema contrattuale, che finisce nell’afasia di poche righe nel  documento/piattaforma per la concertazione. Il tema delle forme e delle regole della rappresentanza che sembra scomparso dall’agenda sindacale, bloccato da veti e controveti dettati da motivazioni di organizzazione. Un tema come quello della riforma della pubblica amministrazione, che ha prodotto  di recente lo sforzo importante e generoso del memorandum, nel quale tuttavia il marchio del sindacato sembra risaltare, anche al di là delle intenzioni e della realtà, più che  nella pars costruens, nei codicilli garantisti sparsi lungo tutto il documento, che attenuano o in qualche caso rischiano di soffocare le novità ivi contenute.


L’avvento del pensiero unico liberista sembra aver lasciato insomma tracce pesanti, anche sul sindacato, troppo spesso ricondotto ad una logica quotidianamente difensiva, nella quale la politica con la P maiuscola fatica a farsi spazio. Né ci si può soverchiamente stupire, visto che viviamo in tempi nei quali il ragionamento politico per poter giungere a destinazione dev’essere comprimibile nelle due colonne dell’articolo di fondo dei giornali a massima diffusione, e il successo intellettuale arride a chi propone il massimo della semplificazione, o del semplicismo.
C’è dunque da disperare, e da ritenere che ormai anche il sindacato vada ascritto tra i soggetti persi per il rinnovamento della politica? Probabilmente no. A differenza dei partiti, ormai esausti o ridotti a pure macchine elettorali, il sindacato mantiene, in forza del suo mestiere, rapporti vivi e reali con la società, ha le energie, almeno potenziali, per essere leva di un cambiamento. C’è da aspettarsi che li faccia valere.

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