di Marigia Maulucci, segretario confederale Cgil
Non so i politici, ma i sindacalisti un po’ bugiardi lo sono. (1) Ovviamente non lo ammetteranno mai, altrimenti che bugiardi sarebbero. E’ dunque sicuramente una menzogna sostenere che la nascita del Partito democratico, nonché la candidatura di Walter Veltroni alla sua guida, non produce effetti sul complesso mondo sindacale perché il sindacato è autonomo e geloso della sua autonomia.
Siamo seri: la novità politica è evidente e se il sindacato risultasse impermeabile alle novità, vorrebbe dire che ha perso il contatto con la realtà.
La decisione assunta dai Ds e dalla Margherita di aprirsi al complesso della società, di dar vita ad un partito nuovo, di votare la costituente sulla base di elezioni primarie aperte a tutti coloro che vogliano partecipare, di eleggere, con elezione diretta, il segretario della nuova formazione politica è una decisione in assoluta controtendenza rispetto alla palude stagnante nella quale la politica sta precipitando, lasciando in superficie una società impazzita, vittima della sua frammentazione e dei suoi infiniti corporativismi.
Una scommessa sulla partecipazione, anzi meglio sul valore in sé della partecipazione. Quando la forma diventa sostanza.
Noi non iscritti a nessun partito cogliamo proprio bene questa novità.
L’auspicio è che l’operazione funzioni (non è detto, non è detto per niente), che produca modificazioni, aggregazioni, sintesi nell’ampio mondo della sinistra sans phrases, che finalmente si riavvii una dialettica di contenuti che abbia al centro l’interesse generale. La tragedia di questi anni non sono le diverse soluzioni a questo problema: la tragedia è che tali soluzioni sono dettate dall’urgenza della propria sopravvivenza, rispondono alla crisi degli ultimi venti minuti, durano per i successivi venti minuti. Di ricomporre l’interesse generale abbiamo, tutti, perso le competenze. E’ bene invece che ci si misuri a tutto campo sulla qualità differente delle soluzioni sul piano economico, sociale, perfino culturale e che questa discussione individui i punti di convergenza , le distanze , l’orizzonte (se c’è) di una comune iniziativa. Ed è su questo che mi pare plasticamente di poter dire che siamo tutti sulla stessa barca: la sfida posta dal Pd non può che attraversare, contaminare, coinvolgere il sindacato, tutto il sindacato.
Basta solo pensare ai titoli dei temi che dovrebbero qualificare la, diciamo così, sinistra riformista e differenziarla da quella radicale: cogenza dei vincoli europei sulla finanza pubblica, cogenza intelligente e dinamica quanto si vuole ma cogenza; centralità del tema della formazione della produttività, cui connettere la sua redistribuzione; ridisegno dei processi di accumulazione da indirizzare alla qualità dello sviluppo; centralità del valore del lavoro non tanto e non solo come definizione dei suoi strumenti di accesso ma come robustezza dei suoi contenuti professionali; nuova relazione tra politica ed economia nella quale il soggetto pubblico assuma fino in fondo il ruolo di regolatore dei processi di mercato, secondo principi di trasparenza e valorizzazione della libera concorrenza, di superamento dei mille corporativismi, privilegi, rendite che strangolano la nostra economia, riallocazione delle risorse di un welfare inclusivo che parta dalle mutate condizioni del mercato del lavoro e dunque individui tutti quegli strumenti che consentano ai giovani di esercitare la propria professionalità, le proprie ambizioni, i propri progetti con alle spalle un quadro certo ed esigibile di diritti di cittadinanza.
Dalla chiarezza su tutta questa roba le forze politiche dovranno passare. Dovrà però essere oggetto di discussione tra le organizzazioni sindacali e dentro ognuna di esse. I nostri differenti convincimenti rispetto ad una serie di questioni strategiche sono davvero tutti legittimi, possono produrre sintesi “alta” oppure sommarsi in un persistere di convivenze multiple, che garantisce solo sopravvivenza, galleggiamento, tatticismi. E di questo tentativo di sintesi “alta” avremmo avuto bisogno anche se in campo non ci fosse un ridisegno della geografia interna al centrosinistra, quale la nascita del Pd sembra rappresentare. Credo dunque che vada sfruttata questa occasione.
Non penso serva alla causa dei lavoratori e pensionati italiani una rappresentanza sindacale che non apra con la rappresentanza politica un’interlocuzione vera su queste dimensioni strategiche del futuro del paese.
Credo servirebbe, soprattutto alla Cgil, assumere un ruolo da protagonista nella definizione di un progetto che iscriva in una prospettiva nuova, dinamica i diritti del complesso mondo del lavoro che vogliamo rappresentare.
Se il Pp, nella discussione che precede le votazioni della costituente, che ci auguriamo tutti che sia una discussione di contenuti, fa vivere una battaglia per la costruzione di una più solida qualità dello sviluppo, sarà difficile che il resto della politica ne resti fuori, così come sarebbe schizofrenico che il sindacato non ne fosse invaso, positivamente invaso.
Non è automatico, ma questo potrebbe comportare una differente geografia interna nelle singole organizzazioni sindacali. In Cgil gli equilibri interni sono regolati in maniera tale da garantire il rispetto del pluralismo e l’esercizio democratico della dialettica tra maggioranza e minoranza: non ci sarebbe dunque niente di scandaloso se una discussione tutta, e rigorosamente, di merito dovesse disegnare una articolazione interna di posizioni più esplicita dell’attuale. Qualunque ne sia l’esito.
In una prospettiva dinamica occorre muoversi anche nella definizione di una nuova qualità dei rapporti unitari, chiamati a misurarsi sull’urgenza della ricomposizione di un mondo del lavoro frammentato e dunque oggi più attuali che mai. Si ripropone, oggi, il tema della rappresentanza: si misurano, sulle soluzioni a questo problema, le differenti identità delle singole organizzazioni sindacali, che dovranno credo utilmente ricomporsi a sintesi.
Il Pd nasce, per nettezza di convincimento, dentro un sistema bipolare: è impossibile procrastinare ulteriormente la definizione delle regole del confronto col sistema della rappresentanza sociale, regole spesso praticate in maniera confusa e contraddittoria. Al momento attuale, abbiamo di queste regole una versione all’amatriciana, un po’ ci si convoca, un po’ no, un po’ protestiamo (soprattutto la Cisl, per la quale la concertazione è tratto identitario), un po’ no.
E’ chiaro che il Governo è eletto su un programma, è chiaro che deve attuarlo, è chiaro che tale orientamento generale di scelte venga sottoposto ai “corpi intermedi” per verificarne le condizioni di attuazione, è chiaro che questi hanno diritto di proposta, è chiaro che se non dovessero realizzarsi convergenze il Governo decide cosa portare al voto del Parlamento, cui spetta la decisione finale. Questo consente al Governo di non sentirsi prigioniero nel caso in cui le rappresentanze sociali non condividano le sue scelte e permette a noi di misurarci con le scelte attuative del programma indicando strumenti e priorità.
Tale sistema di regole dovrebbe essere fondato sulla certezza della rappresentanza dei soggetti sindacali, ma anche di tutti i “nuovi” corpi intermedi, che una società complessa produce: giovani, per esempio, consumatori. Gli uni e gli altri, proprio in nome del diritto che hanno a far pesare gli orientamenti dei propri rappresentati, dovrebbero essere interessati ad una rappresentanza certa e verificabile.
Credo dunque più utile, sicuramente più auspicabile, come effetto dell’affermarsi certo di un sistema bipolare, una discussione di merito sulle regole e sul valore della rappresentanza, piuttosto che improbabili stravolgimenti di assetti/fotocopia con un sindacato riformista e uno radicale.
Considerazione finale: basta guardarsi intorno per rendersi conto di quale fibrillazione ha generato la candidatura di Veltroni. E’ oggettivamente una mossa salvifica: l’uomo piace, porta consenso,agita il centrodestra (e questo è un bene), innervosisce la sinistra radicale (e questo non è un bene, per il Governo, voglio dire). Tutta aperta la sfida sui contenuti.
(1) Semmai mi si può obiettare che anche questa, essendo io una sindacalista, è una bugia. Diciamo che mi avvalgo del paradosso del mentitore e la fermiamo qui.


























