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Home - Approfondimenti - Analisi - Un’esperienza di relazioni industriali transnazionali

Un’esperienza di relazioni industriali transnazionali

7 Settembre 2006
in Analisi

di Gianni Alioti, Ufficio internazionale Fim-Cisl e coordinatore Fem dell’Indesit Company

Con l’accordo quadro internazionale – che l’allora Merloni Elettrodomestici (ora Indesit Company) firmò nel 2001 con l’IMF – (International Metalworkers Federation) e con i sindacati italiani Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil – per la prima volta un’impresa transnazionale del settore metalmeccanico scelse di superare le “colonne d’Ercole” delle relazioni industriali, confinate – fino a quel momento – in una dimensione esclusivamente nazionale o al massimo ampliate in ambito “comunitario” con l’esperienza dei Comitati aziendali europei.
 
Gli International Framework Agreements (Ifas) sono uno  strumento relativamente recente che oggi è largamente utilizzato dalle federazioni globali dei  sindacati per stabilire le regole di comportamento delle imprese transnazionali,  rappresentando lo strumento ideale per affrontare le problematiche introdotte dalla globalizzazione. Hanno, infatti, lo scopo di assicurare il rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori (libertà d’associazione sindacale e contrattazione collettiva, eliminazione del lavoro minorile e del lavoro forzato, non discriminazione), in tutte le sedi ed unità produttive dell’impresa transnazionale e tra i suoi fornitori. In aggiunta, l’impresa contraente acconsente ad offrire paghe e condizioni di lavoro dignitose, una produzione rispettosa dell’ambiente e della salute e sicurezza dei lavoratori, un’attenzione al territorio in cui opera.
Il peso crescente delle imprese transnazionali nel capitalismo globale e il commercio internazionale pongono, infatti, delle problematiche che vanno oltre la giurisdizione delle legislazioni e relazioni industriali nazionali. Il non rispetto dei diritti umani, il vuoto di democrazia, l’assenza di libertà sindacali, entrano prepotentemente in gioco come fattori di competitività, esercitando una pressione concentrica verso il basso degli standard fondamentali del lavoro.

Nella spasmodica ricerca di minori costi non sono però accettabili le peggiori forme di sfruttamento del lavoro, dall’impiego dei bambini ai casi estremi di arbitrio e violenza contro coloro che cercano di organizzarsi sindacalmente. Come ha detto in una recente intervista Bruno Manghi,  “qui riscopriamo le radici di giustizia che hanno dato origine all’esperienza sindacale”. Per le federazioni sindacali mondiali, gli Ifas sono, quindi, un modo per promuovere diritti e dignità dei lavoratori su scala globale. Gli accordi garantiscono un clima di fiducia tra imprese e lavoratori, favorendo un approccio partecipativo sui temi del cambiamento industriale ed organizzativo. Rappresentano, pertanto, un mutuo vantaggio per i sindacati e per la Social Corporate Governance delle imprese. Per le transnazionali, gli Ifas oltre ad assicurare dei buoni rapporti con i sindacati, contribuiscono ad una buona immagine pubblica. Sempre più imprese ravvisano il bisogno di rispondere alle crescenti preoccupazioni etiche dei consumatori e degli investitori. Al contrario dei codici di condotta adottati unilateralmente, gli Ifas enfatizzano l’implementazione congiunta impresa-sindacati, aprendo la strada a rapidi miglioramenti nelle relazioni industriali complessive e agli aspetti sociali ed ambientali delle comunità locali di riferimento. Gli Ifas sono, infatti, negoziati a livello globale, ma implementati localmente.

In coerenza con questa impostazione il 27 e 28 luglio 2006 è stato organizzata dalla Indesit Company una convention a San Pietroburgo su “L’attività sindacale a supporto delle dinamiche economiche: il caso russo”, che ha visto seduti allo stesso tavolo i rappresentanti dell’azienda, i rappresentanti nazionali e locali dei sindacati russi, i sindacati italiani, la  regione di Lipetsk e l’associazione imprenditori italiani in Russia. La discussione si è incentrata sull’accordo collettivo stipulato nel 2005 con i sindacati ed i rappresentanti dei lavoratori russi dell’Indesit Company,  sull’attuazione dell’accordo quadro internazionale del 2001 – sottoscritto in seguito anche dal sindacato russo Gmpr affiliato all’Imf  – e, soprattutto, sull’iniziativa sindacale a fronte dell’attuale crescita economica della Federazione russa (oltre il 7% annuo dal 2000 al 2006 e tra il 10 e 11% annuo l’aumento della produzione industriale).


L’aspetto di maggiore interesse – analizzato nella convention – è stato l’evolversi in Russia delle “zone economiche speciali” (esperienze per certi aspetti analoghe ai nostri distretti industriali), che creano opportunità di nuovi investimenti diretti soprattutto delle piccole e medie imprese manifatturiere. In queste zone lo Stato partecipa direttamente alla realizzazione della infrastruttura industriale, che costituisce il 25% dei costi di creazione di una nuova fabbrica, mentre il Governo regionale interviene attraverso l’organizzazione di poli logistici, l’offerta di alcuni servizi all’impresa e la gestione dello sportello unico per le autorizzazioni e gli accessi alle utilities. Tutto ciò apre possibilità d’insediamento produttivo nella zona di Lipetsk alla tradizionale rete di fornitori e sub-fornitori dell’Indesit Company e della componentistica in generale per il settore degli elettrodomestici e dell’auto. Oltre al sostegno delle politiche pubbliche queste possono sfruttare i vantaggi della presenza in loco delle materie prime (coils e semilavorati in acciaio) ed i bassi costi dell’energia. Questo pone – ovviamente – nuove sfide ai sindacati italiani nella gestione di processi di delocalizzazione/internazionalizzazione – che non siano sostitutivi di attività domestiche e di occupazione locale – e ai sindacati russi nuove sfide sul terreno non solo della rappresentanza e della contrattazione collettiva, ma anche dello sviluppo territoriale.


L’Italia non può continuare a vedere la Russia solo come mercato di sbocco dei propri prodotti, ma dovrà vederla sempre più come spazio per investimenti e per un’effettiva cooperazione economica (l’Italia, mentre è il terzo partner commerciale, è agli ultimi posti come IDE nel settore manifatturiero, con le poche eccezioni di Candy, Fiat, Indesit, Marazzi, Mapei e Merloni TermoSanitari). Da esportatori di merci dobbiamo, quindi, diventare esportatori di cultura, tecnologie di processo ed esperienze industriali. D’altra parte, se in Russia non investiranno gli imprenditori italiani lo faranno quelli turchi e cinesi a nostro esclusivo svantaggio.


L’occasione di confronto a San Pietroburgo si è rivelata, pertanto, utile in quanto i diversi attori si sono misurati con reciprocità sui temi della delocalizzazione ed internazionalizzazione delle imprese ponendosi nella prospettiva dell’altro, tenendo insieme sia la molteplicità di approcci (aziendale-sindacale-istituzionale), sia i diversi angoli di visuale (visto da Lipetsk o da Fabriano).


Se si vuole, quindi, uscire da un eccesso di “provincialismo” (ma non di attenzione al locale) delle nostre relazioni industriali, l’esperienza dell’Indesit Company con la convention di San Pietroburgo – come con il prossimo seminario di formazione del Comitato aziendale europeo aperto anche ai Paesi extra-Ue come Russia e Turchia, che si terrà dal 2 al 4 ottobre a Caserta sui temi della Social Company Responsibility – devono moltiplicarsi e trovare, oltre le motivazioni, anche i necessari incentivi da parte della Ue e, perché no, da parte dell’Oil.

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