di Carlo Dell’Aringa, professore di economia politica all’Università Cattolica di Milano
Una recente ricerca dell’Eurispes sui livelli dei salari in Italia ha suscitato un forte interesse da parte dei media, in quanto da essa risulta che quelli italiani sono tra i salari più bassi d’Europa e fra quelli che sono cresciuti di meno. In particolare, stando ai dati statistici raccolti da Eurostat, l’Istituto di statistica della Comunità Europea, i livelli dei nostri salari (al lordo delle tasse e dei contributi) sono al quart’ultimo posto in Europa, mentre i salari netti sono superiori solo a quelli portoghesi. La spiegazione di quest’ultimo fenomeno sta principalmente – secondo l’Eurispes – in due fattori: il primo è rappresentato dall’elevato cuneo fiscale presente nel nostro Paese e il secondo dalla scarsa crescita delle retribuzioni reali che si è avuta nel corso di questi ultimi anni. L’elevato cuneo fiscale non è una novità e solo con l’ultima Legge Finanziaria si è cercato di ridurlo (di qualche punto percentuale). Il cuneo fiscale italiano era, nel 2004, fra i più elevati tra i Paesi europei; in questa speciale classifica il Belgio stava al primo posto, seguito da Svezia, Germania e, al quarto posto, l’Italia.
La scarsa crescita delle retribuzioni reali nel corso di questi ultimi anni ( l’Euripes considera il periodo 2000-2005) è spiegata invece da altri fattori. Fra questi, i principali responsabili tendono, in genere, ad essere individuati nei prezzi e nei profitti delle imprese. E’ infatti vero che i prezzi, soprattutto di alcuni prodotti, sono aumentati sensibilmente in questi anni e di questo si sono lamentati un po’ tutti, a cominciare dalle associazioni dei consumatori. In un primo momento il colpevole numero uno sembrava il “changeover” cioè il passaggio dalla lira all’euro. Ma, successivamente, la colpa è stata attribuita prevalentemente alle imprese dei vari settori produttivi che, con le loro politiche aggressive in materia di prezzi, hanno aumentato i loro profitti a scapito del potere d’acquisto delle retribuzioni. E anche i dati delle ricerca dell’Eurispes sono stati letti alla luce di questa interpretazione, che, peraltro, merita di essere verificata con attenzione.
Da qualche settimana l’Istat ha reso disponibili i dati di Contabilità Nazionale aggiornati, sia pur provvisoriamente, al 2006. Questi dati sono più completi di quelli utilizzati dall’Euripes. Essi infatti permettono di esaminare l’andamento di altre variabili macroeconomiche importanti, che possono spiegare i modesti aumenti delle retribuzioni reali italiane in questi anni.
Viene comunque confermato dai dati Istat che le retribuzioni in Italia , sono aumentate relativamente poco, certamente meno di quanto siano aumentate nella media dei Paesi europei e anche meno di quanto siano aumentate in alcuni periodi particolarmente felici per la dinamica salariale (ad esempio gli anni ’70 e gli anni ’80). In termini nominali le retribuzioni, nei sette anni del periodo 2000-2006, sono aumentate in media del 3 per cento all’anno ed è interessante notare che non si osservano differenze sostanziali passando da un settore produttivo all’altro. Nell’industria in senso stretto le retribuzioni sono aumentate del 3 per cento, un po’ meno sono aumentate nel settore delle costruzioni e un poco di più nei servizi (+ 3.2 per cento) grazie anche alla forte accelerazione delle retribuzioni del settore pubblico. Di fronte ad un aumento medio del 3 per cento, il costo della vita è aumentato del 2.4 per cento, in che significa che, in termini reali, le retribuzioni medie sono aumentate di poco più di mezzo punto percentuale all’anno (+ 0.6 per la precisione).
Mezzo punto percentuale all’anno non rappresenta certo un aumento consistente; si può anzi dire che è relativamente modesto se confrontato, come si è detto, con l’esperienza dei periodi precedenti e l’esperienza degli altri Paesi europei. Eppure mezzo punto è un valore tutt’altro da disprezzare se si tiene presente in quali circostanze (sfavorevoli) è stato ottenuto. Certamente è un valore superiore a quello dell‘aumento della produttività media del sistema economico italiano. Infatti nello stesso arco di sette anni il valore aggiunto a prezzi costanti per unità di lavoro, è aumentato, nel nostro Paese, di solo lo 0.04 per cento all’anno (+ 0.3 per cento in sette anni), cioè di un decimo di quanto sono aumentate le retribuzioni reali. In parole povere la produttività del lavoro è rimasta praticamente al palo, in questo scorcio di secolo.
Si dice che gli aumenti delle produttività rappresentano lo spazio naturale per gli aumenti dei salari reali. Infatti, se i salari reali vanno oltre quello spazio, ne consegue una diminuzione della quota dei profitti nel valore aggiunto prodotto dall’economia, a meno che non si verifichino anche variazioni delle ragioni di scambio. Di fatto si sono verificate entrambe le cose. La quota dei profitti (in senso lato, perché meglio sarebbe dire la quota dei risultati lordi di gestione) è passata dal 34.7 per cento nell’anno 2000 al 33.1 per cento nel 2006, con una caduta di circa un punto percentuale e mezzo (che ha comportato, in modo speculare, un corrispondente aumento della quota dei salari nel valore aggiunto). La caduta sarebbe stata ancor maggiore se parte dell’aumento dei salari reali non fosse stato assorbito da un miglioramento delle ragioni di scambio, un miglioramento cioè dei nostri prezzi all’import rispetto a quelli all’export, reso a sua volta possibile dal forte apprezzamento del cambio dell’euro, soprattutto rispetto al dollaro.
L’unica forte differenza che si osserva nel comportamento di queste variabili macroeconomiche è quella che risulta fra i grandi settori dell’economia con riferimento alla quota dei risultati lordi di gestione. Questa quota è diminuita molto nel settore dell’industria in senso stretto, molto più che nel settore dei servizi. Nelle costruzioni questa quota è persino aumentata, nei sette anni considerati. Come si è visto questa diversità di risultati non è dovuta a una diversa dinamica delle retribuzioni: queste sono aumentate più o meno allo stesso modo in tutti i grandi settori dell’economia. Né questa diversità va imputata alla diversa dinamica della produttività del lavoro. Questa è rimasta piatta in tutti e tre i grandi settori considerati :industria in senso stretto, costruzioni e servizi. Il Clup è aumentato grosso modo del tre per cento all’anno in tutti i grandi rami dell’economia. Sono i prezzi dei beni e, più in particolare i deflatori, la variabile che si è comportata in modo diverso da settore a settore. Il deflatore del valore aggiunto è aumentato molto nelle costruzioni, abbastanza nei servizi e poco nell’industria in senso stretto. La spiegazione di questo diverso andamento è facile da trovare. Con la moneta unica e la conseguente impossibilità di adattare il cambio della moneta ai diversi tassi di inflazione, i prezzi dei prodotti esposti al commercio internazionale sono fissati dalle imprese a livelli che garantiscano un ragionevole grado di competitività. I prezzi di gran parte dei servizi e dei prodotti protetti dalla concorrenza internazionale, invece, non subiscono gli stessi condizionamenti ed infatti il loro tasso di crescita è stato ben maggiore di quello dei prodotti industriali. I prezzi dei servizi sono aumentati in media del tre per cento all’anno, da quando è stato introdotto l’euro, più o meno in linea con, l’aumento delle retribuzioni nominali. Salari e prezzi dei servizi si sono rincorsi e alimentati a vicenda senza portare sostanziali vantaggi al potere di acquisto dei lavoratori. L’aumento delle retribuzioni è stato soprattutto di carattere nominale. L’unico vantaggio (un mezzo punto di aumento reale all’anno) è stato pagato in parte da un miglioramento delle ragioni di scambio e in parte da un minor aumento dei prezzi e da una corrispondente riduzione dei margini lordi delle imprese industriali italiane.
Questo modesto vantaggio è però stato pagato caro. Infatti, soprattutto negli anni iniziali del periodo considerato, il grado di competitività delle merci italiane è diminuito sostanzialmente. Il costo del lavoro per unità di prodotto è aumentato di circa 15 punti percentuali più che in Francia e in Germania.
L’esperienza di questi anni ci deve servire da insegnamento. Da alcuni mesi a questa parte si sente ripetere che i salari italiani sono bassi e che occorre passare ad una fase nuova che preveda una loro sostanziale rivalutazione. Questa linea rivendicativa si basa sulla constatazione che gli aumenti salariali sono stati erosi dall’inflazione (il che è vero) e che le imprese hanno fatto molti profitti. Questa seconda osservazione va alquanto qualificata. E’ vero che molte imprese hanno fatto buoni profitti, ma questo non vale, come si è visto, per l’intera economia e soprattutto per l’intera industria. Inoltre, molte imprese del settore terziario hanno fatto profitti in quanto hanno potuto aumentare i prezzi al riparo della concorrenza, interna ed estera. Una politica salariale tesa ad inseguire questi profitti è destinata ad avere inevitabili conseguenze negative sull’intero sistema economico.
E’ emblematica, a questo proposito, la piattaforma presentata dai sindacati del settore bancario per il rinnovo del loro contratto. Si chiede un aumento medio compreso tra l’8 e il 9 per cento. A parte che una richiesta di questo tipo fa fatica a giustificarsi sulla base delle regole fissate nell’Accordo del luglio del 1993 ( regole che i sindacati confederali dicono di voler confermare), ciò che impressiona è la equazione che si è venuta implicitamente a creare tra richieste di aumenti salariali da un lato e i profitti fatti dalle banche in questi anni, dall’altro. Appare francamente – pur nel rispetto (come di dice) delle linee di politica salariale individuate all’interno delle singole categorie sindacali – una piattaforma di carattere poco “egualitario”. Infatti come si potrà spiegare agli operai metalmeccanici, che devono rinnovare anche loro il contratto, che si possono scordare di avere aumenti simili a questi? Con aumenti simili a questi, infatti, l’occupazione delle imprese metalmeccaniche si ridurrebbe drasticamente. Cosa penseranno quindi i lavoratori metalmeccanici degli aumenti concessi ai loro colleghi bancari (nel caso questi aumenti fossero concessi dalle banche)? Non penseranno, per caso, che al posto di quegli aumenti avrebbero gradito una riduzione dei profitti delle banche ottenuta in altro modo, ad esempio riducendo i prezzi dei servizi, come i costi dei mutui e dei conti corrente?


























