Nino Baseotto, segretario organizzativo della Cgil Lombardia, grande organizzatore di questo viaggio, torna a casa colpito da questo grande paese, con molte idee nuove, ma anche con la ferma convinzione che l’Italia non dovrebbe farsi sfuggire questa grande opportunità.
Baseotto, cosa è stato questo viaggio in Cina di una delegazione di sindacalisti della Cgil?
Un momento di approfondimento, di riflessione. Siamo andati in Cina nella consapevolezza che questo è uno dei paesi più interessanti dell’economia globalizzata. Come sindacalisti eravamo molto colpiti dal fenomeno della delocalizzazione e volevamo saperne di più, vedere perché tante aziende vanno a investire in quel paese e cosa questo significa per la nostra economia.
Avete avuto le risposte che cercavate?
Sì, ma soprattutto abbiamo avuto la sorpresa di trovare un paese tutto diverso da come lo immaginavamo. Pensavamo a un grande paese in grande sviluppo, attento alle quantità, poco alla qualità. Pensavamo che il successo cinese fosse determinato da un mix di bassa qualità, basso costo del lavoro, bassi prezzi di vendita, un po’ di concorrenza sleale e tanta contraffazione.
Un’idea falsa?
Totalmente, questo è un paese che, forse più nei proclami e con tante differenze, la sfida la vince sulla qualità e sulle nuove tecnologie. Con grande forza, ma anche con tante contraddizioni. Risolvono i problemi, ma forse ne creano anche altri. Interessante l’azione sul Partito comunista cinese: una volta era alla base di qualsiasi indicazione, con noi nessuno vi ha fatto riferimento, hanno parlato sempre e solo del Governo, mai del partito, nonostante le leve del potere siano tutte ancora salde nelle mani del partito.
In negativo cosa hai visto?
Una sottovalutazione del lavoro. Hanno scelto il mercato e su questa scelta hanno investito tutto, dando l’impressione che il lavoro sia accessorio al business.
Quali sono le leve su cui possono contare?
Tantissime. A me hanno colpito alcune cose. Il sindacato, per esempio, mi sembra che con tanti limiti e sempre a loro modo, ma stia cambiando rapidamente. Del resto, è una scelta conseguente per chi ha scelto il mercato. Ancora, il loro forte sentimento nazionalista. La Cina è una nazione, non un insieme di tante nazionalità come era l’Urss. Ma soprattutto mi ha colpito la loro capacità di programmazione in un contesto decisamente molto difficile. E’ come ci ha detto l’ambasciatore Sessa, c’è una camera di regia con tanti rubinetti e loro continuamente qualcuno ne aprono, altri ne chiudono, cercando di mantenere il flusso dello sviluppo, frenando o accelerando lo sviluppo e manovrando così centinaia di milioni di persone, la loro vita, il loro lavoro, tutto.
Ma, appunto, restano anche le difficoltà.
Restano forti contraddizioni. Lo sfrenato sviluppo urbanistico ne determina moltissime. Solo quelle che vengono dall’enorme numero di macchine in circolazione. A Pechino il traffico è sempre bloccato e l’inquinamento insopportabile. Ma cosa accadrebbe se tutti avessero una macchine, come certamente desiderano? Ma soprattutto restano le difficoltà a controllare il progresso sociale. Credo che questa sia una vera e propria bomba a orologeria. Davvero non si sa se riusciranno a governare tutto ciò.


























