Il gruppo siderurgico indiano Jindal conferma l’impegno ad acquisire l’ex Ilva di Taranto, nonostante la svolta impressa dalla Corte d’Appello di Milano che ha disposto la sospensione dell’attività dell’area a caldo entro 90 giorni in assenza degli interventi prescritti per la bonifica dell’amianto e la riduzione delle emissioni di polveri sottili. In una nota diffusa dal proprio advisor legale Chiomenti, il gruppo ribadisce l’interesse per l’acquisizione dell’intero perimetro industriale, comprendente sia l’area a caldo sia quella a freddo, subordinatamente alla definizione degli accordi con il governo e l’amministrazione straordinaria e alla realizzazione di un nuovo forno carbon free a Taranto. Jindal si dice inoltre pronta a definire le condizioni per superare una situazione definita “estremamente complessa”, nell’interesse dell’industria siderurgica italiana ed europea.
Intanto, per garantire la continuità operativa dell’azienda, il Consiglio dei ministri, riunito d’urgenza lunedì dopo una convocazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha autorizzato un ulteriore finanziamento oneroso fino a 100,5 milioni di euro a favore di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria. Le risorse, trasferite attraverso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, dovranno assicurare la prosecuzione delle attività nelle more della procedura di vendita. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha spiegato che il provvedimento era stato predisposto prima della sentenza ma che quest’ultima “stravolge” una fase della cessione ormai prossima alla definizione, imponendo un aggiornamento del percorso.
La vicenda è al centro anche del tavolo convocato oggi a Palazzo Chigi tra governo e organizzazioni sindacali, chiamato a fare il punto sulle prospettive industriali e occupazionali del gruppo dopo il pronunciamento della magistratura. All’arrivo all’incontro il segretario generale della Fiom-Cgil, Michele De Palma, ha indicato come priorità la tutela dell’occupazione: “La prima cosa è mettere in garanzia le lavoratrici e i lavoratori”. Per De Palma quello di oggi è “un incontro cruciale non solo per lo stabilimento ma per il Paese” ed è “necessaria la garanzia dello Stato”.
Sulla necessità di garantire il futuro produttivo del sito insiste anche il segretario generale della Fim Cisl, Ferdinando Uliano. “La sentenza sull’Aia e i mesi di stallo del Governo non possono diventare un alibi per chiudere le aree a caldo. Pretendiamo risposte immediate e un piano industriale solido. Chi pensa che da questa sentenza si alzino le mani per arrendersi, oppure per lavarsi le mani rispetto a un problema industriale, occupazionale, sociale, ambientale e sanitario, si sbaglia di grosso. Il sindacato non lo permetterà”, afferma all’arrivo a Palazzo Chigi.
Uliano ribadisce che il sindacato sarà “determinato con tutte le proprie forze” a impedire scenari che possano tradursi in “lacrime e sangue” per i lavoratori dell’ex Ilva, sottolineando che la priorità resta una soluzione industriale e un ruolo attivo dello Stato per garantire la continuità della produzione di acciaio, considerata strategica per il sistema manifatturiero nazionale.
Il leader della Fim respinge inoltre con decisione l’ipotesi di una chiusura dell’area a caldo, sostenendo che occorra individuare le soluzioni necessarie per dare continuità al progetto industriale. Allo stesso tempo accusa il governo di aver accumulato mesi di ritardo nel confronto sul futuro dello stabilimento e chiede che la sentenza non diventi il presupposto per scaricare sui lavoratori il costo della crisi, attraverso licenziamenti o altre misure che definisce “intollerabili”.



























