Con gli accordi raggiunti nelle scorse settimane su contrattazione e rappresentanza, ciascuno nel proprio campo, i sindacati dei lavoratori e le associazioni datoriali hanno mostrato di essere ancora forti e capaci di elaborare una strategia vincente. Una prova di vitalità per nulla scontata perché le ferite causate dalle pratiche di disintermediazione, avviate da Matteo Renzi fin dal 2014, restano ancora aperte. L’allora presidente del Consiglio non si limitò del resto ad abbandonare le pratiche della concertazione, che con alterne vicende erano funzionanti dal 1993, cercò di interrompere la normalità delle relazioni di buon vicinato tra le parti sociali, come notano Adolfo Braga e Mimmo Carrieri nella loro analisi “Il sindacato negoziatore”, Donzelli editore. Il danno fu forte e la prova arrivò poco dopo, già nel 2018, quando, pur riuscendo a firmare il Patto della fabbrica, le parti non furono in grado di risolvere fino in fondo i tanti problemi affrontati.
L’ultima, importante prova di forza ci fu con la pandemia quando, in una notte o poco più, imprenditori e sindacati riuscirono a trovare un accordo stabilendo quali lavorazioni potessero continuare e come salvaguardare la salute dei lavoratori e circoscrivere la diffusione del morbo. Salvarono il paese, ma fu una ventata di efficienza, uno scatto di orgoglio¸ importante ma non risolutivo dei problemi che intanto si andavano accumulando.
Dopo di allora ci fu un lungo lasso di tempo caratterizzato dall’inazione, dalla cessazione di ogni forma di dialogo sociale. I sindacati non avevano la forza, forse nemmeno la voglia, di intavolare un vero dialogo, gli imprenditori erano chiusi nelle loro roccaforti, più attenti a guerre interne di logoramento che a un vero chiarimento delle reali possibilità di intervento.
Non ha aiutato negli ultimi quattro anni la strategia del governo di Giorgia Meloni che, pur vantando il proprio passato nella Destra sociale, nei fatti ha sempre cercato di impedire qualsiasi forma di dialogo o collaborazione con le forze sociali. Esemplare la sua strategia nei confronti dei contratti pirata. Mentre le parti sociali, tutte, erano attente a combattere tali contratti, tesi a ridurre i salari e a limitare i diritti dei lavoratori, il governo ha cercato sempre e solo di facilitarne la vita. A vantaggio poi, a ben vedere, di quei pochi imprenditori che non volevano, o potevano, rinunciare a competere esclusivamente sul costo del lavoro, senza curarsi dell’andamento, peraltro costantemente negativo, della produttività del sistema.
Adesso le parti sociali hanno rialzato la testa. Le analisi di Lucia Valente e Mimmo Carrieri dei due accordi, pubblicati da Il diario del lavoro, hanno sottolineato proprio questo recentissimo cambiamento epocale. I sindacati da una parte, le associazioni datoriali dall’altra hanno dimostrato di voler tornare a decidere il proprio futuro, al di là dei veti e degli impedimenti che cercano di imbrigliarli.
E la cosa più importante è che le due parti hanno così dimostrato di essere in grado di mettere da parte quelle divisioni interne che, negli anni passati, avevano bloccato qualsiasi tentativo di ripresa. Nel mondo sindacale, Cisl e Cgil si erano trovate spesso su posizioni distanti, a volte contrapposte, e nel fronte padronale le distanze erano ancora più marcate. Le rivalità tra le grandi organizzazioni dell’industria e quelle del terziario e dell’artigianato non erano una fantasia. Queste organizzazioni portavano avanti politiche distanti tra loro, che erano, o sembravano, incapaci di controllare. Beh, queste divisioni sono state accantonate e sembra proprio che tutti i protagonisti abbiano accolto il vecchio adagio per cui divisi si perde, uniti si vince. C’è da fare ancora tanta strada, i due accordi hanno solo messo in evidenza l’entità dei problemi da affrontare. Ma la strada è tracciata e l’obiettivo finale chiaro.
Massimo Mascini
























