Valentina Cappelletti, della segreteria della Filcem Lombardia, era stata in Cina già tre anni fa. Tre anni sono pochi, eppure in questo periodo tante cose sono cambiate. <Le città no, dice, erano già così, ma si avverte una velocità di realizzazione di progetti anche molto ambiziosi che spaventa, almeno spaventa noi occidentali>.
Cosa ti ha colpito di più?
Alcuni particolari, ma indicativi. Per esempio i mendicanti. Mi ricordo che tre anni fa ne vidi uno. Adesso sono tantissimi e li trovi dove non te li aspetteresti. Davanti alla Città proibita in piazza Tien an men a Pechino, è stato un assalto. O è cresciuto il fenomeno o lo hanno sdoganato. Ancora, il loro mimetismo. Sono come noi, hanno assorbito il nostro modo di vita, di consumi, di scelte estetiche. Una ragazza cinese se non per i tratti somatici e per una sua innata femminilità, non si distingue da una sua coetanea europea.
Qual è il loro punto di forza?
La cognizione della loro potenzialità. Che è doppia, quanto viene dal passato e quanto promette il futuro. E poi l’uso prudente che fanno di questa loro potenzialità nei rapporti con le altre potenze. Sanno di avere delle difficoltà, di aver bisogno di contaminazioni, ma sanno anche che gli altri hanno bisogno di loro e gestiscono questi rapporti con molto equilibrio. Sono riusciti a trasformare il Partito comunista cinese in una forte garanzia istituzionale, che è poi quello che i paesi investitori cercano.
Possono riuscire nei loro programmi, possono vincere questa difficile scommessa?
Sì. Perché sono consapevoli che si stanno avvicinando ad alcuni punti di rottura e sanno muoversi di conseguenza. Sanno gestire i grandi numeri, le differenze. Nella loro storia del resto ci sono molti momenti differenti, grandi assoggettamenti, ma anche momenti in cui hanno subito il dominio altrui, con i tartari, i mongoli, recentemente con i giapponesi.
Il sindacalista che torna a casa è preoccupato?
Molto, preoccupa soprattutto l’esperienza dei loro parchi industriali. Usano quattro leve per crescere, il vantaggio fiscale, la selezione degli investimenti, la formazione e le infrastrutture. Ma è evidente che potrebbero facilmente rinunciare alla leva fiscale e mantenere intatta la loro forza.
Cosa rimane all’Italia?
Non so proprio. Non sono convinta che restino libere solo delle nicchie, né credo che si possa diventare un parco giochi per i ricchi del mondo.
Dobbiamo cambiare anche noi?
Certo, dobbiamo cambiare testa e pelle, tutti, sindacalisti, imprenditori, politici. Ci servirebbe un megacorso di formazione collettiva per tutta la classe dirigente. Devono cambiare tantissime cose. La dimensione delle imprese, ma anche la capacità di individuare obiettivi collettivi credibili. Abbiamo una forte spinta individuale, ma i cinesi abbinano a questa anche una forte spinta collettiva ed è dalla unione di queste due pulsioni che nasce la determinazione allo sviluppo. Altrimenti non si va lontano.
Abbiamo perso delle sfide importanti?
Alcune si. Se la Cina decide una grande gara internazionale quali sono le imprese italiane che possono competere? Nei settori che contano non ci siamo o siamo debolissimi.


























