Raffaella Vitulano
Netto aumento della disoccupazione negli Stati Uniti: ad agosto il tasso annuo dei senza lavoro si è attestato al 4,9% rispetto al 4,5% del mese precedente. I posti di lavoro in meno sono stati 113 mila. Si tratta del dato peggiore dal settembre del 1997. Gli analisti prevedevano una crescita del 4,6%. Il rallentamento dell’economia Usa comincia a far sentire appieno il suo peso sul mercato del lavoro. I licenziamenti a catena da parte delle società hanno fatto fare un balzo in avanti al tasso di disoccupazione, passato dal 4,5% di luglio al 4,9% in agosto.Contemporaneamente le società hanno dovuto registrare un aumento del salario orario dello 0,3 per cento. Sebbene il 4,9% rimanga ancora basso rispetto alla media storica, esso rappresenta il picco più alto dal settembre 1997, e un punto percentuale in più rispetto al 3,9% dello scorso ottobre. Nel solo mese di agosto sono andati persi 113.000 posti di lavoro. I numeri forniti dal dipartimento del Lavoro Usa indicano che la situazione rimane particolarmente grave nel settore manufatturiero, che nell’ultimo mese ha tagliato 141.000 dipendenti. Il settore servizi ha invece aggiunto 23.000 posti di lavoro. La debolezza in cui si trova il mercato del lavoro suggerisce che l’economia nel suo complesso potrebbe rimanere debole anche nel prossimo futuro. Ciò aumenta le probabilità di un nuovo taglio dei tassi d’interesse da parte della Fed durante il suo vertice di ottobre. Il numero di lavoratori licenziati dalle aziende Usa nell’agosto 2001 è intanto calato del 32 per cento rispetto a luglio. Una buona notizia?
Solo apparentemente. In realtà la situazione è pessima: con i 141.000 licenziati del mese scorso, l’economia Usa è arrivata a oltre un milione di posti di lavoro tagliati nel solo 2001. Un milione e 120 mila, esattamente. Il tasso di disoccupazione è arrivato al 4,5 per cento a luglio. Ed è il settore delle telecomunicazioni quello più colpito dal rallentamento, che conta il 19% dei licenziamenti, quasi uno su cinque.
Anche il Giappone si avvia sulla strada della recessione: il governo ha reso noto ieri il dato sul pil nel secondo trimestre dell’anno, in calo dello 0,8 per cento rispetto al gennaio-marzo, una brutta notizia che ha spinto il premier Koizumi a ribadire la necessità di un nuovo pacchetto di stimolo dell’economia.
Se anche il terzo trimestre dell’anno terminerà con il segno negativo, come tutti gli economisti prevedono, allora il Giappone entrerà tecnicamente in una fase di recessione.
Le perdite maggiori si segnalano sul fronte degli investimenti immobiliari (-8,8 per cento), di quelli delle imprese (-2,8 per cento) e delle spese del settore pubblico (-4,1 per cento). I preoccupanti dati relativi al pil fanno considerare al premier riformista Junichiro Koizumi l’ipotesi di una manovra aggiuntiva. Tokyo così ricorre ai vecchi metodi, in contrasto con la politica di risparmi che il primo ministro ha promesso a più riprese.
Il tasso di disoccupazione giapponese ha intanto toccato, nel mese di luglio, quota 5%. Il dato, che può apparire tranquillizzante per un europeo, è invece il più alto mai raggiunto nel Paese del sol levante dal 1953, quando cominciarono le rilevazioni statistiche dei senza lavoro.
Molte le cause della crisi occupazionale: il rallentamento su scala mondiale dell’economia, le difficoltà della new economy e dell’industria ad alta tecnologia e la crisi del sistema bancario che rischia di far piombare il Giappone nella sua quarta recessione in un solo decennio. Le organizzazioni sindacali considerano il 5% un livello inaccettabile, e chiedono al governo del premier Junichiro Koizumi di prendere provvedimenti drastici per mettere un freno alla disoccupazione dilagante. Il governo, d’altro canto, sta prendendo in considerazione l’ipotesi di varare una manovra supplementare finalizzata al finanziamento di programmi di formazione professionale e reinserimento al lavoro.
Nel frattempo, però, la corsa ai licenziamenti continua. Lunedì due tra le principali industrie elettroniche del Paese hanno annunciato nuovi pesanti tagli: Toshiba e Hitachi, infatti, hanno fatto sapere che taglieranno ciascuna 19.000 posti di lavoro. Nelle scorse settimane altri 20.000 tagli erano stati annunciati da Fujitsu e Nrc.



























