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Home - Approfondimenti - Analisi - L’ “alluvione” di norme ai tempi dell’epidemia

L’ “alluvione” di norme ai tempi dell’epidemia

di Mario Ricciardi
1 Aprile 2020
in Analisi

Di fronte all’emergenza  Covid 19 è arrivata – e prevedibilmente continuerà ad inondarci – una vera e propria alluvione di norme, di varia fonte e rango: decreti legge, ordinanze della protezione civile, direttive e circolari dei ministeri, norme regionali e locali, in una successione abbastanza caotica e talvolta contraddittoria; ciascuno di noi, nel momento in cui sottoscrive l’ennesimo modulo precompilato per spostarsi da un luogo all’altro, dichiarando di conoscere alla perfezione le misure di contenimento del contagio racconta probabilmente, e più o meno consapevolmente, una bugia. L’iperproduzione legislativa costituisce, come è noto, una delle caratteristiche più stabili e meno commendevoli del nostro sistema politico istituzionale, questa volta certamente giustificata dal dover fronteggiare un evento gigantesco e improvviso (quanto fosse imprevedibile è un altro discorso, sul quale servirebbe sviluppare una riflessione a parte.)

Molte di queste norme riguardano le pubbliche amministrazioni, a cominciare ovviamente dalla sanità. In quest’ ambito le disposizioni principali hanno riguardato, da un lato , la raccolta di dispositivi tecnici per l’emergenza, dall’altro il reclutamento urgente, con contratti a termine e/o di collaborazione, di personale medico e infermieristico non solo presso gli ospedali, ma anche presso l’amministrazione militare e altri enti connessi; l’aumento dei fondi contrattuali per l’erogazione di straordinari al personale sanitario; il trattenimento in servizio di medici che avrebbero dovuto andare in pensione; l’erogazione di bonus per il sevizio di baby sitting per i personale sanitario, ed altre disposizioni sparse nei vari testi normativi. L’altro grande comparto coinvolto (e sconvolto) dall’emergenza è quello dell’istruzione. Qui l’evento assolutamente straordinario è la chiusura totale delle istituzioni di ogni ordine e grado, con il trasferimento delle attività online. Il decreto legge del 17 marzo ha cercato di aiutare l’attuazione di questa modalità con lo stanziamento di 85 milioni, per l’acquisto e il potenziamento della strumentazione digitale, la formazione del personale e la messa a disposizione di dispositivi agli studenti meno abbienti. Una somma di 50 milioni è stata poi messa a disposizione delle Università e delle istituzioni di alta formazione. È stata inoltre prorogata all’estate la sessione delle lauree prevista nei mesi di sospensione delle attività.

Per quanto riguarda il resto delle pubbliche amministrazioni, è intervenuta la direttiva del ministro della P.A. (n, 2 2020, del 12 marzo) che ha identificato nel cosiddetto “lavoro agile” (alias telelavoro) la modalità ordinaria di svolgimento dell’attività lavorativa, senza distinzione di categoria e di inquadramento, e con la possibilità di utilizzare anche dispositivi di proprietà del dipendente. La presenza fisica negli uffici deve essere limitata ai soli casi in cui sia indispensabile per lo svolgimento delle attività.

Come si può vedere anche da questa rassegna estremamente sommaria, si è trattato finora, e non poteva essere diversamente, di norme assolutamente emergenziali, limitate cioè a fronteggiare nel breve periodo le esigenze più urgenti. Tuttavia già queste norme consentono di fare qualche osservazione non già sui grandi scenari futuri (che invidia, per coloro che sono già in grado di prefigurarci come sarà il domani!) ma su alcuni nodi irrisolti  che proprio l’emergenza ci propone.

Per quanto riguarda la sanità, moltissimo è stato detto, e non vale ripetere qui,  in queste settimane, sulla riduzione della spesa perpetrata ormai da molti anni, sulle contraddizioni indotte dalle competenze frammentate eccetera: tutti temi che dovranno sollecitare attente riflessioni, soprattutto nel momento in cui è aperta , e probabilmente si inasprirà, la discussione sulla cosiddetta autonomia differenziata. Un tema appare tuttavia di immediata evidenza ed è quello che le indagini demografiche ci indicano già da molto tempo. I progressi della medicina hanno allungato di molto la vita media (l’Italia è uno dei paesi più longevi la mondo), lasciando in vita schiere crescenti di anziani e grandi anziani in condizioni ovviamente e progressivamente più fragili. Un numero rilevante di questi anziani vive peraltro in strutture dedicate in cui è più o meno efficacemente e amorevolmente accudito.  Di fronte a un’epidemia, questi anziani, in gran parte  “prodotto” dei progressi della medicina, diventano tuttavia una “bomba a tempo” per la capacità di cura delle strutture sanitarie. Premunirsi, attraverso misure di monitoraggio,  prevenzione e attrezzature per eventi di questo genere è probabilmente una delle lezioni principali che questa emergenza ci lascerà in eredità.

Per quanto riguarda l’istruzione, la chiusura degli istituti ha scatenato, almeno in alcune zone del paese, l’iniziativa e la creatività degli insegnanti e dei dirigenti: chi scrive ha potuto assistere alle più varie modalità, da insegnanti di scuole superiori che continuano imperterriti a fare lezioni, assegnare compiti e interrogare on line  a maestre che  leggono e inviano ogni sera una favola ai loro scolari più piccoli. E riunioni, consigli d’istituto, collegi del docenti  on line, in una scuola che dimostra una passione e un’applicazione davvero straordinarie. Tuttavia la situazione è tutt’altro che facile, non solo per la persistente difficoltà di raggiungere una parte consistente di allievi e per l’assenza di una disciplina uniforme di queste modalità didattiche, ma soprattutto perché l’emergenza ha bloccato una serie di iniziative, come i concorsi in itinere che avrebbero dovuto contribuire a inserire nei ruoli  una parte del personale e ad aprire le porte a giovani laureati. L’anno prossimo rischia di iniziare dunque ancor più sotto il segno della precarietà, e certo non aiuta l’atteggiamento della ministra che, a differenza di quanto avviene in altri settori nei quali il confronto sindacale non si è interrotto, sembra  praticare  la più stretta  e intempestiva disintermediazione.

Per quanto riguarda, infine, l’insieme della pubblica amministrazione, l’impressione, sia pure di superficie, è che il governo si sia reso conto  che la pubblica amministrazione  fatica  di fatto moltissimo a  funzionare realmente  nelle condizioni attuali e che l’attività on line , sia pure sostenuta e promossa, può ben difficilmente scavalcare la complessità , la farraginosità e la lentezza di procedure che anche in condizioni normali rendono la nostra burocrazia assai più simile a un bradipo che a un levriero. Ragionevolmente, dunque, la normativa dell’emergenza ha previsto , e presumibilmente ancora prevederà,  una serie di rinvii e dilazioni di scadenze.  I problemi tuttavia restano, anche se dilazionati, e  tanto più emergeranno proprio per questo. Si pensi soltanto ai numerosi adempimenti la cui complessità richiede l’intervento preliminare di strutture, come i patronati e i caf, per renderle effettivamente operative. Si pensi alle difficoltà per una parte della popolazione di accedere direttamente alle prestazioni dell’amministrazione. Non è facile immaginare che accada davvero, ma sarebbe un grande risultato se dalle tragedie di queste settimane anche  la pubblica amministrazione uscisse un po’ risanata.

Mario Ricciardi

Mario Ricciardi

Mario Ricciardi

Docente di Relazioni Industriali all’Università di Bologna

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