La dico tutta subito. In quest’ultimo scorcio di una estate maledetta e interminabile, qui e ora, di chi sarà il leader del campo largo alle prossime elezioni non mi frega niente. E, anche, più elegantemente, primarie sì, primarie no è l’ultimo dei problemi, miei e della sinistra. Lo dicono tutti, ovviamente, come sempre, invocando prima il programma. Poi, però, tutti restano intrappolati nel tormentone che la stampa, per natura pettegola e vocazione semplicistica, alimenta: Conte? Schlein? Salis? Manfredi? Ricci (aiuterebbe l’autostima)? Improbabile che gli elettori si pongano le stesse domande. Mentre è probabile che, anche per decidere se andare o no alle urne, si chiedano: Conte, Schlein, Salis per fare che? Il punto è che, per spostare virtuosamente il dibattito dai nomi alle proposte, bisognerebbe che qualcuno cominciasse almeno a parlare davvero del programma. Invece, niente. Non è un caso e – sia detto con sincerità – è una esitazione che merita rispetto. Perché le risposte alle domande sul programma sono davvero difficili, Mai, da tempo, forse, così difficili. Però, sono inevitabili e indispensabili. Gli appassionati di tennis converranno con me: non si vince solo ributtando, alla bell’e meglio, la palla dall’altra parte della rete: i punti bisogna segnarli.
Tanto più che le prossime elezioni non sono affatto elezioni normali: nel loro piccolo, segnano un passaggio epocale. Veniamo da cinque anni di governo di una nuova destra. Non il conservatorismo clientelare della Democrazia cristiana e neanche l’ammiccante egoismo di massa del berlusconismo. Piuttosto, accanto ad una sgangherata gestione del quotidiano (basta la farsa tragicomica del Ponte sullo Stretto), il progressivo affermarsi di una idea precisa di società e di paese, una nuova identità italiana, un mix fra decisionismo trumpiano, prevaricazione orbaniana, dittatura di maggioranza, rifiuto del diverso, controllo sociale. Per il melonismo (e intestarsi tutto questo, per Giorgia Meloni non è un successo da poco), vincere le prossime elezioni significa radicare e consolidare questa idea d’Italia. Per impedirglielo, la sinistra deve ridisegnare, sulle macerie di una lunga egemonia socialdemocratica, una propria idea alternativa di società e d’Italia. Altro che chiacchiere sul woke.
Il salario minimo, la lotta al precariato, anche la difesa della Costituzione non bastano. Occorre accettare la sfida di scelte coraggiose, in cui il coraggio si declina nella capacità di dire non solo dei Sì, ma anche dei No. Sul tema, andrò controcorrente. Non credo che la politica estera sia un passaggio cruciale. Sull’Ucraina, alla fine, un futuro governo di sinistra andrà, probabilmente riottoso e traballante come l’attuale, dietro l’Europa. Le scelte che ridisegnano l’identità sono altre. Io ne vedo tre.
Immigrazione. L’inquadratura che l’invasione di Ceuta ha consegnato all’immaginario nazionale è la torma di giovinastri che, sul bagnasciuga, prende d’assalto la fortezza europea. Ma andiamo indietro di tre o quattro minuti. L’immagine è quella di una massa di giovani che affronta e supera, con ogni mezzo, anche solo braccia e piedi per nuotare, cinque chilometri di mare, in una sfida di coraggio, esaltazione, entusiasmo, determinazione, tutto a caccia di un domani migliore. Be’, chapeau: io gente così la vorrei in squadra. Infatti, le statistiche delle Camere di commercio ci dicono che, negli ultimi anni, a metter su imprese, in Italia, sono soprattutto immigrati.
La sinistra, insomma, non deve fare come la destra e fingere che l’immigrazione sia un fenomeno passeggero, da contenere, nascondere, sforzarsi di non vedere, sperando che passi. E’ la marea del secolo e nessuno riuscirà a fermarla, tanto meno rimandarla indietro. Questo non vuol dire che siamo la Caritas. Occorre trovare il modo di gestirla, incanalarla, selezionarla. E trarne il masssimo, perché l’immigrazione, come dicono gli economisti è, anzitutto, una risorsa.
Ma l’accoglienza è un primo passo insufficiente. Il secondo è l’integrazione e, anche questa, non avviene da sola. Ci vogliono strutture e corsi sistematici di formazione, di lingua soprattutto, anche di cultura, per superare le barriere. Fino alla naturalizzazione. E questo, probabilmente, richiede interventi radicali, anche visionari, sulla scuola e sui programmi di studio per una società, inevitabilmente, multietnica. Magari mettere le poesie di Omar Khayam e rinunciare alla “Secchia rapita” di Teofilo Folengo.
Il biglietto d’ingresso, in questo percorso, è lo ius soli, senza se e senza ma.
Sicurezza. Si può discutere se le statistiche giustifichino l’idea di un paese con più criminalità e meno sicurezza. Conta, tuttavia, che questa sia una percezione diffusa. E’ il secondo capitolo su cui la sinistra non può mancare. Il recupero dei diritti (a manifestare, ad esempio), il rifiuto dei soprusi (della polizia in azione, per dire) non devono appannare l’immagine di una sinistra che difende e garantisce una vita serena per tutti. In materia, le soluzioni tecniche (chiedere, ad esempio, a Franco Gabrielli) ci sono. Vanno coordinate e dispiegate in quella che deve apparire esplicitamente come la ricetta complessiva della sinistra per la sicurezza.
Sanità. E’ un problema centrale nella vita di tutti e, per questo, può diventare il biglietto da visita vincente, su cui concentrare sforzi ed energie per l’immagine di una nuova Italia. Bisogna recuperare il ruolo pubblico, fermando lo scivolamento verso un regime, di fatto, di sanità privata. Gli investimenti, in materia, sono probabilmente enormi, ma il punto di partenza (anche per risparmiare) è un intervento a fondo che rilanci e rivitalizzi la medicina di base. La destra, con la riforma Schillaci, con i medici che tornavano impiegati pubblici e un’offerta di servizi più ampia e puntuale, andava nella direzione giusta di rimettere la sanità a portata della gente. La destra, alla fine, ne ha avuto paura. La sinistra può dimostrare agli elettori di non farsi spaventare da quella che può diventare una riforma-simbolo.
Maurizio Ricci

























