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Home - Approfondimenti - La nota - Abitare la longevità: presentato al Cnel il terzo rapporto sulla condizione abitativa degli anziani

Abitare la longevità: presentato al Cnel il terzo rapporto sulla condizione abitativa degli anziani

di Elettra Raffaela Melucci
15 Settembre 2026
in La nota
Agespi, sottoscritta ipotesi di accordo per rinnovo contratto

L’ultimo scorcio di secolo si inserisce in una cornice di triplice transizione – demografica, ambientale e digitale – che va intesa nelle sue relazioni e non come somma di processi separati. Quelle digitale e ambientale sono maggiormente visibili, con effetti più concreti. La transizione demografica, invece, è più lenta nel dispiegare i suoi effetti. In particolare, il rapporto demografico tra generazioni vede l’Italia ai primi posti al mondo per percentuale di persone ultra 65enni, ma è anche uno dei Paesi con la natalità più bassa e con una crescente emigrazione giovanile. I dati previsionali sono impressionanti: se oggi gli over 65 sono quasi 15 milioni, nel 2040 saranno oltre 18 milioni, mentre aumentano le persone anziane che vivono sole e cresce il rischio di isolamento sociale.

Il risultato è una società in cui l’invecchiamento diventa condizione diffusa e, al tempo stesso, vulnerabile, perché viene affrontato con strumenti culturali e istituzionali del passato. Stiamo infatti scontando la mancanza di un approccio sistemico che rischia di farci travolgere dai cambiamenti. In questo contesto la questione decisiva è se la triplice transizione verrà governata secondo logiche neoliberiste – che vedono in questi processi nuove opportunità di mercato – o secondo un approccio sociale e democratico, che metta al centro la giustizia distributiva e la dignità delle persone.

Questa seconda via, da intendersi come una scelta di prospettiva, è quella proposta dal rapporto Abitare la longevità. Politiche abitative e urbane generative di comunità, promosso da Auser, Spi Cgil e Abitare e Anziani, giunto alla sua terza edizione e presentato oggi al Cnel. Il rapporto assume le transizioni come occasione per ridefinire un nuovo patto sociale improntato a solidarietà intergenerazionale, diritti digitali e giustizia climatica. Una “giusta transizione”, si legge, intesa come processo collettivo e partecipato, è la condizione per evitare che il cambiamento diventi fattore di esclusione e diseguaglianza. L’obiettivo è mettere a fuoco i cambiamenti strutturali e proporre linee di azione che connettano i processi di rigenerazione urbana alla costruzione di una cittadinanza solidale, influendo sulle politiche che riguardano le condizioni abitative, e non solo, degli anziani.

Le case e i quartieri, infatti, sono lo spazio in cui queste trasformazioni prendono corpo e il sistema abitativo italiano è ancora legato a un modello novecentesco. Nel nostro Paese, nota Claudio Falasca, direttore dell’associazione Abitare e Anziani e collaboratore dell’Auser, non esiste una normativa dedicata all’abitare anziano. E anzi: da tre decenni mancano proprio reali politiche sociali dell’abitare – senza eccezione per il Piano casa varato dal governo in carica. È in questo contesto che milioni di anziani vivono soli in case, di cui il 90% di proprietà, spesso vecchie e insicure, costose da mantenere, in quartieri dove i servizi sono carenti. Il welfare universalistico italiano non è tarato su una popolazione sempre più longeva e fragile, mentre le politiche nazionali e locali continuano a trascurare la realtà.

Il rapporto suggerisce quindi un cambio di paradigma: una società “amica degli anziani” è quella in cui casa, quartiere e servizi formano un unico ecosistema di cura, progettato per sostenere l’autonomia lungo tutto il ciclo di vita. La sfida è passare da tre politiche separate – welfare, urbanistica, casa – a una politica unica dell’abitare. Tra le proposte illustrate da Falasca c’è un Programma nazionale decennale per l’abitare degli anziani, che ruota attorno a cinque cardini. Il primo è la casa come primo luogo di cura: non più bene statico, ma infrastruttura di salute, autonomia e sicurezza, attraverso l’adattamento del patrimonio, standard nazionali per la rigenerazione e incentivi per trasformare le case sovradimensionate o non utilizzate in risorse sociali, dagli alloggi assistiti al cohousing, dal coliving ai condomini solidali.

Il secondo è il quartiere come ecosistema di prossimità: la longevità abita nel raggio di 15 minuti. Da qui la necessità di una pianificazione urbana orientata alla prossimità, di servizi territoriali integrati tra sanità, sociale e abitare, di spazi pubblici inclusivi, sicuri e climaticamente resilienti e di una mobilità dolce e accessibile.

Il terzo è un welfare territoriale integrato, non più “a sportello”, ma capace di entrare nelle case e nei quartieri, attraverso una presa in carico unificata tra sanità, sociale e abitare, case manager di comunità, servizi domiciliari potenziati e digitalizzati, prevenzione e promozione della salute.

Il quarto riguarda l’innovazione tecnologica, intesa come abilitatore e non come sostituto: piattaforme territoriali di teleassistenza e telemedicina, sensori non intrusivi per la sicurezza domestica, alfabetizzazione digitale per anziani e caregiver, interoperabilità dei dati e servizi domotici.

Infine, la comunità come infrastruttura sociale. La longevità non si abita da soli: servono reti, relazioni e mutuo aiuto, attraverso programmi di vicinato attivo, cohousing intergenerazionale, volontariato di prossimità, reti civiche e spazi di comunità come “hub di cura”.

Tutto questo implica una governance integrata e multilivello del welfare abitativo: sussidiarietà verticale e orizzontale, integrazione delle politiche, superando in particolare la separazione tra edilizia pubblica e politiche sociali, co-programmazione e co-progettazione, trasparenza e monitoraggio continuo, adattabilità ai diversi contesti territoriali.

La riflessione non è lontana da quella sviluppata dalla Cgil nella piattaforma sul diritto all’abitare presentata a luglio, come sottolinea nel suo intervento la segretaria nazionale Daniela Barbaresi. Anche in quel documento la casa non viene considerata soltanto come un bene patrimoniale, ma come parte di una più ampia infrastruttura sociale: la crisi abitativa viene ricondotta insieme al welfare, alla salute, al lavoro e alla qualità della vita nelle città, mentre si chiede di ricostruire una governance nazionale dell’abitare e di riportare il pubblico al centro della programmazione. E sul versante dell’invecchiamento il contatto è ancora più evidente: la Cgil sostiene la necessità di superare l’idea della casa come semplice bene patrimoniale per parlare di “abitare”, cioè di servizi, reti di prossimità e politiche di cura che consentano alle persone di continuare a vivere nel proprio contesto sociale. Elementi che si ritrovano, con una particolare attenzione alla longevità, anche nel rapporto presentato oggi.

Per Barbaresi serve un forte ruolo del pubblico in sinergia con il privato e una strategia complessiva che utilizzi tutte le leve disponibili. Ma proprio la capacità di tenere insieme soggetti e livelli diversi resta una delle difficoltà, come sottolinea Marco Di Nuccio, di Abitare e Anziani: l’elemento dell’“insieme”, così come quello della sussidiarietà, ha perso valore a vantaggio delle logiche di business. È così che si spiega, secondo Carla Mastrantonio, segretaria nazionale dello Spi Cgil, la latitanza trentennale di nuove politiche abitative: aver delegato la questione alle logiche di mercato, rendendo le città nemiche degli anziani. Anzi, la città “non è amica di nessuno”, incalza Enrico Piron, presidente nazionale Auser, se non dell’offerta turistica massificata e omologata. È qui che si colloca anche la riflessione di Giancarlo Moretti, portavoce del Forum nazionale del Terzo settore: la politica, ammonisce, deve tornare a scegliere di stare dalla parte della cittadinanza e decidere come spendere le risorse, riaffermando il proprio primato sui mercati. Si tratta allora di una questione di governance: occorre ripartire da un ragionamento umanistico che vede al centro le persone, perché le città sono il frutto delle relazioni tra chi le abita. In un amaro paradosso, per riprendersi gli spazi da chi specula occorre operare l’atto più semplice eppure più rivoluzionario: applicare la Costituzione.

Ma per cambiare le città serve anche rimettere mano all’impianto normativo. Massimo Giuntoli, consigliere Cnel e coordinatore del Gruppo di lavoro intercommissioni sul Piano nazionale di edilizia pubblica e sociale, ricorda che l’impianto della legislazione urbanistica nazionale risale alla legge n. 1150 del 1942, pur essendo stata più volte modificata e integrata. A suo giudizio restano gravi lacune e ritardi e da qui l’invito all’azione politica per il rinnovamento. In questo senso il Cnel, ancora una volta, dispone di un ruolo fondamentale con la sua una propria prerogativa di iniziativa legislativa riconosciuta dall’articolo 99 della Costituzione. È questo il senso dell’“insieme” più volte evocato: sinergia per il cambiamento, la democrazia e la giustizia sociale.

Elettra Raffaela Melucci

Elettra Raffaela Melucci

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Giornalista de Il diario del lavoro

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