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Home - Approfondimenti - La nota - Da Nord a Sud, sciopero generale delle tute blu per salvare industria e occupazione

Da Nord a Sud, sciopero generale delle tute blu per salvare industria e occupazione

14 Giugno 2019
in La nota

Dalle parole, ai fatti. Il 2 maggio, i sindacati confederali dei metalmeccanici – Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil – avevano annunciato che venerdì 14 giugno i lavoratori della maggiore categoria dell’industria avrebbero attuato uno sciopero generale di otto ore, dando vita a un’iniziativa di lotta volta a riportare i temi del lavoro e dell’industria al centro della scena politica nazionale. Ed ecco che nella mattinata di oggi, mentre cominciavano a circolare prime notizie sulla buona riuscita delle astensioni dal lavoro, tre cortei di scioperanti hanno attraversato le vie di Milano, Firenze e Napoli, le tre città scelte come sedi di altrettante manifestazioni interregionali.

Mentre scriviamo, non sappiamo ancora quale spazio le notizie e le immagini relative ai tre cortei e, più in generale, all’iniziativa sindacale di cui hanno costituito il momento culminante, troveranno nei telegiornali della sera e sui quotidiani di domani. L’impressione è però che la preparazione dello sciopero, articolatasi lungo più di un mese con centinaia di assemblee di fabbrica, non abbia suscitato un particolare interesse mediatico. E ciò nonostante si sia trattato di un’iniziativa che, da parecchi anni a questa parte, non può certo essere definita come consueta.

Per trovare il precedente più vicino, anche se di proporzioni ridotte, bisogna infatti risalire a più di tre anni fa, e cioè al 20 aprile 2016, quando, nel pieno della lotta per il rinnovo del Contratto nazionale della categoria, gli stessi tre sindacati organizzarono sì uno sciopero generale nazionale, ma di sole 4 ore per turno di lavoro.

Andando più indietro nel tempo, Francesca Re David – la Segretaria generale della Fiom che è intervenuta al termine della manifestazione dei metalmeccanici del Mezzogiorno svoltasi a Napoli con partenza da piazza Mancini e arrivo a piazza Matteotti – ha ricordato lo sciopero generale del 2007, che contemplò solo manifestazioni territoriali, nonché quello del 2005, che culminò, invece, in una manifestazione nazionale effettuata a Roma. Ma la stessa Re David ha sottolineato che queste iniziative presero forma nell’ambito di lotte condotte per conquistare successivi rinnovi contrattuali.

Tutto questo per dire che nei primi venti anni di questo secolo, segnati a partire dal 2001 da reiterate rotture dell’unità sindacale all’interno della categoria, di scioperi generali unitari dei metalmeccanici non è che ce ne siano stati molti. Dal che si ricava che se oggi Fim, Fiom e Uilm, dopo aver ritrovato con il rinnovo contrattuale del 2016 un grado relativo di unità sindacale, hanno sentito il bisogno di riportare i metalmeccanici in piazza, alla base di questa iniziativa deve esserci stata una qualche motivazione abbastanza profonda.

E la motivazione è appunto quella cui si accennava sopra: “rimettere al centro dell’agenda politica lavoro, industria occupazione”, per usare le parole contenute nel comunicato emesso nel primo pomeriggio di oggi dalla Fim-Cisl.

Quindi, uno sciopero di natura strettamente politica, anche se non esplicitamente contro l’attuale Governo, ma per un insieme di iniziative di politica economica che, spaziando dalla politica fiscale alla politica industriale, sono certamente diverse dalle azioni concretamente attuate dal Governo stesso.

Il che è particolarmente vero prima ancora che per le cose annunciate ma non ancora attuate in materia di politica fiscale, tipo flat tax, per le cose sostanzialmente inesistenti, tipo, appunto, la politica industriale. Cosa tanto più grave in una fase in cui l’elenco delle crisi aziendali in corso torna a infittirsi.

Se c’è una cosa, aggiungiamo noi, per cui il Governo Lega-MoVimento 5 Stelle si è reso noto, in questo campo, è per aver smantellato quello che era universalmente considerato un punto di efficienza del nostro sistema di Governo, azzerando il vertice della cosiddetta Unità Gestione Vertenze, la struttura attiva presso il Ministero dello Sviluppo Economico fin da prima dell’inizio della Grande crisi, ovvero fin da prima del 2008.

Ma, a parte questa improvvida iniziativa, che certo non ha irrobustito le capacità operative pratiche del Ministero di via Veneto, resta il fatto che anche per il più attento degli osservatori esterni appare molto difficile individuare le linee di politica industriale lungo cui si sta muovendo il Governo in una fase che torna a farsi difficile.

Intervenendo a Firenze, a piazza della Santissima Annunziata, il Segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, ha quindi ricordato che attualmente, al Mise, sono aperti “oltre 150 tavoli di crisi industriali”; tavoli che “coinvolgono oltre 200 mila lavoratori, molti dei quali rischiano di perdere il posto di lavoro”. E ciò perché “dipendono da aziende che vogliono chiudere o delocalizzare”.

E qui, aggiungiamo noi, l’elenco dei primi nomi è noto: Whirlpool, Bekaert, Industria Italiana Autobus, Embraco, Honeywell, ex Alcoa (oggi Sider Alloys), Blutec, Piaggio Aero, Bombardier, Kme, ex Aferpi.

A ciò va poi aggiunto quanto ha ricordato Marco Bentivogli – il Segretario generale della Fim-Cisl che è intervenuto a Milano, al comizio conclusivo tenutosi in piazza Duomo -, ovvero che “la Cassa integrazione cresce del 78%”. E qui il pensiero corre alle recentissime quanto cattive notizie giunte da Taranto, dove la nuova proprietà della ex-Ilva, la franco-indiana ArcelorMittal, ha annunciato la messa in Cassa integrazione di 1.400 lavoratori.

Renzi, quando era alla guida del Governo, ovvero fra il 2014 e il 2016, scelse sciaguratamente la linea della cosiddetta disintermediazione, lanciando messaggi di scherno o, comunque, di esplicito disinteresse, verso le grandi confederazioni sindacali. E sostanziò questa scelta mediatica con il colpo rumoroso apportato contro ciò che restava dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Fece insomma la faccia feroce, conquistandosi l’ostilità di gran parte dei sindacalisti e dei militanti sindacali del nostro Paese. Le politiche industriali perseguite dal suo Governo, e poi da quello del suo successore, Paolo Gentiloni, hanno invece avuto risultati concreti in termini di accresciuta innovazione delle imprese, e quindi anche di occupazione. Ma ciò gli ha conquistato consensi fra i lavoratori, a causa dei comportamenti comunicativi sopra ricordati.

Il Governo Lega-MoVimento 5 Stelle, al contrario, non sta facendo nulla di concreto, a parere di chi scrive, per industria e lavoro, ma fa mostra, con discorsi e proclami, ovvero a parole, di essere sensibile alle istanze che salgono dal mondo del lavoro.

Intanto, i fenomeni che si dispiegano sugli scenari internazionali, a partire dalle cosiddette guerre dei dazi tra Usa e Cina, o dalle inattese difficoltà incontrate dall’industria dell’auto in Germania, creano una cornice sfavorevole per le proiezioni estere della nostra industria. Per non parlare delle conseguenze negative, in termini di spread e quindi di flussi creditizi, della politica economica complessivamente dispiegata dall’attuale Governo e, più ancora, di certi suoi roboanti annunci.

Da tutto ciò risulta una situazione gravida di difficoltà in cui, però, per i sindacati, è difficile individuare uno specifico avversario contro cui combattere. Stando alle cronache mattutine, pare che solo Marco Bentivogli lo abbia fatto, quando ha detto che “il Governo, in questa permanente campagna elettorale, fa un po’ come Schettino: si avvicina alla scogliera per prendere applausi, ma sta facendo affondare la nave”.

Per adesso, quindi, lotta per l’occupazione e per una politica fiscale che sia favorevole ai lavoratori, ma non ancora lotta contro il Governo. Va anche detto, però, che dopo la manifestazione tenuta a Roma, il 9 febbraio scorso, da Cgil, Cisl e Uil, le maggiori categorie hanno assunto unitariamente diverse e successive iniziative di lotta. Fin qui la cosa è stata sottovalutata dal sistema politico come dai media nostrani. Ma se e quando questi movimenti variegati dovessero mettere capo a uno sciopero generale proclamato dalle tre maggiori Confederazioni, allora anche il governo Lega-MoVimento 5 Stelle non potrà più fare finta di niente.

@Fernando_Liuzzi

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