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Home - Blog - Il Def che non va

Il Def che non va

di Paolo Pirani
30 Aprile 2019
in Blog
Il Def che non va

di Emanuele Ghiani https://twitter.com/GhianiEmanuele

Il maggior pregio del Def approvato dal governo Conte consisterebbe nel suo realismo. Vale a dire nell’ammissione che l’Italia versa economicamente in brutte acque con una crescita prossima allo zero ed un debito pubblico che invece di cominciare a scendere sale ancora.

Ma il grande scrittore russo Dostoevskij ammoniva: “nel realismo puro non c’è verità”. La descrizione del Def ricalca quella dei maggiori Osservatori sullo stato della nostra economia, ma l’impressione è che per un verso in tal modo si voglia stipulare una sorta di …tregua con l’Europa ed i mercati (non a caso silenti…con lo spread che ha continuato a galleggiare sotto i 260 punti), per l’altro assecondare le promesse elettorali dei due azionisti di maggioranza – Cinquestelle e Lega – che vanno dal salario minimo orario alla flax tax per i ceti medi riscoperti per l’occasione.  La coerenza sta più in questo tentativo di rinverdire aspettative a buon mercato, piuttosto che indicare una direzione di marcia per uscire dalla stagnazione prima che si trasformi in recessione vera e propria e non solo “tecnica”.

Il Def 2020 potrebbe essere tranquillamente ribattezzato Def 26 maggio 2019, la data del voto europeo in Italia). Insomma non ci siamo proprio; bene hanno fatto Cgil, Cisl e Uil a sostenere con accenti risolutamente critici che non c’è lo sperato cambio di passo. Tamponare la complessa situazione economica non ci può portare fuori dalle difficoltà crescenti. L’attesa per il voto europeo in sostanza ha finito col “bruciare” ogni cruda ma inevitabile riflessione sulla reale condizione economica e sociale.

Di qui la percezione che da giugno in poi sarà tutta un’altra storia. Basti pensare che nel Def, dato poco conosciuto, ci si vincola ad un avanzo strutturale per i prossimi tre anni che potrebbe sfiorare gli 8-9 miliardi di euro per rispettare l’impegno ad avvicinare il pareggio di bilancio secondo lo stesso dettato dell’art. 81 della Costituzione. Se questo traguardo non sarà raggiunto, saranno obbligatori, nel rispetto delle regole europee, tagli automatici della spesa.  Nel frattempo si vuole sterilizzare gli aumenti dell’Iva, 23 miliardi, si pensa ad una flax tax che potrebbe avere un costo minimo di 10-12 miliardi ma probabilmente superiore, ci si muove nel vago sugli investimenti sempre più necessari per uscire dall’immobilismo, si ipotizza un risparmio strutturale da fantomatiche operazioni di spending review che si aggira attorno ad un misero miliardo di euro. E, naturalmente il tutto prosegue sul piano politico con un susseguirsi di liti (e di gioco delle parti) messe in scena da Salvini e Di Maio fra di loro e nei confronti del Ministro dell’Economia Tria.

Colpisce il fatto che le stime, pur ovviamente prudenziali, della crescita quest’anno (ricordate? Doveva essere un anno bellissimo) fissate dall’1% precedente allo 0,1% dovrebbe salire allo 0,2% per effetto delle misure sulla crescita varate di recente, ovvero un “balzo” che di certo non potrà aumentare molto la fiducia nelle sorti economiche del Paese (il Governo ha una abilità sopraffina nel gestire i numeri usando però sempre lo zero…Si pensi al deficit-Pil “offerto” a Bruxelles al 2,04% diventato ora 2,4%). Perfino il contributo del reddito di cittadinanza viene considerato almeno nel breve periodo foriero di una “spinta” al Pil assai modesta, valutabile attorno allo 0,2%, mentre sfuma verso cifre assai più contenute l’effetto della misura considerata pomposamente come una abolizione della povertà.   

 Naturalmente il Def abbonda di impegni in tutte le direzioni e financo inserisce una dizione molto desueta come “politica industriale” negli obiettivi che si prefigge. Ma c’è da chiedersi cosa resterà di tutto questo senza una visione, che non c’è, dello sviluppo e del raccordo con le scelte presenti e future dell’Europa.

Il Def invece ci consegna al dunque alcune prospettive che limitano ancor di più la capacità di reazione del Paese: la disoccupazione è data in aumento e poco vale il sostenere che diminuiranno gli inattivi se non ci sono politiche industriali e del lavoro all’altezza della competizione internazionale (con tanto di guerre commerciali in corso come testimonia la leva dei dazi usata dagli Usa ma non solo) e comunque rimarrà ancorata alle due cifre. Il debito pubblico salirà ancora facendoci restare “ostaggio” dei mercati, la pressione fiscale è data in leggero aumento mentre resta l’incognita degli aumenti dell’Iva. Ed abbiamo infine guai seri proprio nel settore fondamentale per la crescita, quello industriale e delle costruzioni, che ad esempio vede in affanno i gruppi siderurgici e desolatamente ferma l’edilizia.

Basterebbe questo per giudicare il Def più che una affermazione di realismo, una testimonianza della debolezza del Paese e della gravità dei problemi che vanno affrontati.

Certo, si potrà osservare che c’è sempre Draghi che blocca i tassi fino a tutto il 2019 dando un po’ di respiro. Ma questa volta la mossa della Bce non sembra proprio guardare alle nostre necessità quanto a quelle della Germania in difficoltà, stretta come è dalla crisi dell’auto e dai dazi di Trump, con una Merkel che paradossalmente sta passando da un ruolo egemonico ad uno da equilibratore delle tensioni europee (il che non cambia di molto la sostanza della supremazia tedesca) ma su una linea di alleanze che non vede l’Italia né coprotagonista, né partecipe.

E l’isolamento del nostro Paese può avere delle conseguenze negative anche sul piano economico futuro, inutile illudersi.

Il voto di maggio farà da spartiacque con tutti gli interrogativi di rigore sui nuovi equilibri politici in Europa ed in Italia. Ma il cambio di passo necessario diverrà ancora più urgente: occorre un new deal non certo un weak deal. Serve una nuova rotta insomma, non un “debole” corso che aggiusta di volta in volta le falle.

Per far questo sarà importante che le parti sociali rafforzino la loro capacità di dialogo e di proposta comune. E’ indispensabile uno sforzo congiunto per indirizzare le scelte economiche nella direzione di una crescita non illusoria, ammesso che ci sia almeno questa con l’attuale corso di governo. Imprese e sindacati sanno bene che convergenze basate su proposte chiare, forti, condivise non possono essere aggirate da nessuna professione di autosufficienza.

E non si può non ripartire da una decisa pressione sugli investimenti, anche utilizzando opportunità finora trascurate come le risorse di Fondi come quelli della previdenza complementare da indirizzare là dove c’è più bisogno, da programmi pluriennali di opere pubbliche mirate, ad interventi per incentivare la parte più dinamica del nostro tessuto produttivo ed economico.

E’ solo un esempio, ma molti altri se ne potrebbero fare per ricostruire condizioni certe per rilanciare una ripresa non effimera.

Tutto questo è possibile se, in particolare nel sindacato, non si tornerà a guardare all’indietro, a ricette del passato che sono poco più di un retaggio ideologico sterile come lo è ad esempio evocare la …patrimoniale. La strada da percorrere semmai è quella di rimettere al centro della politica fiscale la necessità di realizzare una vera riforma e non un accrocco di più sistemi fiscali vecchi e nuovi che finiranno per creare nuove diseguaglianze fra i contribuenti e soprattutto non ridurranno di un euro quei 108 miliardi di evasione fiscale che convivono tranquillamente con la attuale giungla tributaria.

Va alzato il livello del confronto sull’economia e sulla coesione sociale. E sena perdere di identità, né di autonomia, sindacati e Associazioni imprenditoriali possono far molto in questo senso. Andare in ordine sparso, sperando in parziali vantaggi, potrebbe essere un errore da non commettere. Malgrado tutto la nostra economia è ancora in grado di ripartire, la sua vitalità ed il valore del lavoro sono comunque due pilastri in grado di sorreggere un impegno ad uscire dalla approssimazione e dalla propaganda per iniziare nuovamente a “costruire”.  

Paolo Pirani

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