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Home - Approfondimenti - Analisi - Le nuove sfide del mondo dei carburanti: è ora di entrare nelle stanze dei bottoni

Le nuove sfide del mondo dei carburanti: è ora di entrare nelle stanze dei bottoni

di Paolo Pirani
23 Novembre 2017
in Analisi

Il mondo dei carburanti e dei combustibili fossili sta affrontando una rivoluzione che porterà a evidenti cambiamenti nel nostro Paese entro breve tempo.

Il costante calo del consumo di carburante, benzina e diesel, i cambiamenti climatici che hanno portato alla diminuzione dell’utilizzo di gasolio e gpl negli impianti di riscaldamento, stanno ridisegnando i contorni di un mondo, quello della distribuzione petrolifera, che oggi non conosciamo ma che sarà importante monitorare.

Il costo del greggio e del raffinato, il panorama delle problematiche legate alla estrazione, le questioni geopolitiche che regolano la programmazione sulle scorte, gli andamenti del mercato e le fluttuazioni di prezzo al consumatore, sono tutti argomenti che riguardano le politiche economiche ed industriali del Paese attraverso il suo governo, mentre a noi Organizzazioni Sindacali e a noi Uiltec nella fattispecie compete la responsabilità di condividere con Confindustria Energia e Unione Petrolifera le strategie da adottare sulla raffinazione, sulla gestione delle reti distributive, sui temi della sicurezza che attengono a queste attività, e non ultimo le relative organizzazioni del lavoro degli addetti di questo settore che sono migliaia.

In questi anni si è vista TotalErg trasformare  la raffineria di Roma, Tamoil fermare quella di Cremona, IES a Mantova fermare i suoi impianti, Eni trasformare le raffinerie di Venezia e Gela in bioraffinerie; queste azioni sono lo specchio di come si stia progressivamente diminuendo la capacità di raffinazione nel Paese.

Inoltre, da tempo stiamo assistendo ad una profonda e sostanziale trasformazione dei modelli di servizio che attengono alla distribuzione nei quasi 21000 punti vendita aperti nel Paese: API che acquisisce la rete IP da Eni, Q8 che incorpora la rete Shell, Total ed Erg che in joint venture costituiscono Totalerg, la proliferazione delle cosiddette pompe bianche, sono il segno di quanto è stato fatto nel passato.

Nel 2010 in Italia c’erano circa 22500 punti vendita totali; oggi sono 20750 suddivisi in 4200 pompe bianche (+250%) che sono convenzionalmente di singoli proprietari, 6100 pompe colorate (- 31%) che appartengono a società di piccole o medie dimensioni come OMV- REPSOL-RETEITALIA ecc., 10450 petrolifere (-17%) che erano in capo alle petrolifere pure come Eni Api Q8 Esso Totalerg.

Da pochi mesi il risiko complessivo del settore ha avuto un improvviso e pesante sviluppo con Esso, che ha ceduto le sue oltre 2000 stazioni in parte a piccoli pacchetti ed il grosso ad una società inglese che si chiama Intervias ( presente in Europa con una rete di circa 2500 punti vendita ), mentre pochi giorni fa la jv Totalerg è stata a sua volta acquisita da API della famiglia Brachetti Peretti.

Oggi API, con questa operazione si appropria delle 2600 stazioni di Totalerg ma anche del 25% della raffineria piemontese di Trecate e dei depositi di Roma e Savona, punti vendita, che, se assommate alle 2400 già di sua gestione, la fanno diventare il secondo gruppo italiano dopo Eni,  per volumi venduti ed il primo, davanti ad Eni per numero di impianti.

Nuovi operatori stranieri nelle reti, aumento delle quantità di raffinato provenienti dall’estero, la scelta di Eni di puntare quasi esclusivamente sulla ricerca e l’estrazione di greggio, evidenziano come ormai l’idea visionaria e strategica che l’ingegner Mattei aveva avuto nella scelta di dotare il Paese di una sua struttura che lo rendesse autosufficiente in raffinazione e distribuzione, sta progressivamente perdendo le sue basi, ed il ruolo strategico per l’economia del Paese, rappresentato dal controllo sulla rete distributiva dei carburanti, sta avendo anche difficoltà nel controllo governativo. Il Mise ha istituito un dipartimento ad hoc per seguire il settore, ma al momento si occupa solo della raccolta di dati statistici legati alla proprietà, dimensioni e movimentato medio dei punti vendita, nonché della rilevazione dei prezzi per la comunicazione al cittadino.

E non è solo una questione di basso margine di raffinazione o di scarsa redditività per punto vendita a governare queste  scelte, perché i prezzi del greggio si sono dimezzati rispetto ad  una decina di anni fa e la riorganizzazione delle reti va ascritta alla voglia delle major petrolifere di puntare verso la gestione dei mercati all’ingrosso piuttosto che alla strategicità del servizio al cittadino.

Ci avviamo verso una stagione di pesanti riorganizzazioni aziendali che saranno determinate da una forte diminuzione dei consumi; in 10 anni il consumato medio nelle reti autostradali è calato del 60%, e dall’elevato numero dei punti vendita ancora attivi: in Europa, nei paesi con più o meno le dimensioni italiane, gli impianti di distribuzione carburante sono (erogato medio in mln/l) : Germania 14500 (3,4), in Francia 11250 (3,9), in Uk 8500 (3,4), in Spagna 11000 (2,8), mentre in Italia l’erogato medio si attesta 1,350 mln/l ed è in assoluto il più basso d’Europa.

Avremo quindi un cambio della conformazione tradizionale dei punti vendita e della capillarità a cui siamo stati abituati.

I modelli di distribuzione che si stanno sempre più affermando a livello europeo sono fatti da stazioni di servizio molto grandi con forniture oil e servizi nonoil, lavaggi –  food and beverage –  manutenzione auto, e questo porterà nel tempo ad una drastica riduzione dei punti vendita di medio/basse dimensioni con tutti i problemi di natura ambientale (chi bonificherà un distributore dopo la sua chiusura?) e ovviamente occupazionale.

Le federazioni sindacali del settore e la Uiltec in particolare temono che questa riorganizzazione gestionale complessiva evidenzi un pericolo per i lavoratori che rappresentano: oggi la acquisizione e sinergizzazione delle reti rischia di lasciare molti lavoratori per strada, situazione potenzialmente pericolosa anche per la perdita della qualità del servizio stesso e la sua sicurezza ambientale.

Per questo il panorama che ci troveremo ad affrontare nel prossimo futuro ci suggerisce di proporre una sfida.

Una sfida per il Paese, per le grandi imprese che ancora operano in questo settore, per le politiche contrattuali ed industriali e per la storia sindacale italiana: costruire un modello di gestione e controllo che consenta anche alle parti sociali di entrare nella stanza dei bottoni, sull’esempio dei modelli tedeschi di codeterminazione.

L’occasione da cui partire potrebbe essere proprio l’operazione di acquisizione dell’intero pacchetto societario di Totalerg da parte di API.

Un’operazione che appare frutto di una strategia finanziaria che coinvolge grandi gruppi bancari nazionali, Unicredit in primis, ma di cui non si riesce ad individuare l’orizzonte strategico.

Le nostre federazioni hanno svolto in questi anni un ruolo molto responsabile e attivo nella concertazione sui temi dell’energia e del petrolio e oggi la Uiltec chiede di usare gli strumenti che il codice civile ci offre riferendoci in particolar modo alla struttura dualistica. Appare immediatamente evidente come la proposta che avanziamo – non ci affascina per un mero cambiamento degli organi sociali fine a se stesso, bensì la modifica della struttura -, porta necessariamente a quella della funzione. Ci permettiamo di individuare questo strumento innovativo, ovviamente nell’applicazione e non nella concezione, quale momento di concretizzazione della partecipazione delle parti sociali, allo sviluppo, all’indirizzo nonché alla strategia degli operatori di mercato. La costituzione normativa, in ipotesi anche statutariamente perfettibile, del Consiglio di Vigilanza, permetterebbe di ridefinire, in un’ottica di proiezione futura, l’intero impianto delle relazioni industriali in senso lato, nonché di stabilizzare la condivisione concreta di scelte, ad oggi unilaterali, che vedono i lavoratori e le OOSS, nella impossibilità di fornire contributi concreti a tali scelte ma chiamati solo a gestirne le ricadute quasi sempre in termini traumatici. L’ispirazione e l’obiettivo è evidentemente un modello Nord Europeo, ed in particolare quello tedesco, dal quale estrapolarne unicamente le indicazioni positive tralasciandone aspetti che, per caratteristiche endogene di riferimento quali, ad esempio, le stesse strutture sindacali, le diversità del diritto e della giurisprudenza, le dinamiche negoziali, rischierebbero di inquinarne la concezione. Ciò non toglie che ci si presenta un’occasione straordinaria di “recepimento” di un sistema che, adattato e riveduto nel nostro campo operativo, può imporsi come svolta relazionale per poter creare una sorta di propedeuticità per tutto il sistema industriale. Nel dettaglio, per recepire la sfida che stiamo lanciando, si dovrebbe avere la forza ed il coraggio di strutturare la futura SpA come stabilito nel Libro V del CC dagli art. 2409 octies al 2409 quinquesdecies; ciò permetterebbe di andare a costituire una nuova Weltanschauung (per rimanere in Germania) con l’intento di andare a supportare lo sviluppo delle aziende in simbiosi con la qualità del lavoro e, soprattutto, per l’ampliamento della base occupazionale. Certo, questo significherebbe ridefinire una politica, un concetto di sindacato, una dinamica di relazioni industriali, consapevole che questo ragionamento vale maggiormente nel settore industriale più che in qualunque altra categoria. Ma se è vero, come vero, che oggi più che mai è doveroso innovare, sperimentare, osare, allora occorre mettersi in gioco tutti nel tentativo di individuare un indirizzo condiviso e positivo per contribuire ad affrontare problematiche e prospettive che questo settore manifesta. E la nuova API potrebbe essere il terreno su cui fare una sperimentazione.

Noi siamo interlocutori sindacali in entrambe le aziende coinvolte, abbiamo contribuito alla riorganizzazione dei costi sia in API che Totalerg con cassa integrazione, mobilità e dimissioni contrattate, abbiamo la conoscenza del settore e delle sue opportunità e difficoltà.

Possiamo essere il terreno di prova per un nuovo modello di relazioni industriali che nel momento di ancor fragile ripresa economica, di cambiamento verso Industria 4.0, di necessità di consolidamento del legame fra lavoro ed impresa, unisca i rispettivi interessi e ci trasformi da seppur importanti stakeholder, in  un soggetto propositivo e riconosciuto nelle scelte strategiche in un settore che ha enormi implicazioni nella vita e nella economia del Paese.

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