Quattrocentomila bambini. L’anno scorso, non ne sono nati di più. E’ il numero più basso dall’Unità d’Italia, dice uno sconsolato Mario Draghi: così siamo destinati a scomparire. Se le parole hanno un senso, è un appello drammatico. Ma è destinato a cadere nel vuoto. Difficile metter su famiglie numerose dopo i 35 anni. Ma solo il 6 per cento dei giovani sotto i 35 anni ha figli, dice un sondaggio condotto dal Consiglio nazionale giovani insieme all’Eures, un organismo comunitario. Questo, però, è solo un pezzo della risposta e, in fondo, neanche il più importante. Se la patria, via Draghi, chiama, infatti, la diserzione è di massa. Un terzo degli under 35 non solo non ha figli ma dichiara anche di non volerne affatto. Eccola la risposta a Draghi.
Del resto, solo la metà si è presa la briga di metter su famiglia, formale o meno. E quasi il 60 per cento (compresa, dunque, anche una quota di chi ha creato una nuova famiglia) non è neanche andato via di casa e continua a stare con mamma e papà. Bamboccioni egoisti? Purtroppo no. Se volete una spiegazione rapida della denatalità di massa, eccola in due parole e non sorprenderà nessuno. Mette su famiglia (non necessariamente con figli) il 56,3 per cento dei giovani che hanno un lavoro stabile. Lo fa solo il 33 per cento degli under 35 che un lavoro stabile non lo hanno.
I giovani, insomma, non irridono affatto alla preoccupazione di Draghi. Semplicemente, il futuro fa paura. In un paese ancora infarcito di baby boomers che, nei loro verdi anni, il futuro lo affrontarono con ottimismo, fiducia, baldanza e spesso arroganza, questi timori sembrano un controsenso. Ma il 60 per cento dei giovani di oggi guadagna meno di 10 mila euro l’anno: mille euro al mese sono una chimera. Nient’affatto passeggera: cinque anni dopo la fine degli studi (che, per un quarto dei giovani di quell’età significa una laurea in tasca) solo il 37 per cento ha un lavoro stabile, il 26 per cento solo a termine e il 23 per cento è disoccupato.
Attenzione, però. Questa fotografia del lavoro dei giovani fornisce una immagine edulcorata. Per avere un’idea della discontinuità che è l’essenza stessa del precariato, bisogna vedere il film. Si fa presto a dire lavoro stabile, contratto a termine: quanto durano?
Prendiamo dei giovani che hanno finito gli studi cinque anni fa. Quanto hanno lavorato? Nei 60 mesi (i cinque anni) dalla fine degli studi solo il 40 per cento degli intervistati ha lavorato per almeno 48 mesi, probabilmente non di fila. E il 33 per cento è rimasto disoccupato per 24 mesi, due anni in totale. Famiglia, figli, casa, mutuo sono ipotesi proibitive quando il lavoro ti darebbe al massimo 10 mila euro l’anno, ma appare e scompare di continuo, lasciandoti con poco più di 800 euro, ma solo per i mesi in cui hai lavorato.
Che, poi, anche quegli 800 euro sono ballerini. Appaiono e scompaiono. Guadagnare, insomma, è parola grossa. E, soprattutto, non è sinonimo di lavorare. Il 54 per cento degli under 35 intervistati da Eures ha lavorato senza alcun tipo di contratto. In nero e senza contributi. Il 61 per cento si è messa in tasca meno della retribuzione che sarebbe stata normale per le sue mansioni. Ma, sottopagati o meno, il 37 per cento non ha incassato neanche la retribuzione che era stata promessa. Al dunque, il titolare si è fatto uno sconto. Ed è andata anche bene. Il 32 per cento dichiara, infatti, di aver lavorato, ma di non aver visto neanche un euro.
Muoversi in questa giungla ostile e traditrice non è la premessa giusta per metter su famiglia con tanti bei bambini. E neanche per avere fiducia nel futuro. Neppure in quello lontano. Tre giovani su quattro non credono che, alla fine, godranno di una pensione sufficiente. Se ci devono pensare, gli viene in mente una vecchiaia stentata. Dopo una lunga parabola di sicurezza e benessere delle generazioni di mezzo, gli ex giovani del futuro sono convinti di ritrovarsi con i disagi e gli stenti dei loro nonni nel dopoguerra.
Maurizio Ricci




























